Sophie Lavaud, atleta del team Millet, ha conquistato il Monte Logan (5.959 metri), la montagna più alta del Canada, al termine di una straordinaria spedizione nel cuore dello Yukon.
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Una spedizione estrema tra ghiacci, vento e isolamento assoluto
Un’avventura che lei stessa definisce tra le più impegnative della sua carriera, vissuta tra sterminate distese di ghiaccio, temperature vicine ai -30 °C e lunghi spostamenti sugli sci trainando le pulka in condizioni meteorologiche estreme. Un’esperienza completamente diversa dalle spedizioni himalayane che conosce bene e che ha unito sfida sportiva, scoperta e citizen science.

«A pochi giorni dalla conquista della vetta del Monte Logan, porto ancora con me immagini ed emozioni molto intense», racconta Sophie Lavaud. «Ciò che ricordo con maggiore forza è il senso di isolamento assoluto, gli sconfinati paesaggi di ghiaccio, il freddo costante e l’enorme energia necessaria per spostarsi da un campo all’altro. È stata un’esperienza unica, molto diversa da quelle vissute in Himalaya. Quando il piccolo aereo ti lascia sul ghiacciaio, sei completamente solo. Muoversi con gli sci e le pulka richiede un’organizzazione precisa: prima si trasporta parte del materiale al campo successivo, dove viene nascosto in buche scavate nella neve, poi si torna indietro per recuperare il resto dell’attrezzatura, comprese le tende, la cucina e la tenda bagno. Giorno dopo giorno abbiamo attraversato una natura immensa e incontaminata, avanzando lentamente in questo ambiente selvaggio».
Le difficoltà della spedizione e il valore del lavoro di squadra
«L’atmosfera all’interno del gruppo era straordinaria», prosegue l’atleta. «Con me c’erano Ulysse dietro la macchina da presa, Pascal e David, la nostra guida del Québec, la cui esperienza si è rivelata fondamentale soprattutto durante il maltempo e nei momenti di scarsa visibilità. Già al Campo 1, a quota 3.300 metri, siamo stati investiti da una violenta tempesta con raffiche di vento fino a 150 km/h. Abbiamo trascorso un intero pomeriggio aggrappati alla tenda per impedirle di essere spazzata via. Grazie ai muri di neve costruiti attorno al campo e alla scrupolosa attenzione di David nella messa in sicurezza dell’accampamento, siamo riusciti a superare la tempesta senza danni».

Sophie, che ha affrontato la spedizione utilizzando equipaggiamento Millet, sottolinea come il freddo sia stato uno degli ostacoli più difficili da gestire. «Con temperature così rigide tutto tende a congelarsi e a rompersi. Una mattina si è danneggiato l’attacco di uno sci a causa del ghiaccio. Per fortuna ha continuato a funzionare abbastanza bene da permetterci di proseguire. Senza quella piccola dose di fortuna, la spedizione sarebbe probabilmente terminata proprio in quel momento».

Un’esperienza destinata a lasciare il segno
«Questa immersione nel Grande Nord resterà per sempre tra i ricordi più intensi della mia vita e rappresenta una delle spedizioni più impegnative affrontate negli ultimi anni», conclude Sophie Lavaud. «Desidero ringraziare Ulysse per il suo prezioso supporto, per la compagnia e per il lavoro svolto dietro la macchina da presa, così come David, la cui esperienza, il buon umore e la profonda conoscenza del territorio hanno contribuito in modo determinante al successo della spedizione».









