Eva Walkner – Freeride World Champion, si racconta

Due volte campionessa del mondo, 23 podi totali all’FWT, l’atleta austriaca ci racconta di sé

09/01/2019
scritto da Eva Toschi

Sono a Chamonix per l’evento Millet Mountain Group dove verrà presentata la nuova collezione invernale 2018/2019. La neve ancora non è arrivata ma l’inverno è già nell’aria. La mia mente, come quella di tanti altri appassionati, ormai viaggia verso i pendii innevati. Così, quando so che ho la possibilità di intervistare la freerider austriaca Eva Walkner non perdo l’occasione di poter fantasticare con lei su emozionanti discese in fresca.

 

 

Devo confessarti che dopo aver visto il tuo documentario sono rimasta veramente impressionata dal tuo stile di sciata e dalle tue linee. Sembra che tu prediliga l’andare “dritta in fondo”. Che tipo di discese freeride ti appassionano di più?

A me piace tutto. Anche se la neve non è un granché mi piace sciarla, perché credo che si diventa uno sciatore migliore se ci si abitua a sciare in tutte le condizioni del terreno. Se si scia solo quando c’è la powder è troppo facile. Per quanto riguarda i pendii mi piace variare: a volte voglio sciare sul ripido ed altre invece godermi pendii più semplici dove non c’è troppo bisogno di pensare. Come per la powder, diventata limitante (e anche stressante) sciare solo le ‘big line’. In questa parte della mia vita mi piace sempre di più lo sci-alpinismo, dove c’è ingaggio anche per quanto riguarda la salita.

 

Appena ti sei concentra di più sullo sci-alpinismo hai salito e sciato l’Eiger. Cosa provi in giornate come quella?

È intenso: ti svegli presto e inizi a salire verso la vetta. La paura è una costante della giornata – anche se, diciamocelo, l’Eiger non è stato niente di esagerato – e non può essere altrimenti se scii un pedio di 50% e sei in una totale ‘no fall zone’. Mi piace provare queste intense emozioni, spero di poterlo fare sempre di più nel futuro.

 

 

Uno sguardo al passato: quando avevi 23 anni hai smesso di fare gare di sci alpino. Come mai? E perché hai deciso di rimetterti in gioco anni dopo con il freeride?

In quegli anni il team austriaco decise di lasciarmi a casa perché con i numerosi infortuni che ho avuto non riuscivo a star dietro alle gare. Rimettersi in gioco diventava sempre più duro e non ce la facevo più, soprattutto mentalmente. Poi è arrivato l’ennesimo infortunio ed ho deciso di smettere di sciare perché non mi soddisfaceva più. Così mi sono trasferita in città, a Vienna, ho iniziato a lavorare senza più neve né montagne. Chiaramente ne ho sentito presto la mancanza e sono tornata alle origini. In quel momento ho provato il freeride e mi sono subito appassionata. Era molto diverso dalle piste affollate. Con lo sci fuoripista conosci qualcosa in più di te ogni giorno. Ho trovato qualcosa che finalmente mi appassionava e mi faceva divertire.

 

Che impatto hanno avuto sulla tua mente i tuoi infortuni?

Ho una mente forte e questo mi ha aiutato tanto. Ma se ti infortuni è molto difficile tornare sul campo perché non riesci a non pensarci. Senti il dolore, pressione e paura di rifarti male.

Quando mi feci male ed ho dovuto fermarmi per due anni, il dottore mi disse che dovevo essere felice di poter camminare ancora. È stato molto difficile per me, non solo per il dolore fisico. Appena stavo riprendendo a sciare sono stata mollata dal mio sponsor, poco prima dell’inizio della stagione. In più non sciavo da due anni e in quel tempo poteva essere cambiato molto nel panorama delle gare. Ho pensato che se avessi mandato tutto all’aria avrei finito lì la mia carriera. Era tanta la pressione da sopportare. E poi c’era il dolore. Costante.

All’inizio della gara di Chamonix piangevo perché era tutto troppo da sopportare. E poi vinsi la gara. È stata la vittoria più importante della mia vita (Freeride World Tour Chamonix 2015) perché è stato l’inizio di qualcosa di enorme. Dopo poco ho vinto il titolo di Freeride World Champion a Verbier.

Anche lì ho versato delle lacrime, ma di tutt’altra natura, quando poco prima della run mi hanno comunicato che avevo già vinto.

 

 

Pensi che continuerai a gareggiare?

Non sono molto motivata perché sono cambiate tante cose nell’organizzazione e soprattutto nel modo di giudicare. Vengo dalle gare di sci alpino dove tutto è molto professionale e non posso che notare la differenza nel mondo del freeride. Qui ogni giorno invece cambiano i parametri di giudizio e questa cosa mi destabilizza molto. La mia idea di linee è sempre più orientata verso lo stile maschile per cercare di spingere sempre di più e questo non viene premiato. Non ho voglia di cambiare il mio stile di sciata per avere dei successi. Forse anni fa avrei sciato come volevano i giudici, adesso preferisco fare a modo mio anche se questo non mi porta a una vittoria.

 

Pensi che il freeride femminile stia evolvendo?

No, e questo è il punto. Le ragazze sono migliorate per quanto riguarda la fluidità ma non per quanto riguarda i salti. Il livello dei ragazzi è sempre più strabiliante mentre quello delle donne non è cambiato dal 2009. Questo mi intristisce e mi demotiva. Sembra che la richiesta dei giudici non porti alla crescita del livello femminile. Forse il problema è anche che la giuria è composta da due snowboarder che non hanno, a mio parere, esperienza per giudicare.

Non sono d’accordo con il sistema di giudizio e quindi me ne discosto, tutto qui.

 

 

Riesci a vivere come una freerider professionista?

Si, anche se è molto dura, specialmente se sei una ragazza. Girano molti meno soldi che nello sci maschile. Bisogna lavorar molto per ottenere qualcosa. Ma va bene, riesco a viverci e sono felice e questo è quello che conta.

 

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