Finless shaping

Eduardo Terzidis è un giovane shaper romano al momento residente in Australia, dove si sta facendo le ossa per migliorare la sua tecnica affiancando shaper locali dalla grandissima esperienza. In questo articolo affrontiamo la realizzazione di una tavola finless.

24/10/2017
scritto da Michele Cicoria

A cura di Eduardo Terzidis

La rivoluzione delle tavole finless prende ispirazione dalle antiche alaia, tavole utilizzate nelle Hawaii prima del ventesimo secolo. Mettete un’alaia davanti ad un occhio non esperto e molto probabilmente penserà che gli stiate offrendo in regalo un vecchio tavolo per stirare i panni; queste tavole sono infatti caratterizzare da un rocker nullo, un volume ed uno spessore ridottissimo e da rail e tail squadrati. Ma come è possibile surfare una tavola che non galleggia, non si riesce a remare, non ha pinne e neanche il minimo accenno di qualcosa che ricordi una tavola da surf moderna? Queste sono le domande che hanno spinto Tom Wegener ad iniziare quella che lui chiama la “Alaia Revolution”, recandosi alle Hawaii e misurando metodicamente delle tavole risalenti al periodo precedente il ventesimo secolo.

Grazie a Tom ed a surfisti come Jacob Stuth, David Rastovich, Tom Carroll, Chris del Morro, Rob Machado, Dan Malloy e altri finalmente il mistero celato dietro queste magiche tavole è stato svelato. Il primo segreto è la flessibilità: trovare lo spessore che permette di ottenere la giusta flessibilità è la chiave. Questo permette al surfista di “modellare” il rocker della tavola a proprio piacimento ed alla tavola di piegarsi il giusto per agevolare le curve ed il grip in parete. Troppo o troppo poco flex e la tavola diventa quasi ingestibile! Il secondo segreto è il concave, che permette di supplire alla scarsa galleggiabilità della tavola una volta presa l’onda ed acquisita velocità. Il terzo segreto risiede nell’outline della tavola, caratterizzato da una forma parabolica dei rail. Le alaia hanno infatti una forma molto simile a quella dei moderni snowboard: a partire da nose le linee di contorno vanno a stringersi per poi riallargarsi leggermente una volta arrivate sul tail. Ogni millimetro ed ogni minima curva sono di estrema importanza, ma una volta messi insieme tutti gli elementi il risultato è sorprendente.

Surfare un’alaia è un’esperienza unica che ti proietta in una dimensione totalmente nuova e diversa. L’assenza di leash e di pinne e la scarsissima galleggiabilità ti avvicinano incredibilmente alle onde facendoti sentire più vulnerabile e più in connessione con la Natura. Come dice Tom “Con le attrezzature moderne puoi prendere più onde e pensare di “spaccare”, ma stai surfando meglio? Meglio di cosa? Surfare un’alaia porta un nuovo livello di difficoltà, che, a conti fatti, è troppo per la maggior parte delle persone. Ma molti dei surfisti migliori al mondo trovano che questo porti più gioia ed eccitazione nel surf. Quando surfi un’alaia sei faccia a faccia con la Natura, a testa alta”.

Ancora una volta, insieme a Tom, abbiamo voluto reinterpretare uno shape storico e dargli un tocco di modernità. Utilizzando la tecnologia corky (di cui vi parleremo nel prossimo numero di 4surf magazine, in uscita tra poco) Eduardo ha shapato una tavola finless che facesse da ponte tra il mondo antico e quello moderno. L’idea è sempre la stessa: creare una tavola che assicuri un’esperienza di contatto più profondo con le onde proprio come nelle Hawaii del diciannovesimo secolo. La parte inferiore della tavola riproduce fedelmente il concave delle alaia, accentuandolo di più verso il tail per ottenere ancora più velocità. La tavola questa volta non è piatta ma ha un rocker molto accentuato sul nose e piatto sul tail; questo permette di facilitare le curve e, insieme al design dei rail, il grip in parete. Lo shape dei rail è invece ispirato a quelli dei bodyboard per supplire alla mancanza di pinne.

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