Intervista a Francesco Ratti e Marco Camandona

Intervista a Francesco Ratti e Marco Camandona sulla loro spedizione in Himalaya.

16/01/2020
scritto da Eva Toschi

Francesco Ratti e Marco Camandona: un bel Team, la chiave di questa avventura Himalayana!

Lo scorso settembre gli atleti del team Millet Francesco Ratti e Marco Camandona sono partiti per il Nepal insieme a François Cazzanelli, Emrik Favre e Andreas Steindl con due obiettivi: salire il Manaslu e aprire una via di salita sull’inviolato Pangboche. Due montagne molto differenti per la quota e per le caratteristiche del terreno. Non potevamo non aver voglia di sapere come è andata questa spedizione italo-svizzera in Himalaya…

FRANCESCO RATTI

Ci eravamo lasciati nella scorsa intervista parlando dei tuoi progetti in Himalaya, e adesso eccoci qui, a fatti compiuti. Prima di tutto complimenti; cosa ti aspettavi da questa spedizione?

Mi aspettavo di imparare molto, visto che si trattava della prima volta per me su una montagna di oltre 8.000 metri. La presenza di Marco è stata senz’altro molto stimolante in questo senso visto la sua grande esperienza su questo tipo di montagne.

Sul Pangboche invece mi aspettavo di trovare l’aspetto “selvaggio” e “avventuroso” che solo l’apertura di una nuova via su una montagna inviolata di oltre 6.000 m può dare.

Cosa ti ha stupito di più delle montagne nepalesi e dell’alpinismo in altissima quota?

Delle montagne nepalesi mi ha stupito soprattutto la quantità incredibile di montagne di ogni genere che offrono spunto per qualsiasi tipo di ascensione. Un vero paradiso per gli alpinisti. Lì ovunque ti giri vedi bellissime montagne che per la maggior parte vengono poco considerate perché ovviamente la stragrande maggioranza delle spedizioni si concentrano sui gettonatissimi “8.000” a discapito del resto. Il Pangboche per esempio è una montagna bellissima ed è incredibile come in passato sia stato così poco considerato. Spero che il nostro tentativo sulla montagna sia di ispirazione per altre spedizioni alla ricerca di “avventura” a due passi dall’affollato Manaslu.

Dell’alpinismo in altissima quota mi ha stupito soprattutto il lavoro incredibile che fanno gli sherpa su queste montagne. Avevo ovviamente sentito e letto racconti su questi infaticabili portatori d’alta quota ma vederli dal vivo è assolutamente qualcosa di impressionante.

Perché proprio il Manaslu come primo 8.000? Come è stata per te questa esperienza?

Il Manaslu è una montagna che non presenta particolari difficoltà tecniche e pertanto per me era l’ideale per una prima esperienza a quelle quote, nel senso che cercavo qualcosa dove avrei dovuto solo preoccuparmi di gestire l’altitudine e gli eventuali rischi oggettivi, senza trovare particolari problemi dal punto di vista tecnico. L’esperienza è stata molto positiva, nel senso che ho imparato molto sull’acclimatamento e su come gestire il mio corpo a quelle quote. Come dicevo prima, la presenza nel team di un alpinista di grande esperienza come Marco è stata fondamentale e mi ha permesso di imparare molto.

Come avete gestito la spedizione nell’organizzazione dell’acclimatamento e nella scelta di quale vetta tentare per prima? 

Il nostro progetto iniziale era quello di tentare prima di aprire una nuova via sul Pangboche e poi di spostarci sul Manaslu. Questo ci avrebbe permesso di acclimatarci fino ai 6.600 m del Pangboche prima di spostarci sul Manaslu. Purtroppo al nostro arrivo le condizioni climatiche erano molto difficili: quest’anno il monsone in Nepal è stato molto lungo e al nostro arrivo per diversi giorni abbiamo trovato tempo brutto con continue precipitazioni. Quindi dopo qualche iniziale perlustrazione sul Pangboche, che ci ha permesso di individuare la linea che avremmo voluto tentare di salire, ci siamo ritrovati con delle previsioni meteo che per diversi giorni non lasciavano nessuna possibilità di fare un tentativo sulla montagna. A quel punto piuttosto che attendere e perdere tempo in attesa di un meteo migliore, abbiamo deciso di spostarci subito sul Manaslu dove avremmo avuto la possibilità di acclimatarci anche con meteo poco favorevole, dato che la via normale era stata tracciata e attrezzata con corde fisse dagli sherpa. La strategia si è rivelata vincente perché nel giro di 13 giorni dal nostro arrivo al campo base siamo riusciti a conquistare la vetta del Manaslu. Dopo il Manaslu siamo poi ritornati a fare un tentativo serio sul Pangboche, questa volta con un meteo finalmente favorevole. Il tentativo sul Pangboche è stato interrotto a causa delle difficili condizioni della montagna, dovute alle grandi quantità di neve che si era accumula durante il prolungato periodo di mal tempo, quindi siamo stati costretti a scendere senza raggiungere la vetta. Al di là della vetta mancata, per me l’avventura su questa montagna è stata probabilmente una delle più belle vissute come alpinista e come squadra. Tutti abbiamo dato il massimo per superare difficoltà tecniche non banali, rese ancora più delicate dalle difficili condizioni del terreno; abbiamo valutato tutti insieme lucidamente fino a dove potevamo arrivare e la decisione di tornare indietro è stata da tutti condivisa quando i rischi sono diventati troppo elevati.

