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Baffin Island, il mio Inugsuin Fjord

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TESTO E FOTO DI: Richard Felderer

ECCO IL RACCONTO NON CONVENZIONALE DI UNA SPEDIZIONE ALPINISTICA, IL PUNTO DI VISTA DEL FOTOGRAFO CHE L’HA SEGUITA.

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Baffin
“Sei libero due mesi verso giugno/luglio?” Con questa semplice richiesta si apriva la strada verso quella che è stata di sicuro la mia esperienza lavorativa più importante degli ultimi anni. È stato un po’ come vivere in un sogno, poter andare con un team di alpinisti di massimo livello ad esplorare e scalare in una zona nuova e praticamente mai esplorata. L’isola di Baffin, insieme ad Alaska e Groenlandia, fanno parte di quello che io considero essere uno degli ultimi terreni veramente vergini del pianeta, quello che mi piace chiamare “grande Nord”.
Si, contro il luogo comune, la fascia di terra e ghiaccio che si estende intorno alla linea del circolo polare è infatti un terreno di avventura incredibile, caratterizzato da linee perfette, panorami veramente infiniti e incontaminati, e dalla possibilità di vivere l’isolamento più assoluto e puro che si possa immaginare. Lontani da problemi del quotidiano, telefoni, bollette, computer, traffico. Un sogno, veramente. Senza neanche pensare troppo mi ritrovo a programmare il viaggio con la leggenda vivente dell’alpinismo e dell’arrampicata: Hansjorg Auer, l’uomo passato alla storia per aver scalato la via “attraverso il pesce” slegato. 1000 metri verticali di paura in Marmolada, e poi Iker ed Eneko Pou, incredibile!
Finiti i convenevoli, ci troviamo subito di fronte alla realtà dura, dobbiamo organizzare la spedizione.
Saremo in sette, e andremo per sette mesi a Baffin, a scalare, in isolamento totale. Non ci sarà niente, neanche il soccorso. Inutile dire che i comfort non esistono, e tutto quello che ci porteremo, ce lo porteremo sulle spalle, per cui dovremo partire con un bagaglio veramente minimale. E quando dico minimale intendo che dovremo rinunciare a qualunque comfort di base, perché qualunque cosa è di troppo. Nel team saranno 4 scalatori, 2 operatori foto e video, un uomo da campo base e un cuoco. Con una peculiarità: deve saper sparare.
Non per procacciare il cibo. Né per pericoli di malavita. Nulla di tutto questo. Ma veniamo agli aspetti pratici del pre-partenza.

Cibo
La prima cosa a cui pensare è ovviamente il cibo. Saremo in sette per due mesi, quindi “fare la spesa” non è compito semplice. Se è troppo, ce lo dovremo comunque portare sulle spalle. Se è troppo poco, potremmo anche morire di fame, o più verosimilmente sperare che qualcuno ci venga a prendere. Ma a Baffin il soccorso non c’è, e ci sono solo due elicotteri militari che effettuano anche servizio di rescue, a pagamento. Per tutta l’isola, che è grande una volta e mezza l’Italia. Quando fai la spesa per una spedizione capisci tante cose, e capisci quante cose inutili ci sono nei packaging. Al limite del demenziale. Oltre 1/3 del peso di ciò che abbiamo comprato viene buttato via prima di partire. E siccome erano più di 600 chili… penso che dovremmo stare più attenti, ma è una considerazione che esula dalla spedizione. Anche la scelta del cibo non è facile, perché fondamentalmente non puoi prendere cose deperibili, quindi le proteine sono un problema, ad esempio. Carne, formaggi, verdura, frutta, uova… nulla di tutto ciò! Posso dire che se oggi vedo un piatto di legumi o di pasta al tonno… in me si risvegliano diversi ricordi e sensazioni! Comunque tutto si risolve facendo una stima dell’apporto calorico necessario (presunto) e gestendo con attenzione la cambusa. In teoria dovrebbe funzionare.

