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Odi et amo: elogio e critica al surfista di pianura

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Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.

Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento.

Catullo

Da Wikipedia:

Il contrasto di sentimenti che l’amore provoca (“ti odio e contemporaneamente ti amo”) è uno dei temi più comuni nella letteratura mondiale di ogni tempo. In Catullo è presente la consapevolezza della difficoltà, che si acuisce con la triste constatazione che tale difficoltà nasce indipendentemente dalla volontà umana. Al poeta non resta altro che prendere atto della situazione e soffrirne terribilmente: il verbo excrucior, che letteralmente significa “sono messo in croce”, rimanda con la sua pronuncia all’idea del dolore lacerante.

La contrapposizione tra desiderio e incapacità, tra ambizione e impedimento, tra soddisfazione e delusione. Dentro di te, surfista di pianura, è presente un tormento perenne e straziante, una sofferenza che solo chi vive la tua stessa condizione può capire. Forzato lontano dal mare, vivi ogni giorno un dramma che ti fortifica, che ti spinge sempre oltre nella ricerca del Piacere, un dramma che esalta magnificamente le tue gioie e amplifica tragicamente lo sconforto. Ciò che più ti contraddistingue è proprio questa alternanza tra piacere e frustrazione: è un contrasto unico, che in te quotidianamente si manifesta con sintomi sempre nuovi. La simbologia si spreca: Dante, probabilmente, ti avrebbe messo in Purgatorio. Il tuo sabato del villaggio leopardiano è il giorno prima di un lungo viaggio sull’oceano. Se Manzoni ti avesse conosciuto, poi, a scuola studieremmo cose più divertenti. E Freud, grazie a te, avrebbe potuto teorizzare lati del comportamento umano ancora ignoti.

Diciamocela tutta, caro surfista di pianura: fai tenerezza. Sei un piccolo grande eroe dei tempi moderni. Sei lo scemo del nebbioso e freddo villaggio di una qualunque provincia padana nella quale sei rinchiuso. I problemi del mondo non ti riguardano: quello che conta per te è solo andare in mare il più possibile. E’ il tuo dogma. E’ il primo e unico comandamento di una religione alla quale, attorno te, non crede nessuno. Per una session in più sei pronto a fare e disfare tutto da un momento all’altro, in base all’ultimo aggiornamento meteo. Per riuscire a incastrare una volta ogni tanto quelle due o tre ore in mare devi saper mollare tutto, devi saper essere egoista, devi saper mettere te stesso e i tuoi desideri davanti a ogni cosa. Non c’è davvero nessun’altra alternativa, e tu lo fai senza vergogna né senso di colpa alcuno. Per surfare la vita ti ha costretto a una battaglia continua, e tu non vuoi mai darti per vinto.

Andando contro la più sublime e primitiva essenza dell’ He’e Nalu (il Surf, nelle sue origini), tu non sei altro che un prodotto dei tempi moderni. Se stai vivendo un’emozione così grande come quella del surf, devi dire grazie alla globalizzazione che te lo ha permesso. Sei un’individualista ma sei vittima del marketing, vittima della pubblicità sulle riviste di surf, vittima delle riviste di surf, vittima sacrificale di Big Wednesday. Sei vittima del tuo vizio più sano ma che vivi nel modo più perverso. Sei vittima del tuo quiver. Sei vittima dei video di surf: ne hai una libreria piena, e ti sei guardato quei dvd centinaia di volte, studiando in modo maniacale onde e manovre, cercando di rubarne i segreti con minuziosi e attenti fermi-immagine. Sei vittima del tuo maestro di surf che, dandoti la prima lezione con lo stesso distacco e la stessa indifferenza con la quale tu vai in ufficio tutte le mattine, mai avrebbe creduto che proprio in quel momento stava creando un mostro, accendendo il fuoco dentro di te per un drittone col Bic su trenta centimetri di schiuma, fecondandoti di nozioni teoriche che presto farai tue e che cambieranno per sempre la tua vita. Caro surfista di pianura, tu sei la vera vittima della comunicazione ai tempi di internet. Sei schiavo della web-cam fissa sul tuo spot preferito, sei schiavo dell’ app per i-Phone con le mappe del LaMMa e sei schiavo dell’aggiornamento dei siti meteo delle nove di sera. Gli eroinomani in quanto a dipendenza non sono niente. Non vi è alcuna spiegazione razionale se hai impostato tra gli indirizzi preferiti sul tuo pc i link delle web-cam di spiagge distanti 200-300km da casa tua, come non vi è motivo apparente del perché le controlli almeno tre volte al giorno. Non ha senso. O forse sì: ti piace farti del male.

