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Don Enzo

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Come hai iniziato a scoprire il mondo del windsurf?
L’avvicinamento a questo sport avviene quasi di pari passo con l’ingresso in seminario. All’età di ventotto anni (5.12.2000),  il 5 marzo 2001 entravo in quel luogo di formazione pensato per offrire un profondo contatto fra cielo e terra ai futuri presbiteri: nella preghiera, nello studio, nella fratellanza. Non avrei mai potuto immaginare che nel “programma formativo” di Dio c’era anche un altro tipo di contatto: quello fra cielo e mare. Certo dicendo “terra” in generale vogliamo indicare tutte le superfici, più o meno alte,  e tutte le acque più o meno profonde, per ogni contatto umano che parte da ogni latitudine e longitudine. Così, secondo questa logica, dire windsurf sta a puntualizzare uno specifico contatto tra cielo e mare.
Dopo pochi mesi, con l’arrivo dell’estate vado in vacanza per una settimana in Sardegna con il mio parroco don Marcello Stanzione (angelologo) e una coppia di amici: quattro giorni sulla Riviera Verde e tre a Palàu.
Primo giorno a Palàu: è pomeriggio, sono fuori sulla veranda della pensione, medito, guardo, un po’ in lontananza vedo il campanile della chiesa: “Don Marcello andiamo a salutare il parroco?”. Dopo qualche ora facciamo conoscenza di don Salvatore Mazza, il parroco di Palàu. Tra i due parroci nasce subito un bel feeling. Nei due giorni a seguire ci accompagnerà a visitare le lunghezze, le bellezze e anche le altezze della sua parrocchia. E proprio da una altezza, la collina sopra Palàu, quella che affaccia su Porto Pollo, che avviene la folgorazione. Stavamo osservando le varie isole, tra esse La Maddalena, ma giù, più in basso, a sinistra, vedo in acqua tante vele. È una foto istantanea che si è impressa in me. Chiedo a don Salvatore che cosa sono, lui mi dirà che sono windsurf: “Sai, qui c’è sempre vento e vengono da tutte le parti per tutto l’anno”. In piedi, di fronte a quella scena, in un pensiero lampo dico a me stesso: “Se ritorno, voglio imparare”. Un pensiero, forse come una preghiera: secca, immediata, senza essere più accarezzata.
Il resto del tempo a Palàu sarà di storia, colori e sapori; una sera siamo proprio lì a Porto Pollo: c’è sabbia, in giro sicuramente anche dei windsurfers ma nessun contatto. Si ritornerà a casa felici di aver visitato un angolo di “paradiso”. Arrivederci Sardegna.

 

Chi ti ha spinto a provarlo?
Don Marcello: lui è ritornato ogni anno in Sardegna ospite di don Salvatore. Per me l’occasione si è verificata nell’estate del 2006, ormai avanti negli studi teologici, il prossimo passo era l’ordinazione diaconale. Quell’istantanea, mai cancellata, riemerge alla partenza: chissà se
Ritornati in Sardegna siamo ospiti in una casa nelle campagne di Palau. La spiaggia più vicina è a quattro chilometri. Quando saremo lì per il primo bagno realizzo che siamo a Porto Pollo e che ci sono delle scuole di windsurf. Lo dico a don Marcello, lui mi sollecita nell’andare a prendere informazioni,  ma io resto fermo all’ombrellone, forse ora ho un po’ paura ad iniziare veramente, lì c’è il mare, ma può essere pericoloso, sto valutando fra una certa ansia. Ma d’un tratto don Marcello si allontana e dopo alcuni minuti ritorna con il depliant di una scuola con i costi scritti a mano: il reverendo non si smentisce mai per la sua intraprendenza! Leggo, guardo le foto, e poi lui perentorio: “Ti piace? Vai, approfitta!”.
Così spinto a provare andrò presso quella scuola e mi iscrivo al corso base.
Prima di questo incontro mai avevo immaginato che io, originario dell’entroterra collinare campano (Calitri -Av-), potevo diventare un appassionato windsurfer.
Oggi, riflettendo a distanza di qualche anno, noto che l’entrata in seminario ha coinciso con l’entrata nel mondo del windsurf: come dire che nei piani di Dio c’era anche un’altro seminario a cui formarsi: fatto di mare e vento, di tavole e vele. D’altronde nei vangeli Gesù fa delle profonde catechesi/rivelazioni a discepoli e folle spesso in riva o in mezzo al mare.

