Hervé Barmasse, alpinismo 2.0

Intervista a Hervè Barmasse; alpinismo 2.0

12/11/2019
scritto da Marco Melloni

Questions & Answers: Hervé Barmasse, Alpinismo 2.0

Quello che mi ha sempre colpito di questo giovane alpinista è il sorriso e l’espressione aperta, una cosa non così comune negli uomini di montagna. Un ragazzo che sa comunicare e non ha paura di mostrarsi in pubblico ma anche un grande alpinista, che sulle montagne di mezzo mondo ha firmato imprese che meritano grande rispetto. Non ci siamo lasciati scappare l’occasione di intervistarlo e di fargli anche una domanda un po’ sopra le righe.

Intervista di: Marco Melloni

Foto: Jason Ball, Damiano Levati, Paolo Sartori. Courtesy: The North Face, Garmin, Scarpa

Ciao Hervé, una prima domanda per soddisfare l’inconfessabile curiosità di tutti i lettori. Dove tagli i capelli?

Ride (n.d.r.). In realtà non sono una persona che cura più di tanto il suo aspetto, non mi guardo molto allo specchio perché per la verità non ho specchi in casa. Vado a tagliarli un po’ dove capita ma quando ho occasione di andare in Trentino, c’è una persona speciale che al posto di offrirmi il caffè, mi taglia i capelli mentre ci beviamo un prosecco.

Sei originario di Valtournenche, dove Barmasse in dialetto sembra quasi significare Guida Alpina. Porti avanti una tradizione di famiglia. Cosa ti ha portato, da ragazzo, all’alpinismo e a questa professione?

In realtà il nome Barmasse ha un significato. Barma o Balma, a seconda della zona, è una sporgenza di roccia spesso creata da distacco e posa di un masso. Il riparo che si viene a creare, circondato poi da mura a secco diviene un insediamento utilizzato dai pastori. Però se ti riferisci alla mia situazione è vero, io faccio parte della 4a generazione di Guide Alpine.

Sono stato sicuramente influenzato a compiere questo percorso professionale ma ci sono arrivato un po’ da lontano. Ho iniziato a vivere la montagna praticando lo sci alpino ma dopo un serio incidente mi sono dovuto reinventare un futuro.

Ho cominciato a praticare l’alpinismo per poi diventare Guida Alpina. Spesso queste ultime si dedicano soprattutto ai clienti mentre nel mio caso la passione per la montagna è qualcosa che coltivo molto per me stesso e questo mi ha portato a fare dell’alpinismo stesso una professione.

Intendi dire che sei diventato un professionista, un atleta sponsorizzato?

Si esatto, le sponsorizzazioni sono arrivate in un secondo momento, quando ho cominciato a fare cose un po’ fuori dal comune, a questo proposito devo dire che non ho mai cercato gli sponsor, mi hanno sempre cercato loro.

Ti ho visto spesso in televisione, invitato da una nota trasmissione. La comunicazione è diventata così fondamentale anche per un alpinista? Una volta l’eccezione alla regola del silenzio era al massimo la scrittura di un libro, cosa che peraltro hai fatto.

Si, credo che la comunicazione sia importante ma ancora più importante è ciò che si comunica.

Oggigiorno soprattutto attraverso i social network si può raggiungere un pubblico vastissimo, ma spesso vediamo che hanno centinaia di migliaia di follower anche persone che non hanno nulla da dire. Io credo valga la pena rivolgersi ad un pubblico magari più selezionato ma fare dell’informazione utile. L’informazione, la cultura possono essere divulgate anche in modo leggero e simpatico, con gli strumenti attuali, quindi andando anche oltre la scrittura di un libro o la presenza sul piccolo schermo.

Motivatore/StoryTeller, Alpinista/Atleta, Guida Alpina, maestro di sci e snowboard. Come dividi il tuo tempo fra le varie attività?

Beh, negli anni è cambiato, nell’ordine oggi posso dire di essere prima di tutto un atleta e poi un alpinista, poi c’è tutto quello che riguarda la comunicazione, in televisione o attraverso articoli o la scrittura di un libro. Vorrei scriverne un altro di libro ma non ne ho mai il tempo. Poi vengono le conferenze, sempre più quelle aziendali da motivatore, rispetto a quelle pubbliche. Su questo fronte si è aperto davvero un mondo al qual emi sono affacciato per via, o a causa delle esperienze forti che ho avuto in montagna e che possono essere di aiuto, motivanti, in ogni ambito, da chi le ascolta.

Forse il documentario “Linea Continua” nel 2010 ti ha fatto conoscere al grande pubblico. Scalaste, assieme a tuo padre, una via che lo aveva respinto 24 anni prima. Poi l’anno seguente, nel progetto “Exploring The Alps” ne apriste un’altra sul Monte Rosa. Quante volte vi siete legati assieme e cosa hai provato quando è accaduto?