Abbigliamento
Quando dicevo il minimo, intendo il minimo. Quindi, non facciamo gli schizzinosi e diciamolo chiaro e tondo. Alla fine dell’esperienza puzzavamo più dell’orso, ma così è se vi pare. Quindi, per due mesi, avevamo fondamentalmente 2 cambi completi, oltre a un piumino leggero, uno pesante e un Gore-Tex. Tre calzini e tre mutande. Nei due cambi c’erano quindi un intimo, magliette termiche, una tshirt, pile, micropile, scarpe da bivacco, scarponi ramponabili leggeri, ghette, guanti, berretti, Buff. Fine, se vado in val di Mello per il week end porto quasi le stesse cose!

Outdoor gear
In aereo non si può portare il gas, quello classico da campeggio. Quindi di solito nelle spedizioni si usa il white gas, che poi non è altro che nafta, che vuole i suoi bruciatori specifici. Ha il vantaggio di avere un’alta resa, anche al freddo, quando invece il gas perde efficienza oltre il ragionevole. L’inconveniente è quello classico di rovesciarsi la nafta sul sacco a pelo… Per il resto sacco a pelo caldo, sacco bivacco, una tenda classica a testa, un piccolo “dome” per la cucina e le aree comuni, due tendine monotelo da campo avanzato, sacconi da parete (145 litri), zaini leggeri e tanta capacità di sopportazione delle scomodità.
Una sola nota sul sacco a pelo: se non dovete portarlo in giro e prevedete climi umidi o bagnati, quelli in sintetico sono migliori. Non si comprimono e pesano di più. Ma non risentono delle condizioni!
Diversamente in parete o per situazioni in cui il peso conta, non c’è discussione: la piuma!

Particolarità
Beh, l’orso bianco è una realtà, e prevenire è meglio che curare, quindi avevamo due fucili da caccia grossa, ma sinceramente non so se saremmo riusciti a colpire un orso che attacca. Levi ci aveva spiegato che l’orso è più interessato alla foca, e che noi possiamo, nei suoi pensieri, rappresentare una minaccia o un competitor. Per fortuna reciproca, non è mai successo che ci venisse a disturbare, e l’unico che è passato (almeno l’unico che abbiamo visto) era sopravento e c’erano un sacco di foche sul fiordo, ben più interessanti di noi. Poi avevamo pannelli solari che sono serviti a caricare computer, macchine foto e cine e due importantissimi telefoni satellitari iridium, che sfrutta una rete di 66 satelliti orbitanti a bassa quota. Fondamentalmente non avevamo cartografia (cartacea o digitale), in quanto poco precisa e attendibile come pure i computer da polso a queste latitudini.
Chiarite le info di base… è il momento di partire! Diciamo che viaggiare su Baffin non è banale, ci volano pochissime compagnie, con aerei piccoli e costi spropositati. Abbiamo dovuto aspettare giorni fino a che tutto il materiale arrivasse all’aeroporto di destinazione, Clyde River. E da qui organizzare lo spostamento nell’Inugsuin Fjord è tutt’altro che banale! I problemi sono legati al fatto che qui… non c’è praticamente niente! Si è totalmente in balia delle condizioni, che dettano tempi e logistiche fregandosene altamente delle esigenze dell’uomo “occidentale”. Per cui siamo dovuti arrivare quando ancora i fiordi erano gelati per poter entrare in motoslitta, e aspettare lo scioglimento dei ghiacci per poter uscire in barca e contestualmente trovare delle condizioni non troppo estreme per scalare. Il che comporta arrivare con largo anticipo sul periodo medio di scioglimento, perché la transizione può durare oltre un mese durante il quale si può solo rimanere a guardare fuori dalla finestra. Quindi, aiutati dall’outfitter Levi Patilaq dopo pochi giorni di permanenza a contatto con gli inuit, partiamo per la nostra meta. Meta che è stata scelta sulla base di poche fotografie dei meteorologi della base di Clyde River che ci hanno in precedenza inviato dicendoci: “sembra un bel posto per scalare”. Questo è bastato per scatenare una truppa di sette alpinisti alla volta di un fiordo quasi inesplorato. L’arrivo è miserabile. Una sorta di spiaggia gelata, fredda e con vento e nevischio, coperta di licheni fradici e parzialmente sgombra di neve sembra essere il posto migliore dove piazzare il campo base: la nostra casa per i prossimi due mesi. Alè! La situazione è questa: siamo stanchi da sette ore di motoslitta, malgrado la luce è passata la mezzanotte, ci sono -5°c, nevica e c’è vento. Ho gli scarponi bagnati e devo montare una tenda che invece vuole volare via! Gli altri hanno lo stesso problema. Benvenuti a Baffin! Per i primi 14 giorni le condizioni sono queste, stazionarie. La cosa curiosa è che non mi sembra di puzzare, malgrado 2 cambi e l’impossibilità o quasi di lavarsi, se non con qualche salvietta. Malgrado le avversità esploriamo le valli circostanti, e capiamo perché gli Inuit girino con degli stivali imbottiti di gomma pesante e non con degli scarponi tecnici in Gore-Tex. Dopo ore e ore, neanche la migliore delle tecnologie resiste. Tutto è umido se non bagnato, siamo sulle rive di un fiordo gelato e da 15 giorni piove misto a neve. L’unica cosa è dormire coi liner o coi calzini nel sacco a pelo per farli asciugare prima, ma infilarsi a letto coi piedi bagnati non è il massimo!!! In generale le scelte fatte dal gruppo in materia di abbigliamento sono precise, entro i limiti del ragionevole i capi assolvono al loro dovere, i piedi sono perennemente umidi, ma l’avvicinamento di 4 ore alla parete tra neve bagnata, acquitrini e fiumi da guadare non credo sia una sfida onesta.