Chi ti ha spinto a continuare?
Il rientro a Campagna (Sa) poneva un’incognita: potrò continuare? Lì a Porto Pollo mi dicevano che dalle mie parti c’erano belle possibilità ma io non né sapevo niente. Infatti rientrato avverrà proprio “la scoperta” di “un mondo su tavola” a Salerno e dintorni. Dapprima conobbi un dentista Michele Gudice, ex windsurfer  del team Pezzullo (noto pastificio) per cui svolgeva regate. Mi regalò un tavolone Mistral (360?) e un paio di vele triangolari, quasi prima generazione e un boma (attacco a fune). Riuscirò anche a procurarmi un albero ma con quell’attrezzatura non sono mai uscito, e poi con chi?
Sarà così: all’inizio dell’estate 2007, il 30 giugno, fui ordinato presbitero; alla fine di una messa serale, sotto il portico della parrocchia di S. Bartolomeo Ap. (Eboli) dove prestavo servizio il fine settimana vicino al parroco d. Fernando Sparano (classe ‘30), parlando con un nuovo conoscente, Sergio (‘59), scopriamo di avere questo comune interesse: fai windsurf ? -mi dirà meravigliato-. Sì, ho iniziato, però ora non ho attrezzatura, non so come orientarmi, dove andare. Sergio, salernitano di origine e plurisportivo, mi metterà a disposizione dell’attrezzatura (tavola Mistral 180 e una Challenger sails 6) per riprendere gli esercizi.  Così intensifichiamo quest’amicizia recandoci insieme molti pomeriggi al litorale di Marina di Eboli. Successivamente farò diverse uscite da solo.
All’inizio dell’estate 2008 si realizza la proposta di Sergio e Dionisio (altro windsufer) di portarmi con loro nella splendida e ventosa località di Pioppi. Non avevo attrezzatura con me, passai tutto il tempo a leggere e guardare: mi fa bene, però la prossima volta vengo con l’attrezzatura!
Arrivò quel giorno, uscii anch’io: male male non andavo. Lo notò dalla riva, all’ombra del suo camper, un tale a cui avevo solo stretto la mano del “piacere di conoscerti”: un certo Gianfranco Zichittella (63).  Poi, curioso del prete surfista, mentre uscivo dall’acqua per  una pausa mi disse: prova con la mia attrezzatura! (Fanatic Geko 135 e vela 6,7). Altri mi informavano che era un insegnante di windsurf.  Fu il primo tentativo su una tavola senza deriva e le conseguenze furono evidenti: nel provare ripetutamente a mettere su la vela la corrente lentamente mi spinse lateralmente per centinaia di metri, direzione Casal Velino. Ormai esausto mollai e valutate le circostanze della riva attesi di essere accostato dolcemente ad una scogliera artificiale. E fu lì che, dopo aver corso per più di un chilometro, mi aveva raggiunto Gianfranco e nel fiatone mi disse: che paura! E quanto mi hai fatto correre! Salì sulla tavola e di bolina, bordo dopo bordo, rientrò alla base. Io, a piedi, percorsi il suo tragitto a ritroso e realizzai che era stata davvero una “maratona”!
Dopo avermi spiegato i vari errori mi disse: se vuoi imparare bene le andature devi venire a Cetara.
Significava moltiplicare le uscite riprovando anche con un tavolone da scuola ma non significava tradire il tempo e l’amicizia di Sergio, fu stesso lui a spingermi.
L’estate andò a chiudersi in un alternarsi tra Cetara e il litorale di Battipaglia (fu qui che ricevetti l’appellativo di Padre surf). Entrare nel cosmo di Gianfranco come windsurfer significa fermarsi a Cetara da più di venti anni. Compresi che era un cosmopolita di origine siculo/calabrese, cittadino battipagliese ma allo stesso tempo una sorta di cittadino onorario in quello splendido paese di Cetara che è collocato agli inizi della costiera Amalfitana. È stato promotore e gestore di un circolo. La sua è una storia da raccontare,verrebbe quasi di chiamarlo “nonno surf” seppur non è anziano (63 anni) ma realmente nonno in vita di quattro splendidi nipoti e due come zio.Cetara, che mi veniva descritta come impenetrabile nei due circoli presenti, in un modo o nell’altro è il luogo dove ho ripreso a fare le andature con il tavolone, crescendo, fino a planare.
Nel tempo, praticando windsurf, ho allargato la conoscenza delle mete geografiche del locale “mondo su tavola”: a Cetara, al litorale salernitano e a Pioppi si aggiungevano Casa del Conte, Trentova (Agropoli), Punta Licosi, portando anche me in quel turbino degli “inseguitori del vento”.

