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ARNO – IL FIUME DIMENTICATO Discesa in SUP

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ARNO – IL FIUME DIMENTICATO Discesa in SUP da Firenze a Marina di Pisa.

Ho un tarlo che vaga libero ed incontrollato nella mia testa sin da quando ero bambino e che, non riuscendo a dargli un nome preciso (forse complesso di Ulisse?), si può esprimere con le seguenti parole: esplorare, scoprire e di nuovo esplorare. Intorno a questo tarlo ronzano tre mosche, tre domande che suonano: Come? Dove? Quando? Così ecco, per buona pace mia, e solo mia, le mie personali risposte…Al come è semplice rispondere: sempre e comunque lentamente, a piedi, a nuoto, in bicicletta, con una pagaia in mano, con gli sci, lo skate board, il monopattino o qualsivoglia altro mezzo purché a propulsione umana, con le proprie forze e la propria determinazione. Con questo non voglio ovviamente dire che disdegno una bella discesa tecnica in mountain bike o un bel free ride in snow board solo perché è veloce per gravità ricevuta…Già il dove richiede una risposta più elaborata: è naturale sognare viaggi in paesi lontani ed esotici ma la realtà della vita, come si sa, ci rema contro: bilancino (come dice il mio amico Meinrich) con il conto in banca, poco tempo, impegni di famiglia e lavoro… Ripercorrendo spesso i miei ricordi di bambino nella ridente e perfetta Helvetia mi torna alla mente di come ci bastasse andare sul ruscello nel bosco dietro casa per vivere avventure epiche ed indimenticabili. La risposta era lì: basta scoprire o riscoprire i posti dietro casa, bastava cambiare la prospettiva (la prospettiva lenta è ovviamente la migliore ;-)), i posti che diamo per scontati e che riteniamo poco interessanti perché sotto il nostro naso e non ci siamo mai degnati di scoprire possono riservarci inaspettate sorprese. Un nordic walking notturno può cambiare completamente lo stato d’animo e il modo di sentire quella stessa strada percorsa di giorno: con la luce ti spacci per un convinto agnostico e ti sembrano degli invasati quelli che dicono di avere visto o sentito presenze soprannaturali…ma se stanotte magari qualcosa cambiasse…? E che dire della piana fiorentina nel triangolo maledetto fra Brozzi, Signa e Campi? E se la attraversassi tutta con la footbike (monopattino da adulto) d’estate e con 37° C all’ombra? Non mi potrà sembrare, almeno un po’, come avere attraversato un pezzo del deserto del Rub al Khali? Magari, almeno un po, si. E se seguissi il fiume che passa dalla mia città fino a giungere al mare (che poi ho scoperto, a posteriori, essere stato un sogno di tanti ragazzi amici miei)? Continuate a leggere e parlerò proprio di questo ma prima la terza questione: Quando? La risposta qui torna è di nuovo semplice: sempre. Ogni stagione ha la sua avventura ed ogni avventura può essere ripetuta in stagioni diverse, sotto la pioggia o sotto il sole, nell’aria tersa del mattino o nelle nebbie di una giornata brumosa. Come dice un proverbio norvegese non esiste il brutto tempo, esistono solo i vestiti sbagliati. Fatene tesoro e poi non dimenticate che, incredibile a dirsi, dopo il brutto tempo arrivano le schiarite! A questo punto avete capito il perché di tutta questa barbosa premessa: sul fiume Arno, il fiume della mia città adottiva da quasi 40 anni spesso è possibile vedere i gabbiani in volo, noti uccelli di mare ma propensi a risalire in particolare le grandi aste fluviali (o a frequentare con sommo piacere le discariche). Il loro stridio mi richiama verso il mio ambiente preferito per nativa propensione (mia madre era un’isolana): il mare. L’idea arriva come un fulmine a ciel sereno durante un corto allenamento sul fiume: non mi basta questo pezzettino davanti a casa, voglio percorrerlo tutto per esplorare e vivere questo senso continuum fra terra e mare, questa sensazione di occhi vacui persi in orizzonti lontani e che si svegliano ogni volta che vedo e sento i gabbiani sul nostro fiume. Dunque ecco un breve diario di questa micro-avventura sotto casa, lungo un fiume snobbato perché considerato solo una fogna a cielo aperto e per di più, secondo molti addetti ai lavori, con un uso improprio del mezzo.