Caro surfista di pianura, se fossi nato con qualche decennio di anticipo, probabilmente avresti vissuto un’esistenza non necessariamente più felice, ma certamente più serena e meno tormentata. Con molta probabilità, non avresti mai conosciuto il piacere insito nello scivolare giù da una parete d’acqua in piedi a una tavola. Non te ne sarebbe importato niente di fenomeni che proprio non ti riguardano, come il libeccio, il maestrale o lo scirocco. Per te ci sarebbe stato solo il vento, punto. Mai ti saresti tirato pippe sui bordi o le pinne della tavola. Avresti continuato a giocare a calcetto con gli amici. Avresti apprezzato di più i meravigliosi scorci delle colline della tua zona. Saresti stato il classico milanese al mare. Avresti amato comunque molto il mare, ma ci saresti andato solo quei 15 giorni d’agosto, per poi ricordare l’inverno seguente quella giornata divertente in cui c’erano le onde, quando tu, inconsciamente attratto ad andare a giocare con la risacca, ti ci tuffavi dentro di testa divertendoti come un bambino al luna park. Probabilmente, sarebbe stato meglio così.

E invece ci sei dentro. Sei rovinato. Hai un chiodo fisso piantato irrimediabilmente nell’encefalo. Vivi un’esistenza parallela, che ti rende completamente scollegato con la realtà. Pensi sempre e solo a quello. Solo la parola Surf in te genera emozioni e sentimenti incontrollabili. A gennaio sotto la pioggia metti un cd dei Beach Boys e quella grigia strada provinciale diventa di colpo una highway californiana, la tua Punto una Cadillac, e quei campi marroni un oceano blu di cui tu sei l’unico padrone. Spesso sei distratto, con la mente distante, i pensieri più belli sono solo per le onde, per quelle che hai preso, per quelle che ti sei perso e per quelle che prenderai. Il Surf ce l’hai dentro. Sei intrinsecamente attratto dal mare, dai suoi odori, dai suoi colori, dal suo sapore e dal suo rumore. Se sei in pianura è solo per uno scherzo del destino, un destino a cui ogni giorno tenti invano di sottrarti.

Come tutte le cose migliori, anche questa è iniziata per caso. Vedi un giorno dei ragazzi surfare e passi tutta la giornata in estasi a guardarli. La volta dopo ancora. La terza volta ti viene l’illuminazione e pensi “anch’io”. Così scattano inevitabili le prime lezioni, i primi tentativi, e poi arriva la prima onda che lo sanno davvero tutti nonsiscordamai. Capisci che è l’emozione più intensa che tu abbia mai provato. Lo vuoi rifare. Ti compri una tavola da due soldi e allora l’estate dopo ancora, e poi ti compri la muta e incominci ad andare d’inverno, ti fai i primi viaggi, cambi tavola, pinne… Ti fai una cultura meteorologica, incominci meticolosamente a studiare mappe, modelli, previsioni… Incominci a surfare con una certa costanza, provi a uscire con condizioni sempre più impegnative, accumuli esperienza e le tue capacità piano piano migliorano. La tua crescita surfistica è stata molto lenta ma il tempo, i tuoi sforzi, il tuo impegno e la tua dedizione hanno dato i loro frutti. E così sei dentro il vortice, risucchiato senza possibilità di fuga. Su e giù, su e giù: a ogni mareggiata cerchi di esserci, ormai è diventato un rito, e la macchina quasi si guida da sola. Tutto di un tratto fare surf diventa la cura ai malesseri che in realtà non hai mai avuto, ma che ti vengono se non entri in acqua per troppo tempo. Un circolo vizioso senza fine.