 

È vero che durante una messa pensavi all’acquisto di un boma?
Un boma, un albero, una tavola, una vela….agganciarsi con il trapezio, i piedi nelle strap… È inevitabile che anche delle emozioni/preoccupazioni sportive arrivino nella santa Messa, al limite di una distrazione… ma sono certo che il buon Dio mi abbia voluto anche così: winsurfer, e ascolta ogni mio respiro.
Soprattutto agli inizi, quando tornavo  da Marina di Eboli, mi accadeva di celebrare con la sensazione di avere il movimento delle onde sotto i piedi, (come quando scendi da una nave!), ti riporta inevitabilmente alle ore trascorse in acqua. Sembra che stai celebrando la messa su una tavola da windsurf solo che fra le mani non hai più il boma e non senti più la spinta del vento nella vela ma hai la patena e il calice e senti il corpo e il sangue di Cristo.
È sempre di questi inizi il dramma di una messa celebrata con le “mani a tenaglia”… mi riferisco al fatto che dovendo inevitabilmente sollevare moltissime volte la vela con la cima di recupero, tutto l’interno delle mani era segnato a sangue – sarà capitato un po’ a tutti – e, ritornato in parrocchia, durante la messa avevo la sensazione che le ossa delle dita fossero davvero frantumate. Mi vergognavo durante le orazioni a presentare quelle palme vistosamente arrossate e le dita che non riuscivo ad estendere ma si fermavano fino al disegno di due tenaglie: Che ho fatto alle mie mani consacrate! Resteranno così per tutta la vita? Dopo, per un po’ di tempo ho usato dei guantini. Sono stato falegname, muratore, carpentiere, ma mai avevo ridotto così le mie mani.

Potrebbe esistere una collaborazione tra chiesa e circoli di windsurf per avvicinare i ragazzi-giovani annoiati a praticare uno sport come il nostro?
Sappiamo in partenza che per praticare questo sport sono necessari acqua (mare o lago) e vento: questo presupposto non è riscontrabile per tutte le parrocchie ma, laddove ci sono le condizioni, diventa una risorsa favolosa verso i giovani.
Nel dire “giovani” riconosco un universo variegato: da quelli intelligenti ma spesso con “pochi soldi in tasca”, altri messi molto meglio, ma in entrambi i casi sovente sono vittime della spirale della noia. Tanti altri, ammettiamolo, hanno le idee chiare, con pochi o molti soldi.
Quando arriviamo al windsurf un sacerdote da solo può fare poco. Certo, un po’ di attrezzatura sempre si rimedia ma  la collaborazione di un circolo può essere davvero vincente.
Come si fanno i campi-scuola in montagna dove, praticandola, ti fai aiutare dalla sua bellezza a cercare la vicinanza di Dio, allo stesso modo si possono realizzare campi-scuola mettendo insieme formazione umano-spirituale e windsurf.
Più volte ho portato con me dei ragazzi a provare, sono sempre rimasti entusiasti seppur si sono resi  conto che l’approccio non è semplicissimo. Stiamo valutando come organizzare delle giornate che mettano insieme spiritualità e windsurf.
Conosco storie di ragazzi che hanno una profonda vita spirituale, magari ogni mattina vanno a messa e “nell’ora del vento” sono a mare.  La Chiesa ha il compito di aiutare a capire il senso delle cose e che ogni cosa può insegnarti sempre almeno un’altra cosa. Spesso noto che il windsurfer dice di amare questo sport perché lo mette a contatto con la natura: e chi lo nega! È chiaro che c’è un “sentire francescano” degli elementi: frate vento, frate sole, sorella acqua; senz’altro, ma nel windsurf c’è di più: sono quegli insegnamenti di vita di cui anche san Francesco converrebbe con noi.
Entriamo nel campo dei gesti simbolici e meditiamo ad esempio sul “rialzare vele cadute” (sembra quasi il titolo di una lettera alla propria comunità). Questo gesto parla all’uomo (giovane, prete o quant’altro) e può indicarti che nel quotidiano la vela caduta da rialzare può essere l’amico, un figlio, nella confessione è l’uomo che riemerge dal peccato, San Francesco ci vedrebbe i suoi poveri.
Questo per dire che il windsurf è nutrimento della persona (anima-corpo) e nel caso mio specifico è nutrimento del sacerdote. Scendere in acqua equivale ad una giornata di “esercizi spirituali”, quelli che anche i giovani spesso fanno. Perché tutto dipende ogni qualvolta fai un’uscita a cosa vuoi andare incontro: i tuoi limiti da superare, l’equilibrio bio-psichico da recuperare, la gioia dell’amicizia da gustare.
Il Windsurf è gioia e pena, coraggio e paura, stupore e tenacia, pianto e sorriso, disfatta e ripresa, sfinimento e rinascita, rabbia e umiltà, disperazione e volo…. continuate a scrivere voi su questi puntini!