 

MARCO CAMANDONA

Ciao Marco, se non sbaglio era proprio il Manaslu l’obiettivo della tua prima spedizione in Himalaya; come è stato tornarci con Francesco che come te ai tempi era alla prima esperienza sugli 8.000?

Sono stato al Manaslu nel 1996, era la mia prima spedizione in Himalaya, avevo appena finito il corso da Guida Alpina e i miei istruttori Abele Blanc e Adriano Favre mi chiesero di partire con loro. Sinceramente non sapevo esattamente dove sarei andato e cosa avrei fatto ma la cosa mi ha affascinato fin da subito. Mi fermai a quota 7.800 circa ma questo non è stato un problema, da allora mi sono innamorato dei colossi himalayani e ho fatto molte altre spedizioni in Nepal. Sono fiero di aver avuto l’opportunità di ritornarci dopo 23 anni con una grande squadra di cui faceva parte anche Francesco, un ragazzo tecnicamente molto preparato. Ho potuto mettere a disposizione dei miei compagni la mia esperienza come avevano fatto con me nel 1996 i miei maestri.

In cosa sono state diverse le due spedizioni? Esclusa la meteo favorevole che questa volta vi ha permesso di raggiungere la vetta…

In quella spedizione va precisato che la meteo è stata a dir poco sfavorevole, oltre 35 giorni di brutto tempo, ricordo che anche nel 1996 una notte aveva nevicato tantissimo e con turni di 2 ore ciascuno ci siamo alternati a pulire le tende e a palare la neve. Direi inoltre che escluso il tempo è sicuramente cambiato il modo di avvicinarsi ad un 8.000, una volta le spedizioni erano più “lente”, si facevano più campi e non vi era la possibilità di ricevere la meteo giornalmente, oggi possiamo sicuramente definirle più dinamiche. Inoltre grazie alla moderna tecnologia abbiamo la possibilità di comunicare con i familiari praticamente quotidianamente. Nel 1996 ho chiamato mio papà da un internet point per comunicargli che ero arrivato a Kathmandu e l’ho richiamato al rientro della spedizione oltre 40 giorni dopo.

 

Cosa distinguono, tolta l’altitudine, delle montagne come il Manaslu e il Pangpoche?

Chiaramente il Manaslu e il Pangpoche sono due montagne diverse non solo per la differenza di altitudine; ogni montagna ha le sue caratteristiche ed è per questa ragione che l’alpinista ne è affascinato. Del Manaslu sapevamo praticamente tutto, conoscevamo le diverse vie, io ci ero già stato e si hanno a disposizione sia relazioni che fotografie. Il Pangpoche era una montagna inviolata e noi abbiamo scelto di provare a salire la cresta nord-ovest con un avvicinamento alla via piuttosto semplice ma con l’incognita delle difficoltà che avremmo potuto incontrare percorrendo la cresta che è a dir poco fantastica.

Come avete preso la salita della cordata georgiana sul Pangpoche? Visto come è andata, con il maltempo e tutto, avreste fatto delle scelte diverse per riuscire a salire questa montagna?

I georgiani sono saliti dal versante opposto al nostro e quando un alpinista raggiunge la vetta di una montagna inviolata è sempre un bel risultato a prescindere da tutto. Le due vie sono molto diverse, il maltempo non ci ha aiutati e in montagna serve anche un pochino di fortuna, la meteo è determinante. Le scelte fatte sono state corrette, per cui personalmente non avrei comunque cambiato nulla e credo che sia il pensiero di tutto il team, anche perché tutte le decisioni sono sempre state prese di comune accordo. Inoltre noi avevamo un duplice obbiettivo, pertanto non potevamo dedicare tutto il tempo a nostra disposizione solo alla salita del Pangpoche. Il bilancio di questa esperienza è molto positivo, una gran bella squadra di amici che ha saputo portare a casa un risultato importante divertendosi in amicizia.

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