La sicurezza nel waveriding

19/10/2015
scritto da Jacopo Lavezzi

Vi siete mai chiesti che cosa sia la sicurezza nel waveriding? 

In generale nel kite si parla molto di sicurezza ed è giusto così, per fortuna che se ne parla. Purtroppo però si paca poco di sicurezza quando surfiamo le onde, anche se come ben sappiamo non sia proprio facile o tranquillo come fare una passeggiata in una piacevole mattinata primaverile.

Ecco perché abbiamo chiesto al nostro esperto Andrea (ND Fly) Gandolfo alcuni consigli per sopravvivere al meglio tra le onde.

AndyKite-31

 

 

PJ: Abbiamo letto in passato qualcosa di tuo, sicuramente tecnico in merito a manovre e tricks, ora volevamo però avere qualche chiarimento in più in termini di sicurezza nel wave. In tutti questi anni di pratica personale e di camps nelle onde ne avrai viste di tutti i colori.  Per cominciare, in maniera generale, quali pensi siano i prerequisiti fondamentali necessari per entrare in acqua con condizioni impegnative e far si che i rischi di brutte esperienze rimangano ridotti al minimo?

ND: Quando capita qualcosa tra corrente e frangenti, i nervi saldi sono fondamentali, se si perde la calma per una sensazione d’inadeguatezza, l’evento sfortunato degenera facilmente in qualcosa di triste. Nello specifico del nostro sport direi: essere abili nel rilanciare il kite dall’acqua con rapidità qualunque la maniera in cui questo sia caduto, avere un buon controllo della tavola wave nel risalire il vento senza esitazione in heel e toe side, aver praticato già diverse volte e con successo il self-rescue in condizioni di vento e corrente differenti, saper praticare il self-landing in qualunque condizione di vento e spazio disponibile.

Aerial

 

 

PJ: Quindi? vietato entrare in mare senza la padronanza di quanto appena citato?

ND: Ovvio che ci sono giornate e giornate, più la condizione è impegnativa più bisognerà aver padronanza. Nessuno meglio di noi stessi è in grado di valutare non appena si entra in acqua. Se la sensazione in base alla giornata è che le mancanze porteranno a danni, allora sarà meglio rimanere fuori invece che mettersi e mettere gli altri, o il solo materiale, a rischio. La sola convinzione psicologica di non essere all’altezza è sufficiente affinché qualcosa accada, è più che dimostrato, per non parlare del fatto del come finirebbe il divertimento nel continuare a stare in acqua con la paura. Nessun divieto, ma non ci si aspetti di passare qualcosa di piacevole se qualcosa succede; quanto meno la padronanza di certi prerequisiti, tanto più spiacevoli le conseguenze.

 

Leash

PJ: Chi ti conosce sa che molto spesso ti sei cimentato in spot mai frequentati e condizioni completamente sconosciute, in Australia tra i windsurfisti quando il kite nelle onde era alle origini, in un anno di viaggio in Indonesia alla ricerca del reef perfetto, in due anni alla scoperta nelle Filippine passando da un’isola all’atra. Avresti una regola, un consiglio su tutti da mettere in pratica ogni volta prima di entrare e affrontare qualcosa di nuovo?

ND: Non entrare in uno spot sconosciuto se nessuno sta in acqua e nessuno può dare indicazioni e’ una regola importante. Ciò che di sicuro mi ha aiutato, e che si è evoluto sempre di più trovandomi in posti nuovi è l’attenta valutazione dei rischi a priori. Non semplicemente e stupidamente entrare e vedere come va. Lasciami spiegare. Per me un posto nuovo, a prescindere dal fatto che ci sia o non ci sia stato già qualcuno a praticare, è un covo di pericoli. Nonostante quello che possa sembrare, ogni zona del mare in cui potrei per volontà o meno arrivare, ogni possibile zona di lancio e di atterraggio, meritato sempre di essere analizzati a priori come potenziali fonti di rischio. Non perché effettivamente lo siano, ma perché come ripeto sempre agli allievi, qualsiasi il livello, anche al campione in possesso della migliore attrezzatura qualcosa di non controllabile e non voluto può sempre capitare. Quindi, di fronte ad un nuovo spot, anche dopo aver ascoltato con massimo rispetto le indicazioni dei locali se presenti, mi metto sempre ad analizzare le varie possibilità di lancio, tutte le zone in mare dove andrò o dove potrei arrivare per qualunque motivo, e tutte ma proprio tutte le possibili zone di ritorno a riva. E lì con la testa, via giù tutto il massimo del pessimismo, pensando a tutto quello che potrebbe succedere in ogni zona e a come reagire nel caso qualcosa accadesse. E’ una metodologia di analisi che mi trasmette tanta sicurezza quando ben effettuata. Un modo di cimentarmi che mi ha sempre aiutato a sviluppare nuove idee, a simulare mentalmente situazioni che altrimenti avrei dovuto aspettare accadessero solo nella realtà, con il rischio di trovarmi spiazzato. Sono certo che sensibilizzarsi in questo senso possa aiutare chiunque a correre meno rischi, ad affrontare le situazioni spiacevoli con maggior tranquillità e preparazione, nonché a riconoscere quando è il caso di lasciar perdere, qualunque sia il livello.