Giorno 1 – da Firenze a Limite la decisione è presa: parto dall’Obi Hall (detto una volta Teatro Tenda) il 3 ottobre 2015. Ad accompagnarmi all’imbarco i miei amici Enrico ed Emanuele: mi aspettano 111 km di fiume, 3 giorni di navigazione (se ho fatto bene i calcoli…) e 18 trasbordi, cioè dovrò aggirare per 20 volte, perché quello si rivelerà infine il numero effettivo, briglie, pescaie e protezioni anti-erosive sotto i ponti realizzate con massi di tutte le dimensioni. Dopo avere caricato sulla tavola tutta l’attrezzatura e avere registrato una breve intervista per i posteri prendo il largo. La prima fermata è al pontile della Società Canottieri di Firenze, prima del Ponte Vecchio, per sistemare la Action Cam sulla prua. Quando dico al responsabile della struttura che voglio arrivare al mare mi risponde, con perfetto sarcasmo fiorentino: tu l’ha presa larga!. Dopo le pescaie di San Niccolò, del Ponte alle Grazie e di Santa Rosa arrivo al primo trasbordo veramente impegnativo: briglia e contro briglia delle Cascine. Muri in cemento fortemente inclinati e nessuna scala di accesso alle ali laterali dell’opera: per fortuna è tutto asciutto e lavoro di attrito, suola contro cemento. Dopo le Cascine il fiume diventa più naturale e prima di Signa scopro scorci molto suggestivi.

Mi immergo in un’atmosfera alla Huckleberry Finn fin quando non arriva un forte temporale: piove a dirotto e qui in mezzo al fiume mi sento in balia di qualsiasi fulmine che si trovi a passare da queste parti. Mi metto a contare i secondi che intercorrono tra tuono e fulmine mentre continuo a remare in modo deciso. Piano piano il tempo intercorrente tra i due fenomeni si allunga sempre di più e finalmente smette anche di piovere… tiro un sospiro di sollievo. Incapperò in altro temporale un’oretta più tardi ma oramai ci ho fatto l’abitudine. Finalmente arriva anche il battesimo dell’acqua: mentre sto pagaiando su un bel piattone fluviale improvvisamente urto con la pinna del SUP un tronco sommerso, la tavola per un momento si stoppa completamente e, senza fare in tempo a riprendere l’equilibrio, volo in acqua. Ovviamente per pigrizia non mi sono riattaccato il leash alla caviglia dopo uno dei trasbordi per cui la tavola se ne va per i fatti suoi e mi tocca fare una bella nuotatina per riacchiapparla. Mentre salgo anche la borsa, non più fissata alla tavola per velocizzare i trasbordi, finisce in acqua… per fortuna è perfettamente stagna! Risalgo e, in un gesto che ha più dello scaramantico che altro in quanto non ho bevuto neanche una stilla d’acqua delle fetida acqua dellArno, sputo innumerevoli volte. Non oserò più bere dal beccuccio dalla borraccia che avevo legata in vita: aspetterò il giorno seguente, dopo averlo ben lavata con acqua e sapone, per ricominciare ad usarla. Ho portato tutto l’occorrente (tra cui tenda, sacco a pelo, vestiti asciutti, acqua potabile, viveri, ecc.) per essere autosufficiente tre giorni, perché non so prevedere se riuscirò a coprire le tappe programmate e che dovrebbero portarmi sempre a fine tappa presso un centro abitato. Oggi, dopo 35 km, dovrei arrivare a Limite. Studiando la cartografia e la traccia GPS giungo alla conclusione che entro sera effettivamente arriverò in paese così come avevo sperato: mi decido, telefono al mitico Hotel Le 2 Palme e prenoto una stanza. Dopo dieci ore in fiume ho voglia di stare all’asciutto e non di campeggiare su una riva motosa o nell’erba bagnata. La tenda può starsene all’asciutto nella borsa stagna! Costeggiando il paese di Limite arrivo fin sotto l’hotel ma mi rendo conto che non c’è possibilità di sbarco. Mi tocca tornare indietro dove avevo adocchiato un piccolo moletto di terra battuta. Tutto ciò oramai al buio. Lascio la tavola in cima allargine, leggermente fuori vista sperando che nessuno me la rubi durante la notte ed in pochi minuti raggiungo le Due Palme con tutti i bagagli caricati sul groppone. Doccia e spaghetti allo scoglio nel ristorante accanto e poi iPad e musica dalle casse bluetooth sotto le copertine calde.

