La Maratona di Amsterdam ha segnato un passaggio decisivo nella storia sportiva di Carlotta Montanera, running coach e maratoneta, con un nuovo personal best. Un traguardo raggiunto dopo anni di impegno e sacrifici, senza mai venir meno agli impegni quotidiani di mamma. Obiettivo di Carlotta era si scendere al di sotto delle fatidiche tre ore e c’è riuscita. “Volevo togliere almeno un secondo a quel “treorezerozero” che mi portavo dietro da Berlino”, racconta oggi. “Era il mio sogno, il mio Status Symbol personale”.

32.459 passi, 6.300 respiri, 30.000 battiti…
Una gara corsa in 32.459 passi, 6.300 respiri e quasi 30.000 battiti di cuore, ma soprattutto una gara costruita su quattro mesi di preparazione, 1.630 chilometri e un obiettivo chiaro: vedere un “2” davanti al tempo finale.

Il valore di un sogno
Per Carlotta la maratona non è un obbligo né un rito di passaggio, ma una scelta. Una scelta che definisce, che dà forma a un’identità sportiva e personale.
“Io mi identifico con l’immagine di me stessa che passa sotto quel traguardo in meno di tre ore”, spiega. “Non è ossessione, è un sogno. Il mio sogno”.

La vigilia: vento, influenza e paura
La mattina del 19 ottobre ad Amsterdam si apre con vento forte e una settimana di tosse alle spalle. Non il contesto ideale per inseguire un personal best, ma la voglia di fare bene non manca di certo. Dalla finestra dell’hotel Melià di Amsterdam, Carlotta osserva gli alberi piegarsi sotto le forti raffiche di vento. Il pensiero va subito alla gara. La maratona è numeri, calcoli, tabelle, questo è vero. Ma è anche imponderabile e la meteo non dà sicuramente certezze e tranquillità: “Ho 1.630 chilometri di speranze nelle gambe e sto facendo colazione con la paura addosso”, confida. “Sono da sola, e devo tuffarmi dentro me stessa”.

L’incontro con Tom
Pochi minuti prima della partenza, un dettaglio cambia tutto. Carlotta non trova l’ingresso della sua wave, si perde tra le griglie, c’è tanta gente.Poi incontra Tom, pettorale 1.569, proprio accanto al suo.
“Mi ha guardata e ha detto: ‘Le 2h59 le ho già fatte più volte, ti porto io al traguardo’”.
Da quel momento, Tom diventa il suo punto di riferimento. Una schiena da seguire, un ritmo da tenere, una presenza silenziosa ma costante. La gara la fanno praticamnte tutta insieme, uno accanto all’altro, con un solo obiettivo, rosicchiare quel maledetto secondo al precedente personal best alla Berlin Marathon. 3 ore, 0 minuti e 0 secondi, un tempo, una sequenza di numeri che va assolutamente elimintata.
Disciplina oltre il talento
Carlotta lo ripete spesso: non si è mai sentita “talentuosa”. “Non ho talento per la corsa, me l’hanno detto in tanti. Ma nella maratona il talento conta fino a un certo punto. Conta la disciplina, conta desiderare quel traguardo, quel numero di troppo davanti a tutti gli altri”.
Un tema ricorrente nella sua storia di donna. A 14 anni, ancora ragazzina, qualcuno le disse che non sarebbe mai stata un’atleta. La donna, qualche anno più tardi, ha corso una maratona in meno di tre ore!
Il km 27 e la crisi che ritorna
Come spesso accade, la crisi arriva puntuale prima del 30° chilometro. Paura, panico, il corpo che manda segnali.
“La mia soluzione è sempre la stessa. Se la crisi arriva, bisogna darle un calcio metaforico e andare avanti”. Al determinazione di Carlotta prende il sopravvento su tutto il resto, su quell’imponderabile che oggi non può proprio fare più nulla. E i chilometri scorrono, tra fatica e determinazione, per arrivare a ridosso del 40° chilometro. I numeri questa volta girano a favore. La matematica diventa certezza: il “2” è lì, a portata di mano e bisogna andare a prenderselo.
Gli ultimi 195 metri
Tom è sempre lì, si gira, controlla che Carlotta non molli. Sorride. Accelera. Anche lui sa bene che oramai è fatta. Carlotta si proietta verso il traguardo, esplode! In testa mille emozioni e la certezza matematica di avercela fatta.
“Non capivo più niente, solo che ce l’avevo fatta. DUE”.
Il significato di un numero
Il tempo finale è 2:58:38. Non un numero e basta e nemmeno un podio. Non una medaglia di categoria. Ma un simbolo, che unisce tante cose, tanti piccoli puntini che finalmente scrivono una storia diversa.
“2:58:38, un tempo che di per sé vale poco. Ma nel quadro complessivo per me vale tutto. Vale come il colpo di luce che Vermeer ha dipinto negli occhi della Ragazza con l’orecchino di perla. Mi rende vera, viva! E forse non è un caso che quel quadro sia olandese.”





