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Matteo Della Bordella: il K7, l’alpinismo esplorativo e il coraggio di tornare indietro

di - 18/08/2026

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Intervista di Giulia Colangeli

Dal sogno del K7 in Pakistan alle sfide dell’alpinismo esplorativo: il racconto di una spedizione estrema e di una filosofia che mette la vita davanti alla cima. Matteo della Bordella giovedì 20 agosto sarà ospite alla Settimana della Montagna di Malé, in Val di Sole, per accompagnare il pubblico dentro le sue avventure e alla scoperta di un alpinismo da fuoriclasse

C’è un momento, in ogni spedizione, in cui la montagna costringe a scegliere. Non tra successo e fallimento, ma tra ostinazione e lucidità. Per Matteo Della Bordella, uno dei più autorevoli interpreti dell’alpinismo esplorativo contemporaneo e membro dei Ragni di Lecco, quel momento è arrivato a oltre seimila metri, lungo la cresta finale del K7, nel Karakorum pakistano.

La vetta era lì, vicina. Ma davanti al team di quattro, Matteo Della Bordella, Mirco Grasso, Luca Ducoli e Giacomo Mauri, incombevano enormi cornici di neve, instabili. Bastava un passo in fallo, uno sbalzo di temperatura, uno strato di ghiaccio poco adeso al resto…

«Quando Luca è avanzato gli è crollata una cornice davanti agli occhi. In quel momento abbiamo detto: calma. Siamo arrivati fin qui, okay. E da quel punto in avanti saremmo stati davvero senza controllo della situazione, solo in balia di quello che poteva succedere. Portiamo a casa la pelle e va bene così.»

La decisione è stata quella più difficile: rinunciare. Una scelta che, per chi vive la montagna ai massimi livelli, vale quanto una cima conquistata.

«Certo, dispiace non essere arrivati in vetta. Ma con tutta la neve che c’era non era possibile. Siamo comunque molto contenti: già arrivare fin lì è stato un grande risultato».

Un sogno chiamato K7

L’idea della spedizione è nata da un obiettivo che Della Bordella coltivava da anni: aprire una nuova via su una grande parete d’alta quota, sui settemila metri.

Il K7 è una montagna poco nota al grande pubblico, oscurata dalla fama del vicino K2. Tra gli alpinisti, invece, rappresenta un autentico terreno d’elezione: severo, tecnico, ancora ricco di possibilità esplorative.

«Aprire vie nuove è la cosa che mi piace di più. Mi affascina unire l’alta quota alle difficoltà tecniche. Era un sogno che avevo da tanto tempo.»

La parete scelta dal gruppo era imponente: circa duemila metri di sviluppo, completamente vergine. «C’erano tutti gli ingredienti che stavamo cercando», racconta.

Non una salita da ripetere, ma una linea da immaginare, costruire metro dopo metro, affrontando l’incertezza che rende ogni spedizione un’esplorazione autentica.

La sfida del K7 tra neve, ghiaccio e alta quota

La realtà, però, si è rivelata ancora più dura delle aspettative.

Le nevicate continue hanno trasformato la montagna in un ambiente quasi invernale. Il team ha impiegato molto più tempo del previsto per avanzare lungo la parete: circa 1.600 metri di misto distribuiti su una trentina di tiri di corda, con bivacchi oltre i seimila metri e temperature ampiamente sotto zero. «Quando siamo arrivati davanti alla parete ho pensato: questa non si può scalare. Poi qualcosa è cambiato. Scalando e provandoci, sono entrato nel mio flow. Ho capito che sì, era possibile. Sarebbe stato difficilissimo, ma potevamo salire».

Ogni giorno significava risolvere un problema nuovo: trovare una linea, scavare una cengia per la tenda, individuare un punto sicuro dove trascorrere la notte, affrontare lunghezze di ghiaccio verticale e roccia carica di neve.


A rendere speciale la spedizione è stato il gruppo. Accanto a Della Bordella c’erano tre compagni più giovani: Luca Ducoli, cresciuto nel CAI Eagle Team seguito proprio da Matteo, Giacomo Mauri dei Ragni di Lecco e Mirco Grasso, con cui aveva già condiviso importanti esperienze in Patagonia.