Per rendere le tue giornate migliori, e avere un posto di fortuna dove dormire, ti sei pure comprato un pulmino: un catorcio di trent’anni fa che ti ha dato più problemi che piaceri. Quando l’hai preso eri convinto di aver fatto un affare, in realtà l’affarone l’ha fatto chi se ne è liberato. Tuo padre, esperto e appassionato di motori, ti aveva messo in guardia più volte, cercando di farti ragionare per convincerti a comprare un furgone moderno. Ma tu hai voluto fare il retrò a ogni costo, pagandone le conseguenze. Solo per sistemarlo hai speso più del doppio di quanto l’avevi pagato. Dopo grossi sacrifici economici, eri riuscito a farne un gioiellino, ma lui ti ha tradito nei momenti migliori. Una notte sei rimasto bloccato sul passo del Turchino sotto la neve e non è stata una bella esperienza. Un’altra volta il motore ti ha abbandonato sul più bello nel mezzo delle campagne francesi: il tuo van doveva portarti a Biarritz, ma non ce l’ha fatta. Lo hai rivenduto dopo poco più di un anno a meno di quanto l’avevi pagato.

A un certo punto trasferirti era diventato il tuo obbiettivo numero uno. Un tuo amico è emigrato in Spagna, un altro in Portogallo, due in Australia, uno a Bali e uno in California. Ce l’avevi quasi fatta a trovare un lavoro stagionale a Tenerife, ma è andata male e anche quella volta sei tornato a casa con la coda tra le gambe. Allora hai abbandonato sogni esteri, e hai iniziato a pensare che anche alcune zone d’Italia possono andare bene. Ma non c’è nulla da fare. Tu sei uno stronzo del nord, sei uno con la mente quadrata, non ce la fai, e senza la certezza di un lavoro non riesci proprio a spostarti. Come al solito è colpa del lavoro. Colpa della crisi. No, è solo colpa tua. Continui a provarci, ma in realtà non ci hai mai provato per davvero.

Aspiri a condurre una vita semplice e tranquilla, dettata dai ritmi del mare e delle onde, ma te la sei incasinata con le tue mani. Non c’è niente di più complicato nel far coesistere qualche uscita nel Mar Mediterraneo con un’esistenza in pianura, un lavoro in pianura, e magari pure una relazione sentimentale in pianura. Tutte le tue energie finiscono lì. Tutti i tuoi risparmi finiscono lì. Ogni vacanza diventa un surf trip, con buona pace per la tua ragazza, e non lasci spazio per discussione alcuna. Una volta lei ha provato a portarti a fare un week end romantico in Toscana, ricorreva il vostro secondo anno di anniversario, ma è andata male. Tu sapevi che ci sarebbe stata una piccola mareggiata, ma lei ti aveva strappato la promessa che per una volta avresti lasciato la tavola a casa, rinunciando alle onde per stare con lei. E’ andata a finire che di nascosto hai infilato la muta in valigia, casualmente siete passati dal mare e pur di prendere tre onde ti sei affittato un morbidone, lasciando la tua dolce metà per ore ad aspettarti sul pontile. Lei ci è rimasta malissimo, ti ha tenuto il muso per due giorni continuando a ripeterti cose tipo “Per te le onde sono più importanti di me”. Ma tu, anche potendo tornare indietro, lo rifaresti altre cento volte. Ogni lasciata è persa, e tu surfista di pianura lo sai bene.