Giorno 2 – Finalmente il sole! Dopo neanche un’ora mi tolgo la giacca d’acqua e resto in maglietta e costume per il resto della giornata. Il trasbordo della pescaia a valle di Empoli si rivelerà faticoso e complicato. Riesco ad uscire abbastanza bene dal fiume ma non capisco dove posso riguadagnare l’acqua a valle della pescaia: chiedo informazioni ad un ragazzo che sta camminando lungo l’alveo e mi consiglia di spostarmi 700 metri a valle dove si trova una postazione di pesca. 700 metri, con tavola e bagagli!!! Non ci penso nemmeno. Cocciuto chiedo ad un anziano abitante del luogo, ma anche lui mi da sostanzialmente le stesse dritte. A questo punto, deciso a non farmi quei maledetti 700 metri, ricorro alla tecnologia: accendo l’iPad e vado su Google Earth dove avevo visto sull’immagine satellitare un sentierino in mezzo alla vegetazione. Mi rendo presto conto che da quando è stata scattata l’immagine la vegetazione è ricresciuta, allora comincio a farmi largo con la forza in mezzo alle fresche frasche ed infine trovo una discesa ripidissima e terrosa. Non scendo fino al fiume perché il terreno è talmente ripido che ho paura di non riuscire a risalire, vado a prendere tavola e bagagli e butto tutto giù per il pendio confidando che venga fermato dalla vegetazione prima di finire in acqua… l’audacia viene ricompensata! Ovviamente dopo la pescaia di Empoli mi tocca un’altra terribile prova: la pescaia di La Bassa con tanto di inerpicamento lungo un fosso laterale, acque stagnanti, ortiche, ecc. Dopo la Bassa mi fermo sulla spiaggetta subito a valle per fare il punto della situazione e mangiarmi una barretta di cereali. Sette od otto anni fa, per uno studio condotto del mio amico e socio Enrico, abbiamo fatto un campionamento di pesci proprio in questo punto per capire lo stato di frammentazione della continuità fluviale dellArno: il risultato è stato scoraggiante in quanto proprio qui alla Bassa la maggior parte dei pesci che risalgono il fiume dal mare viene bloccata dallaltezza pressoché insuperabile di questa opera artificiale. Non tutti sanno infatti che a risalire i fiumi non sono solo i salmoni ma anche diverse specie nostrane come cheppie, muggini, spigole, anguille, storioni e non ultimo le lamprede di mare. Inoltre molte pesci compiono dei lunghi spostamenti all’interno del fiume stesso anche senza cambiare ambiente. Ogni opera artificiale dovrebbe essere dotata di appositi passaggi per pesci (scale di risalita) per favorire la migrazione e lo spostamento della fauna ittica lungo l’asta fluviale al fine di migliorare la biodiversità ma si sa, siamo in Italia…Verso il tramonto arrivo a La Rotta e mi rendo conto che anche oggi riuscirò a percorrere la distanza prefissata: chiamo con il mio cellulare protetto da una custodia stagna l’Hotel il Falchetto a Pontedera e prenoto una stanza: anche stasera, dopo 35 km e quasi undici ore di discesa, riuscirò ad evitare a non montare la tenda e a mangiare con le gambe sotto il tavolo.

