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Punta de Lobos, Cile

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È bastata una telefonata da Robby Swift verso le 2 del pomeriggio che mi diceva che lo swell dell’anno sarebbe arrivato qualche giorno dopo ed ecco che la mattina seguente ero già seduto su un aereo diretto verso Santiago del Cile, per cercare di windsurfare lo spot da onda grossa più iconico dell’America del Sud, chiamato Punta De Lobos.
Nessun windsurfer ci aveva mai messo piede prima, in quanto questa location era riservata solo ai surfisti più aggressivi. Dopo l’estate Hawaiiana e un tentativo fallito di andare a Fiji, era proprio la dose di adrenalina di cui avevo bisogno.

TESTO DI Jason Polakow RIDER Jason Polakow, Robby Swift FOTO DI courtesy JP

Il Cile è colpito regolarmente da alcune delle mareggiate più grandi al mondo. Questo fattore, assieme all’acqua freddissima, rendono la destinazione una mecca per gli estremisti del waveriding, che sono pronti a sopportare le condizioni proibitive per surfare al meglio le onde ghiacciate.
Ci sono volute circa 30 ore di viaggio in aereo e una notte di sonno prima che potessi finalmente guardare il picco di questo spot così rinomato.
Il paesaggio circostante e la maniera in cui l’onda si srotola sono veramente eccezionali.

La terra si prolunga in un immenso point-break e ti permette praticamente di guardare il rider a pochi metri di distanza. Sembra praticamente di poterti buttare dalla scogliera ed essere sul picco con due bracciate. Appena a destra della zona d’impatto ci sono due maestosi atolli, popolati da grossi uccelli marini che si riscaldano al sole e ci nidificano, guardando il lineup giorno e notte. Questo scenario assolutamente unico circonda poi una delle sinistre più grosse, lunghe e perfette al mondo . Punta De Lobos è il sogno di ogni fotografo sportivo.

Sono rimasto completamente esterrefatto mentre camminavo col materiale verso la fine del point, guardando dritto verso il picco pulito di onde sui 6-8 metri! Ti sembra veramente di essere sul picco, sebbene sei ancora con i piedi a terra. Riesci quasi a percepire l’accelerazione del battito cardiaco quando i surfisti remano fino alla fine per cercare di passare i cleanup set più grossi.
Li ho guardati mentre partivano su bombe gigantesche, arrivando alla base dell’onda per poi fare il bottom turn e scomparire per un istante dietro agli atolli, riapparendo poco dopo con un’enorme parete che si srotolava lungo tutto il resto della baia.
Ogni rider là fuori è un pro oppure una figura di spicco nel mondo del surf da onda.

Mentre io guardavo incredulo questa perfetta sinistra che si srotolava per centinaia di metri, mi sentivo piuttosto intimidito. Con tutti questi surfisti nella zona, ci si sente piuttosto fuori luogo.
I surfer locali, poi, possono essere particolarmente protettivi e gelosi dei loro spot, e trovarsi in acqua un windsurfista potrebbe non fargli proprio piacere…
Mentre succedeva tutto questo, non avevo neanche pensato al windsurf finchè Robby mi ha dato una pacca sulla spalla dicendomi: “Sarà dura ma è possibile”. È stato solo in quel momento che mi sono effettivamente reso conto della difficoltà dell’impresa che avevamo scelto di affrontare.
Nessuno di noi aveva mai visto questo posto prima, e più passava il tempo, più ci rendevamo conto che non potevamo semplicemente presentarci lì con la presunzione di entrare in acqua e fare wavesailing liberamente.
Robby ha cominciato a parlare con alcuni dei rider locali e, stranamente, sembravano quasi felici che ci fosse anche un windsurfista là fuori con loro a dividersi le onde.

Il mio atteggiamento è così cambiato quasi istantaneamente da “forse ci conviene andarcene finchè possiamo” a “bhè magari riusciamo a fare qualcosa”. C’era anche un elicottero che sorvolava il picco per controllare l’azione dei surfisti e uno dei local rider è riuscito a farlo atterrare per farci parlare col pilota e farci fare qualche foto. Sfortunatamente l’elicottero non aveva porte laterali rimovibili, necessarie per le foto, e quindi questa possibilità è svanita.
Tutti, diversamente da quello che poteva sembrare, erano molto tranquilli e accoglienti, l’opposto diametrale di un sacco di altri rider in svariate location in giro per il mondo. Una volta, in Australia meridionale, sono stato rincorso fuori dall’acqua da un pazzo con la pistola che mi ha minacciato di morte se fossi rientrato in acqua.
Per riuscire a surfare in questo spot così rinomato e simbolico, però, la priorità non era a chi baciare il culo, piuttosto sperare che Madre Natura ci offrisse una minima possibilità.