Sembra incredibile ma ci siamo legati assieme meno di dieci volte. Mio padre è Guida Alpina ma ha lasciato che io percorressi la mia strada. Quando vide che ero seriamente intenzionato a scalare le montagne e a prendermi dei rischi, mi disse che dovevo imparare io cosa poteva dare la montagna, le cose belle e le cose brutte, senza che fosse lui ad insegnarmele.

Così successe infatti, fino ad arrivare a quella data in cui decidemmo di scalare la montagna di casa, il Cervino, e in seguito il Monte Rosa. Dopo queste due bellissime esperienze mi disse che non aveva più intenzione di seguirmi, mi avrebbe accompagnato alla base delle montagne ma poi avrei proseguito da solo.

Dal punto di vista emozionale fu bellissimo scalare assieme, nel contempo l’esperienza sul Cervino fece abbastanza scalpore nella comunità alpinistica, all’epoca in cui la scalammo mi padre aveva 60 anni ed era una via che da quando l’aveva provata tanti anni prima, nessuno era riuscito a completarla.

Nel tuo curriculum si alternano soprattutto salite al Cervino, in Patagonia e Pakistan. Spesso montagne poco conosciute al grande pubblico, magari con altitudini comprese fra i 6.000 e i 7.000 m ma più tecniche, complicate di un 8.000.Come scegli i tuoi obiettivi?

L’alpinismo per me è legato alla ricerca di qualcosa di nuovo, gli 8.000 per certi versi non possono più essere considerati un primato, anzi spesso sono una svendita dell’alpinismo, nonostante anche tanti professionisti continuino ad andarci, non regalano più neanche la suggestione romantica di quello che era l’alpinismo di un tempo. Da lì l’idea di cercare altre sfide.

E’ del 2017 la salita della parete sud dello Shisha Pangma (8.027 m) con david Gottler, in velocità, senza corde fisse e campi pre-allestiti. Ci impiegaste 13 ore. Con quale stile affronti generalmente le tue sfide e cosa ne pensi della velocità?

Nel 2017 quando ho provato il mio primo 8.000, ho voluto farlo a mio modo. Con Il tedesco David Goettler abbiamo salito la via Girona sulla parete sud dello Shisha Pangma, in perfetto stile alpino ed in sole 13 ore. Quella della velocità tuttavia non fu una scelta dettata dalla voglia di stabilire un record (per la salita a questo 8.000 solitamente ci si impiegano 4, 5 giorni), la mia idea iniziale era di aprire una via nuova ma avevamo una finestra di bel tempo davvero esigua che non rendeva possibile quel progetto, così decidemmo di sfruttare l’occasione tentando comunque la vetta.

Che rapporto ti lega generalmente agli sponsor? Ci hai parlato oggi delle caratteristiche e delle doti del prodotto InReach di Garmin e sei fresco di una sponsorizzazione da parte di Vibram. Hai anche un ruolo nello sviluppo di prodotto in queste aziende?

Diciamo che mi piace poter migliorare i prodotti che poi avrò l’occasione di utilizzare e che potranno utilizzare gli altri ma di base il prodotto che usi in montagna deve essere qualcosa in cui credi, non basta un rapporto di scambio fra denaro e visibilità del brand che ti sponsorizza.

Ti sei mai sentito spinto in qualche modo dagli sponsor, a fare qualcosa per far risaltare maggiormente la tua immagine di atleta?

No assolutamente, mi sono sempre sentito libero di seguire la mia strada e non escludo la possibilità un giorno di lasciare l’alpinismo per una passione più grande che possa sopraggiungere.

Qualche obiettivo a breve di cui vuoi accennarci?

A breve ho solo un obiettivo “culturale” che riguarda il Cervino. A luglio ci sarà infatti una conferenza a Cervinia, in cui ci chiederemo cosa rappresenta oggi questa montagna simbolo, per lo sport e per il turismo. Ad ottobre ripartirò per un progetto esplorativo in Nepal, una montagna di 7.000 circa mentre  apriavera mi piacerebbe tornare su un 8.000 per aprire una via nuova.

Vivi sotto il Cervino e hai un’esperienza internazionale di viaggi ed esplorazioni. Hai visto trasformazioni sulle montagne causate dal cambiamento climatico?

Si assolutamente, ho visto trasformazioni impressionanti. La fisionomia della montagna sta cambiando, non parliamo solo di ghiacciai. E per quanto riguarda questi ultimi non parliamo solo di arretramento di perdita di volume. Mi è capitato in Patagonia di vedere un ghiacciaio che nel giro di 13 anni aveva perso uno spessore di circa 250 m.

Certo alcuni obiettano che si tratta di un fenomeno ciclico non imputabile direttamente al comportamento dell’uomo moderno. Io dico che nel dubbio dovremmo adottare delle misure per arginare il fenomeno, qualcosa si può fare ed è nostro dovere farlo.

Potrebbe interessarti anche

Commenti