Giorno 3 – Pioggia a dirotto! È così che mi sveglio la mattina a Pontedera. Ho un attimo di vacillamenti ma poi mi decido: partirò comunque, sono convinto che prima o poi smetterà di piovere e verrà fuori il sole. La proprietaria dell’Albergo cerca di farmi ragionare dicendomi che ci sono degli ottimi treni per tornare a Firenze ma io non desisto. Se stanotte non mi hanno rubato la tavola giù al pontile partirò e, vestito di tutto punto con pantaloni impermeabili e giacca d’acqua, mi dirigo all’imbarco. Nonostante le protezioni antipioggia quando comincio a pagaiare sono già imbibito d’acqua ed inoltre, dopo pochissimo mi attende il trasbordo dei trasbordi: lo scolmatore dell’Arno, un’opera immensa che, nel caso di piene particolarmente abbondanti, permette di deviare una parte delle acque del fiume in un canale laterale per evitare esondazioni nell’area pisana. Come sempre gli ingegneri non hanno nemmeno previsto lontanamente che da queste parti voglia o debba passare qualcuno a piedi od in bicicletta, figurarsi in canoa, e per questo si beccheranno, alla fine del trasbordo, una serie di improperi sgorganti spontaneamente e senza freno dal mio cuore. Penso a delle soluzioni alternative ma infine mi tocca portare prima i bagagli e poi la tavola (in equilibrio sulla testa), per un totale di quattro viaggi da 1,5 km l’uno. Una deviazione poco simpatica per chi va a piedi, e solo perché non hanno voluto (o direi, forse, pensato, il che è anche peggio) di costruire una passerella pedonale che scavalcasse la deviazione del canale Usciana. Bastava realizzare un ponticello parallelo al canale pensile di servizio in destra idrografica. Ma evidentemente, dopo avere speso dieci miliardi di lire degli anni cinquanta, quella benedetta passerella avrebbe messo in crisi il budget di spesa previsto. Poverini, bisogna cercare di capire anche i loro problemi…Dopo un’ora e mezza sotto la pioggia quasi incessante finalmente smette di piovere e spunta il sole. Mi fermo su un isolotto in mezzo al fiume, mi tolgo la giacca d’acqua ed i pantaloni impermeabili da bicicletta e riparto asciugandomi lentamente ad una leggera brezza. Le ore passano velocemente alla pagaia, penso molto a Beppe che ci ha lasciato per sempre pochi mesi fa, compagno di mia sorella e nostro vecchio precettore di quando, i miei fratelli ed io, ancora bambini, arrivammo spaesati dalla Svizzera. Passo da Calcinaia e Fornacette, due campi da pesca della FIPS dei quali Enrico ed io abbiamo eseguito i rilievi batimetrici qualche anno fa in occasione dei campionati mondiali di pesca utilizzando un sistema di rilievo a basso costo che avevo messo a punto durante gli anni del dottorato di ricerca. Allora per i rilievi avevamo utilizzato un piccolo motore fuori bordo mentre ora, vicino alla riva destra del fiume, si è accumulata talmente tanta sabbia da costringermi a spostarmi sull’altra sponda per non restare bloccato con la pinna del SUP. Comincio a vedere in lontananza la grande cava bianca di Uliveto Terme, il paesaggio fluviale qui è molto bello ed anche il paese visto dal fiume è molto piacevole. Piano piano, ansa dopo ansa, una volta con il vento a favore una volta contrario, comincio ad avvicinarmi a Pisa, guardo con ansia il GPS fissato a prua del SUP e non vedo lora di entrare sui lungarni della città. Scopro che oltre alla famose torre pendente i Pisani hanno anche il campanile di San Michele degli Scalzi che pende fortemente in direzione dellArno! Finalmente entro sui Lungarni, passo davanti alla cittadella, antica fortificazione eretta all’estremo delle mura cittadine ed entro nel tratto finale del viaggio. Il mio amico Andrea Gennai, attuale direttore del Parco di Migliarino – San Rossore, mi ha invitato a prendere un caffè da lui: mi basterebbe sbarcare sul moletto galleggiante davanti a casa sua e mi darebbe anche ospitalità per la notte ma ho deciso che questo viaggio deve terminare oggi, inoltre mi sono già organizzato con mia moglie Maddalena per effettuare il recupero a Marina di Pisa ed il sole si sta già avviando al tramonto. Grazie Andrea, approfitterò un’altra volta della tua ospitalità. Benché cominci a sentirmi piuttosto stanco riprendo a remare in modo più deciso. Finalmente l’orizzonte si allarga e la vista può cominciare a spaziare sul Mare Nostrum. È diventato completamente buio e mi rendo conto che il mare è mosso anzi, direi parecchio mosso. Al buio, con queste onde e dopo undici ore in piedi sulla tavola inizio ad avere dei seri problemi di equilibrio: è venuto il momento di utilizzare la pagaia doppia smontabile da kayak che mi sono portato dietro per tutto il viaggio. Mi metto seduto sulla tavola e comincio a pagaiare come un forsennato con le onde che mi arrivano al traverso infradiciandomi completamente. L’idea iniziale era di fare un piccolo tratto lungo la barriera frangiflutti e poi entrare, subito a sud dell’ingresso del porto turistico, nell’insenatura artificiale dove, guardando l’immagine satellitare di Google Earth, ci dovrebbe essere una spiaggia. Il mare però è piuttosto mosso e ho una visibilità bassissima per il buio: improvviso e decido di entrare nel nuovo porto turistico, senza luci di posizione e basso sull’acqua, tengo la destra e speriamo bene… Acque calme e bel sistema di luci artificiali nel nuovissimo porto da diporto di Marina di Pisa, ma come faccio a sbarcare con una banchina che supera i due metri in altezza… niente paura, hanno previsto anche le scalette a pioli nel caso di soccorso ad un malcapitato che finisse nelle acque del porto (con tanto di salvagente accanto alla scaletta). Ho bisogno però di passare i bagagli a qualcuno e guarda caso ci sono due coppie che stanno passeggiando lungo la banchina: è fatta,
passo tutti i bagagli ad uno dei due signori e tiro su il SUP con una cima che tengo sempre legata alla prua della tavola. Nemmeno mezz’ora ed arrivano mia moglie e mia sorella con mio figlio minore, via al ristorante per festeggiare la fine dell’impresa e speriamo nei prossimi giorni di non sviluppare qualche strana malattia presa dalle quanto meno (ahimè) sospette acque dell’Arno. Alla prossima avventura (compagni di viaggio cercansi)!