Verso le 2 del pomeriggio non c’era ancora un filo d’aria ed era ora di prendere una decisione. Un’intera troupe di fotografi, cameramen, jet ski ed altra gente s’è raggruppata intorno a noi, sentendo quale fosse la decisione.
Ho prima parlato in privato con Robby, ed entrambi sapevamo che il tempo stringeva. Se avessimo aspettato ancora, sarebbe stata la fine. Avevamo massimo 3 ore per fare tutto quello che ci eravamo prefissati.
Il piano era piuttosto semplice, cioè far uscire i jetski, armare, metterci la muta e poi aspettare sul lineup che succedesse qualcosa… magari un miracolo.

Stranamente il miracolo si è materializzato verso le 3.30 del pomeriggio, quando delle minuscole ochette hanno increspato leggermente l’orizzonte, sospinte da una leggera brezza. Noi abbiamo cominciato a galleggiare e veleggiare piano piano verso il picco, superando i surfisti.
Robby è stato il primo ad entrare, ovviamente, mentre io lo guardavo galleggiare immobile come una boa. Completamente fermo.
In quel momento mi sono reso conto che avrebbe avuto problemi notevoli a partire su onde così grosse e veloci. Vivendo qui già da un po’, inoltre, Robby, aveva con se tutto il suo materiale, mentre io avevo solo una tavola ed un paio di vele.

Ho comunque deciso di raggiungerlo e di galleggiare verso il line-up.
È sempre una sensazione un po’ sinistra quando sei in uno spot sconosciuto, specialmente con onda grossa e con aria appena sufficiente da star in piedi. E se i set più grossi rompono più fuori ed io sono troppo interno? Chissà se le sezioni tengono e sono ordinate o le bombe magari fanno closeout. Tutti questi pensieri ti annebbiano la mente mentre cerchi di metterti in posizione. Il fatto che poi avessimo poca luce a disposizione per fare le foto, ci ha imposto di non fare errori, rendendo il tutto ancora più delicato.
Dopo circa 10 minuti, Robby è riuscito a partire sulla prima bomba. L’ho guardato estasiato da dietro l’onda mentre ho visto l’albero sparire per qualche secondo per poi scorgere colonne di spruzzi levarsi dal lip dell’onda. Ho sentito poi un verso stridulo d’eccitazione a fine surfata e da quel momento, era iniziata. Ora non potevo tirarmi indietro.
Ho cercato freneticamente di prendere un’onda per oltre mezz’ora, ma perfino con l’85 litri preso in prestito da Robby ho fatto una fatica immane. Una volta mollato il jetski e essere sceso sul lineup, avevi pochissimo tempo per partire sull’onda, prima di scarrocciare troppo per la corrente e trovarti troppo lontano dal picco per poter partire, finendo col doverti far riportare sopravento dal jetski. Essendoci così poco vento, la corrente era davvero un fattore notevole.

Robby ed io abbiamo deciso di strambare per uscire dall’onda appena passato l’ultimo atollo, in quanto il vento nella baia interna era praticamente nullo. Ancora una volta, questa soluzione è stata perfetta per Robby, che ho visto prendere 3 o 4 bombe e ho sentito urlare di gioia dal jetski mentre veniva riportato sul picco.
Io, sempre più deciso, mi sono avvicinato sempre più alla zona d’impatto e finalmente sono riuscito a partire sulla mia prima onda dopo aver pompato come un pazzo. Sull’onda, poi, è anche partito un local big wave surfer, Ramon Navarro, che ha surfato l’onda assieme a me, fino alla fine, per poi farci uno shaka reciproco per far capire che non ci fosse nessun problema nè tensione dovuta alla precedenza.

Dopo essere uscito dalla mia prima onda, esattamente come pianificato con Robby, però, mi sono visto un set enorme rompere proprio davanti. Mi sono quindi buttato nell’acqua, di fianco al mio materiale, mentre aspettavo di venire investito dal treno di 6 metri di schiuma. Mi sono concentrato per fare respiri profondi e non farmi prendere dal panico, anche se sapevo che l’impatto sarebbe stato notevole. All’ultimo momento, mi sono lanciato dalla tavola sott’acqua, cercando di andare il più in profondità possibile. E fu così che l’acqua ghiacciata ha cominciato a centrifugare il mio corpo, sbattendolo da una parte all’altra come una bambola di pezza. Normalmente, con onde sopra gli 8 metri, avrei indossato la mia life vest con bombole gonfiabili di CO2. Mi erano però state confiscate all’aeroporto di Los Angeles, e quindi non avevo nulla indosso. Mentre ero sott’acqua ho sentito il rumore secco dell’albero che si spezzava come uno stuzzicadenti, e sapevo che ci sarei rimasto per un po’…

Appena sono riemerso ho cominciato a sbracciare e ad urlare per farmi venire a prendere dal jet ski. Mentre cercavo di non pensare a quanto fosse fredda l’acqua, ho cominciato a pensare che sarebbe tutto finito con un’unica onda. Dopo aver volato per 30 ore, non era proprio la conclusione che speravo.
Con le onde grosse, come per tutto del resto, a volte sei fortunato ed altre no. Quando non c’è vento e le onde del set sono così grosse, non puoi permetterti di stare sul lineup per scegliere quella che vuoi, devi andare e sperare che dietro non ce ne sia una ancora più grossa che finirà col romperti in testa una volta che esci.
Robby ha fatto lo stesso, ma fortunatamente per lui, una volta strambato non si è trovato davanti un muro d’acqua come me. A me è capitato alla prima onda, non è colpa di nessuno, son cose che capitano e basta!