PJ: Insomma, in una frase, prevenire invece che curare.

ND: esattamente, lo spirito guida di ogni scuola di salvamento in mare.

PJ: Veniamo ora ad argomenti più specifici, dubbi classici che ti saranno stati proposti chissà quante volte visto l’orientamento della tua pratica d’insegnamento verso il wave. Il primo: leash o no leash?

ND: no leash! Assolutamente no quando alle prime esperienze, e anche dopo un bel po’ che si pratica con la tavola wave; assolutamente no in condizioni nuove, insomma, meno è meglio è. Ci sono spot dove entrare senza leash comporta un’elevata probabilità di danneggiare la tavola, come spot con shore-break serio o rive coralline o rocciose. In tali casi il mio consiglio è di utilizzare il leash quando l’onda è ben nota e altrettanto sono note le varie possibilità di perdita di controllo nello spot. In questi casi se proprio deve essere, che sia lungo, 2-3 piedi più della tavola, affinché non ci costringa a rimanere troppo vicini quando travolti, e almeno di 8 mm di spessore, per evitare rotture facili. Se proprio si deve utilizzare è opportuno fare delle prime uscite nello spot puntate esclusivamente alla pratica con il leash. E’ altrettanto importante praticare abbastanza in condizioni prevedibili per capire come non legarsi le gambe nelle transizioni. Quando il leash è alla gamba si deve essere sempre in allarme, e tra tutte le cose da tenere in considerazione nelle cadute, bisognerà tenere a mente anche che la tavola è lì accanto, cercando sempre di sapere dove. Non sapere esattamente dove sta vorrà dire andare a caso con il controllo del kite, rischiando poi di tirarci la tavola addosso. E’ uno stress aggiunto, ma come tutti gli stress, può arrivare a uno stadio controllabile, grazie alla pratica e alla gradualità. Il casco, specialmente ai primi tentativi è un obbligo.

Wave

 

 

PJ: quindi niente leash, a meno di non avere molta esperienza acquisita con diligenza e solo quando in posti dove il surfino è a serio rischio per la sua integrità’. Però effettivamente, quando si esce tra le onde e la tavola viene persa diventa impegnativo il recupero con i frangenti che la portano via di continuo. La tentazione per il leash diventa forte per evitare di passare la giornata in body drag, no?

ND: Anche no. Bisogna imparare a tenere sotto controllo la tavola dal momento in cui viene persa, cercando aiuto e sostegno dal kite. Bisogna sempre osservare se la tavola è finita oltre il frangente che si stava surfando o è stata presa e sta andando verso riva. Capito questo o si va a recuperarla immediatamente fuori o ci si butta in body drag velocemente verso riva rincorrendo letteralmente la tavola e tenendola continuamente sott’occhio.  Aiutarsi in questa seconda ipotesi con un frangente successivo per il body drag senza dover potenziare troppo il kite, perdendo cosi’ poca acqua sottovento, è fondamentale per ridurre i tempi. Alle brutte, persa di vista la tavola la cosa migliore è dirigersi a riva velocemente, e una volta in spiaggia, in piedi e più alti, cercare di scovarla. E’ veramente solo questione di pratica. In termini di sicurezza durante i tentativi di recupero l’attenzione maggiore deve essere posta nel non trovarsi mai con la tavola tra noi e il frangente, andando a recuperarla sempre avvicinandosi da fuori e non dalla riva, così da evitare che un’onda ce la tiri addosso. E qualora questo accadesse nei passaggi in body drag, come un buon surfista sa, immergesi, senza esitazione!