Ma cosa ti spinge? Chittelofaffare? Dopo esserti ammazzato di lavoro tutta la settimana, cosa ti spinge a svegliarti pure la domenica mattina alle cinque, farti due-tre ore di autostrada per surfare magari un metro di close-out freddo e grigio? Un giorno sei pure arrivato a fare il conto: se il tuo socio inventa una scusa e non viene, andare a surfare da solo fa diventare la nota spese quasi insostenibile. Venti euro per andare e venti per tornare è solo il prezzo del casello, 50 euro di benzina, una rustichella in autogrill, e una domenica di surf ti costa 100 euro. Se prendi dieci onde, siamo a dieci euro a onda. Se l’onda dura 5 secondi, sono due euro al secondo di surf: neanche una telefonata alle Hawaii ha queste tariffe. Se poi trovi il classico mezzometrostortocolventonepienodigente (condizione non rara nelle domeniche mediterranee) allora è ufficiale: hai preso il pacco. La pazienza è la virtù dei forti, ma anche del surfista di pianura.

Ma c’è pur sempre di peggio. Un giorno ti alzi presto, vedi le tue web-cam, il meteo è confermato, è tutto perfetto: parti. Sei infuocato: oggi, pensi, mi sfondo di onde, e provo pure un paio di manovre azzardate. Mentre affronti spavaldo come sempre i tornanti tra Pontremoli e Berceto che ormai conosci come le tue tasche, tu non lo sai, ma succede qualche fenomeno atmosferico imprevedibile, gira il vento, cala il mare, arrivi, ti affacci aspettandoti la condizione perfetta, ed ecco che il Mare Nostrum ti regala la sorpresa: la piatta. Lo scenario apocalittico. Il mondo ti cade addosso. Sei sull’orlo di una crisi isterica, perché non surfi da quasi due mesi, e per scendere hai pure litigato con la tua ragazza che voleva portarti a pranzo dalla sua amica che in fondo ti sta un po’ sulle palle. Ti guardi in giro, sei solo, non sai cosa fare. Stai pensando che hai speso 800 euro per un single-fin che sei riuscito a usare appena due volte e che non userai nemmeno oggi. Anche se è nuova, la tua tavola ha già una riparazione sul bottom, perché tua mamma per farti un grosso favore un giorno è voluta venire a pulirti casa, e ha fatto cadere malamente il tuo nuovo gioiellino facendolo sbattere contro l’armadio (vergognandoti della triste verità, a un amico hai già raccontato che quel buco l’hai fatto tu l’estate scorsa contro una roccia in Sardegna durante una mareggiata epica). Ma la tua giornata ideale non è finita, e sul più bello arriva la mazzata conclusiva: trovi un ragazzo che vedi spesso, un local gentile e cordiale, ti saluta, e senza malizia o cattiveria ti fa: “Peccato che stamattina sia calato così in fretta. Dovevi essere qui ieri sera: ha fatto un sunset perfetto”.

E che dire di quella domenica di novembre? Nemmeno l’allerta della protezione civile per venti forti, piogge intense e rischio idrogeologico poteva fermarti. Sapevi che il viaggio sarebbe stato un’odissea, e che davano mare attivo. Tutto sommato le onde e non sarebbero state un granché, e poi per il week end ritornava in città un tuo carissimo amico emigrato in Inghilterra per lavoro e vi eravate dati appuntamento proprio per domenica. Ma tu sei partito, non hai voluto sentire ragioni, con il risultato di surfare appena un’oretta con condizioni praticamente impraticabili, facendo il viaggio di andata a sessanta all’ora perché le raffiche di vento forte sui viadotti potevano essere letali per il tuo long sul tetto, e al ritorno poi sei rimasto bloccato in autostrada, mettendoci cinque ore per raggiungere casa. Certi imprevisti, per il surfista di pianura, sono solo normale amministrazione.

Il Nirvana tu, surfista di pianura, lo raggiungi nella session infrasettimanale. Se azzecchi i due giorni giusti di ferie, o di finta malattia, allora Dio esiste. Una giornata in mare in tre sul picco, surfando onde lisce magari sotto il sole, diventa un giorno da ricordare con ancora più piacere se è lunedì, in pianura piove e tu avevi un importante appuntamento di lavoro a Milano. Il surfista di pianura lo sa bene: in genere il lunedì le onde sono migliori. Se la mareggiata del week-end è un concetto che di per sé non esalta i locals di alcune zone, che si vedono lo spot invaso da surfisti di pianura alle prime armi, la scaduta con vento da terra del lunedì è il sogno proibito. Un sogno che qualche volta si fa realtà, e che ripaga il surfista di pianura di tante sofferenze.