Vuoi scrivere-descrivere qualche tua bella esperienza con il windsurf?
Parlo da sacerdote, quello che ho raccontato ha lo sguardo dell’uomo di fede. Il 18 giugno 2010, il giorno precedente la festa dei sacerdoti, ebbi in mare una grande disavventura ma oggi, a poco più di un anno di distanza, sono qui a raccontare.
Racconto un’esperienza di tecnica: avevo difficoltà nell’uso delle strap, seppur riuscissi a raggiungere velocità sostenute non riuscivo ad entrare in piena planata. Un piede, qualche volta un accenno al secondo, ma nulla di stabile. Un po’ poteva dipendere dalla tavola ma sono stato anche molto condizionato da un certo trauma che mi ha lasciato quel 18 giugno. Poi, a marzo di quest’anno, mi trovo in visita a Tenerife, Gianfranco è lì dal figlio Gay. Nel pomeriggio dell’arrivo  scendiamo a mare nella baia di El Medano. È emozionante, lì sono passati i campioni del windsurf. C’è vento di terra: pazienza, però l’acqua è piatta; sotto i piedi ho una 160 litri un po’ datata ma… ad un certo punto provo: primo piede, mi sento stabile, mi rendo conto che c’è  solo un tantino da arretrare e infatti con naturalezza raggiungo il secondo strap e vai: El Medano, si plana! (mi ferma naturalmente una capriola).
Lì, nei giorni a seguire, ho conosciuto Andrea (ndr: Cucchi): testava le nuove vele. Ricordo gentilezza e sguardo penetrante, come se con gli occhi volesse entrare prima del vento a carpire il cuore pulsante di una vela.   Comunque al ritorno non mi saranno così automatiche le due strap, anzi. Però c’è una bella storia che conosce il mare di Cetara e ci sta dentro anche la Point-7 AC0, magari si racconterà in un’altra occasione.
Come saluto racconto un aneddoto di esperienza umana. Pochi giorni fa a Cetara faccio un’uscita. Non c’è molto vento, mi limito ad una passeggiata per muovere un po’ i muscoli dopo l’astinenza di una settimana in parrocchia, magari nel frattempo il vento rinforza. Invece ad un tratto è finito il termico: la corrente spinge e per rientrare nella bocca del porto mi tocca nuotare un bel po’. Dopo un po’ chiedo un passaggio a due ragazzi con un piccolo gommone ma abbiamo problemi, continuo da me, poi sono rimorchiato da una coppia su una barca a motore. Gentilissimi, scambiamo alcune battute: loro sono della vicina Battipaglia. Alla fine, ringraziandoli, dico che se si fossero trovati a passare sul viale di Eboli di fermarsi alla parrocchia San Bartolomeo, avrei avuto il piacere di offrire almeno un caffè. Ultima cosa dico loro che sono un prete e vedo sui loro volti la meraviglia nel sapere che hanno preso a bordo un surfista prete. Non sono andati subito via: per un attimo ho avuto la sensazione come se avessero voluto chiedermi se volevo presiedere al loro matrimonio.
Cristo si è fermato ad Eboli? Se passate per Eboli, fermatevi!