La Belly Tower
Che ci crediate o no, la parete per cui sette persone hanno attraversato mezzo mondo è ancora lì da scalare! L’unico posto in cui potevamo mettere il campo base era dalla parte sbagliata di quello che, nel giro di pochi giorni a causa dello scioglimento dei ghiacci, sarebbe diventato un impetuoso e profondo fiume d’acqua a 1° C, inattraversabile.
Fortunatamente le pareti vergini qui non mancano, e in un giro espolorativo, in fondo a un ghiacciaio ci era sembrato di vedere una parete verticale che si stagliava precisa sull’orizzonte. Con un profilo vagamente a forma di pancia da birraiolo bavarese. Con l’entusiasmo di nuovo alle stelle e una parete di 800 metri mai vista da anima viva e ovviamente mai scalata, bella, difficile e verticale per oltre 500 metri la spedizione trova la voglia di provarci ad ogni costo!

Il tempo migliora
I primi tentativi alla parete sono stati fatti in condizioni improbe, con avvicinamenti infami e bivacchi di fortuna: non lo dico da eroe, lo dico come condizione oggettiva. Non abbiamo rischiato la vita in stile “real tv” o populismi del genere. “Potevano morire!” direbbe una voce ormai nota al grande pubblico. Ma no, non diciamo sciocchezze, vivere la fuori è difficile ma bello, ci si adegua in fretta e basta fare un po’ di attenzione e chiunque avrebbe potuto venire al seguito. Di certo non poteva scalare l’8b, o portare per 5 ore di fila carichi da 35/40 kg (che se non ti aiutano non ti alzi in piedi!), non chiunque, per il resto l’avventura bisogna un po’ cercarsela, e il bilancio è più che positivo! Certo, abbiamo sofferto, abbiamo agito in condizioni difficili fisicamente e mentalmente, prendendo neve e pioggia e dormendo nelle tendine monotelo da campo avanzato direttamente sul ghiacciaio. Ma basta farlo! Non è il caso né di fare gli eroi, né di farla tropo facile. Certo, i big, in queste condizioni non devono tirar sera, devono ancora scaldare i motori e scalare in libera al massimo delle possibilità umane. Senza letto comodo, pasti regolari, comfort fisici e mentali. E sapendo che se ci si fa male, può essere veramente serio. Qui non ti aiuta nessuno e sei a 100 km di pack e natura selvaggia dal primo avamposto civile. Un villaggio isolato di 800 anime. Se mai dovessi arrivarci!

