Testo e foto: Giacomo Veduti
Esistono moltissime declinazioni diverse dell’arrampicata, che dipendono dalle modalità, dai luoghi e dalle regole di riferimento delle scalate: falesia, vie lunghe, boulder, palestra, indoor, outdoor, solo per citarne alcune. A questa lista aggiungerei l’arrampicata in Dolomiti, che costituisce secondo me un mondo a parte.
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Arrampicare sulle vie classiche delle Dolomiti
Anche qui è importante fare delle distinzioni perché non tutte le arrampicate dolomitiche sono uguali. Io parlo soprattutto delle linee classiche aperte su queste montagne fino agli anni ‘50, vie che non presentano difficoltà estreme dal punto di vista del grado, ma che costituiscono delle vere e proprie avventure. A volte sono impegnative per via della lunghezza, che include anche gli avvicinamenti e le discese, oppure perché la ricerca del percorso da seguire non è così semplice. Oppure per la quantità e la tipologia di protezioni che si trovano sulla parete, che spesso richiedono manualità ed esperienza nell’utilizzo di strumenti diversi dal classico rinvio usato in falesia.

Cinque Torri: il primo approccio alla roccia dolomitica
Sulle Dolomiti però non ci sono solo vie classiche, si può arrampicare su vie molto diverse, anche a pochi passi le une dalle altre. Le Cinque Torri sono un luogo fantastico per abituarsi alla dolomia e salire su vie corte ma di grande soddisfazione. Noi abbiamo scelto di iniziare qui, tra le guglie di calcare che si ergono su un altopiano sopra al Passo Falzarego.
La prima scalata è sulla Torre Inglese: una torre molto scenografica per la sua forma affilata che richiede solo due tiri di corda per arrivare in cima. Poco più in là invece decidiamo di salire su una via di V grado protetta interamente a spit. Cinque tiri per arrivare in cima alla Torre del Barancio, dalla quale una bellissima calata di 50 metri permette di ritornare alla base. Qui, in un ambiente di montagna, dobbiamo tenere conto di un elemento che in altri contesti non è così importante: le condizioni metereologiche. Un temporale in falesia può essere innocuo se la macchina è a 5 minuti di distanza, ma quando ci si trova su una parete a centinaia di metri di altezza la pioggia potrebbe essere un problema.

Per nostra fortuna cadono solo poche goccia d’acqua quando manca un tiro alla cima e, ad eccezione di qualche presa un po’ bagnata, riusciamo a salire tranquillamente. Dato però che vediamo avvicinarsi il temporale e sentiamo i tuoni, scendiamo abbastanza rapidamente per arrivare il prima possibile al rifugio. Le previsioni meteo avvertivano della possibilità di temporali nel pomeriggio e infatti dopo neanche un’ora inizia a piovere. I sentieri che la mattina erano piuttosto affollati sono ora deserti e anche il rifugio è molto silenzioso. Aspettiamo che smetta di piovere per scendere velocemente dal sentiero e ritornare alla macchina. Nel frattempo decidiamo cosa fare il giorno seguente.

Dalla Cinque Torri alla Tofana di Rozes
Di fronte alle Cinque Torri si staglia un’altra cima imponente e iconica delle Dolomiti: la Tofana di Rozes. Proprio qui vorremmo salire domani, lungo una delle vie classiche che percorrono gli evidenti spigoli del versante sud. Alla fine scegliamo la via Alverà Pompanin sul primo spigolo, soprattutto pensando alle tempistiche e alle possibili piogge del pomeriggio.
Dato che dalle 15.00 il meteo potrebbe peggiorare vogliamo essere certi di essere già in cima prima di quell’ora. Decidiamo dunque di mettere la sveglia alle 5.00. Partendo così presto dovremmo riuscire a rientrare prima dell’arrivo dei temporali. Il nome della via viene dai primi due scalatori che si sono avventurati su questo spigolo e hanno raggiunto la cima nel 1946. Lo spigolo, visto dal rifugio Dibona dal quale parte il sentiero di avvicinamento sembra essere una lama affilata staccata dal resto della gigantesca parete della Tofana.

Il fascino dell’arrampicata classica sulle Dolomiti
Non so spiegare il fascino di queste scalate se non come un insieme di emozioni ed esperienze uniche. Osservare la linea di salita prima e dopo averla percorsa, camminare verso la parete con le corde e tutto il materiale da arrampicata, cercare il percorso più semplice e gli appigli migliori senza sapere esattamente dove andare. Confrontarsi con i compagni di cordata per decidere chi sale per primo, quanti metri mancano alla fine della corda, quale potrebbe essere la direzione migliore, leggendo le relazioni di chi è salito in precedenza o studiando la linea tracciata su una fotografia.
Aspettare nei punti di sosta che chi sta scalando raggiunga la sosta successiva, osservare il panorama che cambia mentre si percorrono lentamente centinaia di metri verso l’alto, guardare il vuoto che a volte spaventa e a volte entusiasma, superare un passaggio difficile con i movimenti giusti. Raggiungere finalmente la cima sapendo che ora manca solo una lunga discesa. Una via classica sulle Dolomiti è tutte queste cose, ma anche più profondamente un approccio diverso alla roccia e alla montagna.

L’etica dell’arrampicata sulle vie classiche
Mi piace l’idea di lasciare poche tracce lungo il percorso, di utilizzare le fessure, le clessidre e gli speroni di roccia per salire in sicurezza. Sulle vie classiche si trovano pochissimi spit, (i chiodi che vengono piantati dopo aver forato la roccia con un trapano). Di certo non esiste una salita a impatto zero, perché il nostro passaggio ha sempre e comunque un peso, ma preferisco accettare certi limiti di sicurezza e difficoltà, piuttosto che salire grazie a una lunga serie di fori scavati nella parete.

Rispettare la montagna oltre la ricerca della sicurezza
Da appassionato di arrampicata però mi rendo conto che questo discorso ha dei limiti; spesso io stesso salgo su vie completamente attrezzate a spit. Senza questi sarebbero davvero poche le pareti che sarei in grado di scalare. L’etica delle Dolomiti su queste vie “classiche” allora può essere un insegnamento e un promemoria, per ricordarci di rispettare sempre l’ambiente in cui facciamo arrampicata o qualsiasi altra attività outdoor. Il fascino e la bellezza di queste montagne possono insegnarci ad avere una visione un po’ meno antropocentrica, nella quale a contare non sono soltanto la sicurezza, la comodità e lo svago dell’essere umano.