 

Impressioni di viaggio finali: oramai i fiumi sono visti solo come un ambiente da sfruttare per il prelievo idrico per gli acquedotti e l’uso irriguo, per la produzione idroelettrica e per scaricare le acque dei depuratori (quando esistono). Benché vi siano pescatori e canoisti che vivono il fiume anche per scopi ludici e ricreativi, di solito questi si concentrano nell’alto corso dell’asta fluviale, mentre il medio e basso corso, in particolare dei grandi fiumi, hanno quasi completamente perso la loro attrattiva turistica e paesaggistica. Questa declassificazione del fiume, magari a favore della montagna o del mare, è dovuta in primis alle leggi italiane (o anche dalla loro applicazione) poco severa sulla depurazione delle acque (siamo alle solite), segue poi una inaccessibilità reale al fiume stesso dovuta dall’ossessione dei consorzi di bonifica a tagliare la maggior parte della vegetazione arborea a favore di chilometrici ed inaccessibili canneti e, ultimo ma non ultimo, da una mancanza della cultura del fiume più in generale. Basti pensare agli ingegneri che negli anni hanno disegnato pescaie, briglie, ponti: quasi mai è previsto un sistema (basterebbero qualche scaletta, passamani e sentieri ripuliti) di trasbordi per la navigazione leggera. Detto ciò ho scoperto sull’Arno degli scorci e dei paesaggi bellissimi tipici dei grandi fiumi che mi hanno fatto sentire un pò Huckleberry Finn. L’avifauna è ricchissima e ci sono pesci che saltano e si muovono sotto la superficie ovunque. Il SUP inoltre si è dimostrato un mezzo veloce e leggero perfetto per esplorare questi fiumi medio-grandi. Non resta che continuare ad esplorare ciò che abbiamo sotto casa e scoprire ciò che non ci saremmo mai aspettati…Qualche nota tecnica: come già accennato dal Obi Hall (Teatro Tenda) di Firenze a Marina di Pisa i chilometri sono 111, ci sono 20 trasbordi da fare presso altrettante pescaie, briglie e barriere di massi sparsi con funzione protettiva sotto i ponti. Personalmente ho diviso il viaggio in tre tappe: due di 35 km ed una di 40. Quando ho fatto la discesa cerano circa 8 mc/s (metri cubi al secondo) che sono molto pochi per l’Arno: meno acqua vuol dire in linea generale meno pericoli in prossimità di pescaie e briglie ma anche meno corrente che ci aiuta nella navigazione da monte verso valle.

Non cercate per alcun motivo di superare gli sbarramenti direttamente dall’acqua, in particolare quelli completamente artificiali (calcestruzzo) che tendono a formare rulli d’acqua estremamente pericolosi. Attenzione ai raschi ed alle acque basse: pinne e tavole rigide sono a rischio di rottura (la mia rigida l’ho dovuta riparare in quattro punti). Consiglio tendenzialmente di utilizzare una tavola gonfiabile o in polietilene (attenzione che è molto pesante).

Se mi scrivete a sebastian@aquaterra.it vi posso fornire tutti i dati GPS e KML (Google Earth) sulla posizione degli sbarramenti, su dove e come effettuare il trasbordo, dove dormire e consigli tecnici più dettagliati sull’attrezzatura.

Prima vi abbiamo presentato il su video, poi vi abbiamo fatto leggere il suo diario di bordo … MA CHI é questo uomo? seguiteci sul web …

Vedi il video: https://www.4actionsport.it/sup/2015/10/15/discesa-da-firenze-a-pisa-in-sup/

Testo e foto di Sebastian Schweizer

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