Il jet ski di salvataggio mi ha poi riportato in spiaggia ed io ho armato un’altra vela il più velocemente possibile. Mentre armavo, ogni tanto, vedevo Robby che carvava sulle onde, alzando muri di spruzzi. Era una vera e propria tortura, perchè veramente non vedevo l’ora che arrivasse ancora il mio turno.
Ora che il jet ski mi aveva finalmente riportato sul picco, il vento era finalmente aumentato un po’ e ora riuscivo a partire più facilmente, riuscendo finalmente a prendere qualche onda.
Robby riusciva a muoversi bene e continuava a prendere onde a profusione, e verso fine session ne abbiamo anche prese alcune insieme.

Anche con questo aumento, però il vento era appena sufficiente a farci muovere e a tratti avevamo bisogno del jet ski per risalire sopravento fino al lineup. Mentre stavo seduto sul retro dello ski con la mia roba in mano guardavo Robby droppare nell’ennesima bomba, mentre gli urlavo per incitarlo.
Ad un certo punto abbiamo deciso di fare alcuni incroci, alternandoci tra bottom turn e cut back. L’ultima volta che lo avevo fatto era stato a Jaws qualche anno fa.
È davvero una sensazione bellissima essere nel bel mezzo dell’Oceano con onde enormi e surfarle solo coi tuoi amici.
Mentre voli down the line il tuo sguardo viene catturato dai due atolli sulla destra. File di lunghissimi kelp si muovono, restando attaccati alle rocce sottostanti, cercando di prenderti le pinne mentre fai il tuo bottom turn. Il vento leggero, combinato alla direzione leggermente side-onshore rendeva davvero difficile mantenere la potenza durante le curve e sul lip, ma comunque le pareti sono così lunghe che la surfata è comunque eccezionale.
La componente leggermente onshore, fortunatamente, non intaccava minimamente la forma perfetta dell’onda. Le onde più grosse dei set passavano vicinissime agli atolli e venivano così spianate perfettamente.
Quando stai per fare il secondo cut back, hai la prima visuale completa della baia, proprio mentre stai per passare l’ultimo atollo.
I set più grossi avevano una spalla gigantesca, che continuava a rompere fino alla spiaggia in fondo alla baia, e si poteva facilmente fare 7 o 10 bottom turn prima della sezione interna sulla baia che faceva un enorme closeout.
Verso il tardo pomeriggio la folla sul burrone aveva completamente ricoperto l’intero point ed era il momento di dare spettacolo per tutti gli spettatori cileni che erano venuti a guardarci durante quell’ultima ora di luce. Ho anche sentito che un sacco di pro surfer sono usciti dall’acqua per guardare cosa facessimo e godersi lo spettacolo con gli altri. Mentre calavano le tenebre siamo poi tornati in spiaggia, con un sorriso stampato da un orecchio all’altro.
Il viaggio è stato un successo eccezionale ed è valso fino all’ultimo i dolori alle ossa e la noia delle 30 ore d’aereo.

Ora capisco perchè Robby si è fatto una casa qui a Matanzas. Il surf e il windsurf sono davvero eccezionali qua, e la gente è molto calorosa ed accogliente. Il cibo poi è assolutamente eccezionale e semmai doveste andare a Matanzas vi conviene stare e alloggiare al Surazo hotel e ristorante. Alloggio e cibo sono davvero ottimi.
Sicuramente ci tornerò anche l’anno prossimo, nel frattempo aspetterò con pazienza che Robby mi chiami ancora per invitarmi a surfare la tempesta perfetta.

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Ciao a tutti, sono Fabio Calò (ITA-720), ho iniziato a fare windsurf all’età di 13 anni e da quel momento è diventata la mia più grande passione, la mia vita. Finiti gli studi universitari ho iniziato a lavorare in un negozio di windsurf a Torino, poi agente di commercio e nel 2006 è iniziata la mia grande avventura con la redazione di 4Windsurf e poi anche di 4Sup. Sono stato campione italiano Wave di windsurf nel 2013 e 2015, altri ottimi risultati agonistici gli ho ottenuti anche nel freestyle sia in Italia che in Europa. Dal 2017 sono il direttore di una delle scuole più importanti del Lago di Garda, il PierWindsurf. Trasmetto la mia passione con progetti dedicati ai giovani come il Progetto Serenity di Malcesine, e organizzo Wave Clinics nel periodo invernale. Vivo a Torbole sul Garda e respiro l’aria del windsurf 365 giorni all’anno.
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