Ma il tempo migliora, per fortuna!
D’altronde dopo 20 giorni di tempo infelice ormai si era persa la speranza di tirare la libera, e dovevamo pur fare qualcosa! A un certo punto, stando ai nostri barometri da polso la pressione si abbassa (si, si abbassa) e finalmente il tempo volge al bello, con finestre di due o tre giorni di cielo azzurro e temperature piacevoli, e la “Belly tower” che così abbiamo battezzato (è bello poter dare un nome a una montagna, non capita tutti i giorni!) viene in pochi giorni vinta e scalata in libera da Hansjorg Auer e dallo spagnolo Iker Pou, con difficoltà fino all’8b. Il che, pare, porti “the doors” ad essere la via scalata in libera più dura dell’isola di Baffin. Che non guasta dopo le tante sofferenze, le giornate in parete con mani e piedi al limite dell’ipotermia e scariche di pietre che hanno tagliato le corde!

Conclusioni
La conclusione è di tipo alimentare: lì abbiamo sbagliato! Abbiamo sbagliato a calcolare le calorie in più necessarie col freddo. Non abbiamo prestato attenzione al fatto che per noia all’inizio mangiavamo troppo. Non abbiamo calcolato che non sono le persone a determinare la puntualità!
Sono le condizioni di ciò che succede “la fuori”. E se il pack si sposta all’imbocco del fiordo nessuno può venirti a prendere con nessun mezzo, e lo si può sapere solo… quando si è liberato. Il che ci ha portato a fare gli ultimi dieci giorni una dieta da fotomodelle, da circa 1000 kcal al giorno quando la base necessaria era di almeno 3000! Ma siamo qui a raccontarla e un po’ di dieta non ha mai ammazzato nessuno! Abbiamo poi sbagliato un po’ coi pannelli solari, che alle latitudini estreme non prendono mai i raggi di sole da un punto vicino allo zenith bensì sempre molto trasversali. Si, 24 ore di luce, ma quelle realmente buone per caricare le pile dei vari strumenti e telefoni erano veramente poche, e col nuvolo, mentre qui riesci a lavorare, lì proprio no!

Ci torneresti?
Sono già stato 2 volte nella Lapponia finlandese, un mese in Groenlandia e adesso 2 a Baffin. E volete sapere se ci tornerei? Anche a nuoto!

La mia valigia standard
La mia valigia è una grossa “duffel bag”, impermeabile, morbida e resistente. Dentro fondamentalmente, oltre all’attrezzatura da scalata, non mancano mai undervear tecnico, un piumino, 2 calze e un berretto caldo, la testa è uno dei maggiori radiatori del corpo. Quindi un sacco a pelo in piuma da comfort zero gradi, un materassino buono. E lo sottolineo. Io mi trovo bene coi Thermarest. Diffidate da quelli economici. Dormire sul bagnato per 2 mesi sarebbe stato imbarazzante! Poi un beauty in cui tengo, oltre a shampoo e spazzolino, i compeed, antidolorifico forte, aspirina, forbici e tagliaunghie. E basta.

Attezzatura foto
In spedizione mi porto un corpo macchina Nikon d800 con 3 obiettivi dal 17 al 200 della serie 2.8, microfono per la parte video. Non uso il flash. Cavalletto Manfrotto in carbonio (è leggerissimo), comando a filo per gli scatti notturni, cavalletto nano per i lavori più estremi. Se devo andare veramente leggero porto solo la d800 e un 24-120 nuovo e una J1.
Come zaini non esistono in commercio zaini che possano servire a chi fa foto in parete. Per cui uno zaino da alpinismo, imbottito di asciugamani…

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