Quasi metà del tuo stipendio, surfista di pianura, finisce in viaggi. Prima di partire segui una dieta attenta e una rigida preparazione atletica: alterni in modo maniacale palestra e piscina, vuoi arrivare preparato, e sfruttare ogni singolo giorno di vacanza per surfare il più possibile. Il rapporto che hai con la tua passione è perverso e deviato: se potessi, passeresti dodici ore in acqua. Durante ogni surf trip, cerchi sempre di spingerti oltre il limite dell’umana resistenza fisica, e non sono ammesse gite o pause dal surf: il tuo unico obiettivo è surfare. Chi viaggia con te, o fa surf o se ne deve fare una ragione. Ancora prima di prenotare il volo sai già tutto sugli spot e sulle condizioni migliori con cui lavorano. Per decidere la meta ci hai impiegato mesi, e hai iniziato a pensarci appena tornato dal viaggio precedente. Quando sei al computer, se non stai controllando il meteo, o se non stai cercando qualche nuovo video di surf, certamente starai setacciando i siti con le offerte dei voli aerei, alla ricerca dell’occasione da non perdere. Il giorno della partenza sei euforico, perché sai che ti aspetta un’abbuffata di onde. Quando sei arrivato, dopo la prima session ti senti già a casa. Al ritorno avrai tante storie di surf da raccontare, ma sarai depresso, malinconico e nostalgico. Allora ti butterai su ciò che hai di più caro, sull’amore, sulle amicizie, sulla famiglia. Ma questo ti aiuterà ad alleviare la tua tristezza, ma non la tua voglia di surf. Allora, cullandoti nel ricordo delle giornate migliori che quest’ultimo surf trip ti ha regalato, incomincerai già a pianificare le prossime mete, e così all’orizzonte ci sarà un nuovo obbiettivo verso cui puntare. Il tuo calendario non è altro che un continuo e perenne conto alla rovescia verso la prossima partenza: è un conto alla rovescia, ma anche un’ancora di salvezza. Una qualunque mattina di dicembre infatti ti sveglierai, e senza un motivo apparente ti si allargherà un sorriso sul volto: nonostante il freddo, la pioggia e le bollette da pagare, sarai euforico, perché ti renderai conto che mancheranno solo trentaquattro giorni, sei ore e venti minuti alla partenza per il Costa Rica.

Che cos’è la passione? La passione va ben oltre la capacità o la bravura. The best surfer is the one having the most fun. A nessuno come al surfista di pianura un’onda può regalare così tanta gioia. Beato chi si trasferisce, forse un giorno ce la farai anche tu, oppure forse un giorno smetterai di pensarci. Intanto, caro surfista di pianura, goditi quel poco che riesci a tirare fuori da questa condizione in cui non hai niente da perdere. Poco importa che la tanto desiderata giornata epica si sia rivelata un pacco colossale. Impara ad apprezzare anche il mezzometrostortocolventonepienodigente, perché anche quello è un dono. Forse certe manovre non faranno mai parte del tuo repertorio e forse certe onde faranno parte sempre e solo della tua immaginazione. Stai cercando di convivere con la tua condizione di surfista di pianura, e forse non l’accetterai mai del tutto. E’ un percorso lungo, faticoso e sofferto. Ma tu sii felice: i locals domattina faranno pure lo spot-check dalla finestra di casa, ma a te rimangono pur sempre le tue web-cam. Le potrai spiare dal pc in ufficio e, mentre cercherai invano di convincerti che non ti sei perso niente di che, guarderai quelle immagini con la certezza che la prossima volta sarà meglio, e tu farai ancora di tutto per esserci.

Bobby

Fedele lettore e collaboratore

www.meteoesurf.it

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