PJ: Abbastanza chiaro in teoria! Veniamo ora a un tema scottante, le precednze… C’e’ sempre tanta confusione in merito quando si parla di onde.

ND: Vero… ma su questo tema io rimango molto drastico, ho un’idea ferrea, appresa da Ben Wilson… e mi piacerebbe che il prima possibile potesse essere condivisa e messa in pratica da tutti: “leave free the riding way”. Con il kite è assai più facile che con il surf da onda o con il windsurf togliersi dalle scatole, quindi, una volta chiaro dove si parte a surfare e dove si arriva il discorso si chiude da se: fare in modo di non essere sulla traiettoria e di non interferire, anche con il proprio kite, con quello che è lo spazio che viene occupato da chi sta surfando l’onda.  Siamo in acqua per le onde no? Quindi lasciamo surfare chi sta surfando. Così facendo, tutti, surferemo senza interferenze quando sarà il nostro turno. Ci sono tante di quelle onde in una giornata che chi vuole veramente divertirsi non starà a complicarsi la vita cercando di complicare la vita agli altri. Ovvio che dove lo spot non è prettamente wave si crea il panico, e il mio consiglio nel caso è di sentire un po’ come la vedono i locals prima di trovarsi a fare qualcosa che si crede sia giusto, quando in realtà non lo è per le abitudini del posto.

PJ: più andiamo avanti e più si chiarisce una cosa: bisogna far gavetta, questo ci aiuterà a limitare danni e disagi. Ma nonostante tutto l’impegno e’ inevitabile che la mazzata arrivi di tanto in tanto. Quante volte ti sarà capitato di trovarti con il timing perfetto, tutto ben impostato, ma nonostante questo sei andato giù, e con te senza più controllo anche il kite. Cosa fare e come reagire nel caso il kite venisse travolto da un set di onde successive? Mollare tutto? o attendere agganciati che le cose si calmano così da essere pronti a ripartire se le linee non si sono aggrovigliate?

ND: sfortunatamente ne devono capitare un bel po’ di queste situazioni per capire se e quando è il caso di attivare il quick release, o rimanere agganciati. L’istinto è di non farlo, ma in diversi casi può essere necessario, e non essere pronti potrebbe significare non poterlo più fare affatto. La cosa più importante a mio avviso quando e’ ormai chiaro che un’onda arriverà al kite prima che questo possa ripartire e’ di portare subito una mano al quick release e attendere il tirone, se questo e’ intenso e non accenna a diminuire e’ opportuno agire sul sistema di sicurezza, tanto per il kite, che potrebbe essere danneggiato, che per noi stessi, visto che potremmo ritrovarci a essere tirati sotto per tutto il tempo che il kite rimarrà preso nell’onda. In genere lo sgancio basterà a far tranquillizzare le cose immediatamente; qualora la giostra ripartisse sarà meglio non titubare e attivare anche il quick release del leash del kite. Bisogna imparare a vincere la preoccupazione di abbandonare il kite, se la potenza in gioco e’ tanta meglio lasciarlo libero, verrebbe comunque distrutto se rimanessimo a fare da contrappeso.

Ricordiamoci del pericolo della tavola se e’ attaccata, cercando di capire dalla tensione del leash dove e quanto sta tirando; teniamo a mente che anche se non vediamo il kite mentre siamo travolti la tensione dal chicken loop sul corpo può trasmetterci una buona idea di dove più o meno possa essere. Se fatto tutto questo il kite viene comunque giù, massima grinta nel riportarlo in aria, e quando e’ chiaro che non verrà su prima che venga travolto prepararsi con una mano al quick release, se la mano non e’ lì e la pressione diventa troppa non riusciremo probabilmente più ad attivarlo.

Turn

 

PJ: Bene Andy, grazie molte per questo tempo che ci hai dedicato, siamo certi che i nostri lettori apprezzeranno, ci risentiamo per il prossimo numero di 4Kitesurf! Intanto, in bocca al lupo lì nelle Filippine!

ND: Grazie a voi per la possibilità’ che mi date di far conoscere le mie idee! per chiunque volesse approfondire praticamente e ne avesse la possibilità’, da giugno si riparte con l’attività in Brasile! Un bel po’ di progetti anche per il wave per la prossima stagione! A presto, buon lavoro e buon vento a tutti!

Andy    (Andrea Grandolfo)

NDfly kitesurfing www.ndfly.it

 

 

Potrebbe interessarti anche

Commenti

edicola digitale