Per la prima volta, racconta sorridendo, si è trovato a ricoprire un ruolo diverso: «Di solito sono io quello che spinge. Questa volta ero quello che invitava alla prudenza. Il loro entusiasmo, soprattutto nelle fasi più difficili, si è rivelato fondamentale. Mirco in particolare era sempre ottimista. Mi trascinava. Ogni giorno riuscivamo a fare un pezzetto in più, a scoprire qualcosa in più».

E quando è arrivato il momento della rinuncia, la decisione è stata condivisa.

«Il ricordo più bello è proprio nel gruppo. Ci siamo sostenuti nelle difficoltà e abbiamo valutato insieme anche la scelta di tornare indietro, senza discussioni: eravamo tutti sulla stessa linea».

La curiosità come motore di una vita

Classe 1984, laureato in Ingegneria, Della Bordella ha iniziato ad arrampicare a dodici anni insieme al padre. Dal 2006 è membro dei Ragni di Lecco, gruppo con cui è cresciuto fino a diventare uno dei protagonisti dell’alpinismo internazionale. Patagonia, Groenlandia, Pakistan, India sono alcuni dei luoghi dove ha aperto nuove vie seguendo uno stile essenziale, leggero e rispettoso della montagna: per lui «la sfida è raggiungere le pareti più remote e salirle con il minimo materiale possibile».

Ma cosa spinge un alpinista a cercare continuamente l’ignoto?

La risposta è semplice: «Il motore di tutto è la curiosità. Arrivi in un posto e ti chiedi cosa ci sia un po’ più in là, scali un tiro e ti immagini come sia il prossimo. Ogni spedizione è diversa dall’altra, c’è sempre qualcosa in più da vedere».

Una curiosità che, però, convive sempre con la consapevolezza del rischio: «Ci sono posti dove, ovviamente, se prendi una decisione sbagliata puoi non tornare a casa. Bisogna avere il desiderio di spingersi un po’ più in là, ma sempre con rispetto dell’ambiente e le sue condizioni».

Anche oggi, da padre di famiglia, quell’equilibrio resta una ricerca continua. Come gestire le esigenze di una famiglia e coordinarle con la sete di avventura, spingendosi sempre al limite? «Non ho una risposta. Ma di grandi spedizioni ormai ne faccio una all’anno. Poi cerco di conciliare tutto anche coinvolgendo la famiglia. In Patagonia, per esempio, quando è stato possibile sono venuti sempre con me».

E forse, è proprio questa maturità a rendere ancora più significativa la scelta di fermarsi a pochi metri dalla cima. Quando non si è solo a un passo da una conquista, ma anche dalla concreta possibilità di perdere quanto si è costruito dall’altra parte del mondo, la vera impresa non è più raggiungere la vetta a tutti i costi, ma avere la lucidità di capire quando è il momento di tornare a casa.

Matteo della Bordella sarà ospite alla Settimana della Montagna di Malé, in Val di Sole, e racconterà agli astanti questa e le altre sue grandi avventure. Il 20 agosto guiderà il pubblico dentro i grandi spazi del Karakorum, della Patagonia e delle montagne più remote del pianeta, raccontando immagini, emozioni e scelte che fanno dell’alpinismo esplorativo una delle forme più affascinanti dell’avventura contemporanea. Il tema della VI edizione della Settimana della Montagna è il limite, trattato in tutte le sue sfaccettature: Matteo della Bordella, fuoriclasse che ha sempre portato al limite la sua carriera da alpinista, che con il limite ha giocato e dal quale ha imparato, porterà sul palco una riflessione sull’argomento che dura da tutta la vita.

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Diplomato in Arti Grafiche, Laureato in Architettura con specializzazione in Design al Politecnico di Milano, un Master in Digital Marketing. Giornalista dal 2005 è direttore di 4Actionmedia dal 2015. Grande appassionato di sport e attività Outdoor, ha all'attivo alcune discese di sci ripido (50°) sul Monte Bianco e Monte Rosa, mezze maratone, alcune vie di alpinismo sulle alpi e surf in Indonesia.