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A rider on the storm, but alone. Stefano Ragazzo e la scalata solitaria in Patagonia | Intervista

di - 14/04/2026

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Quella dell’alpinista è una vita di dedizione e sacrificio, non la si sceglie per i soldi o per la fama, è una chiamata.

Stefano, compagno di Silvia Loreggian (alpinista affermata n.d.r.), ha scelto di percorre questa strada, diventando Guida Alpina e alpinista professionista. Da quindici anni ci mette l’anima, e quando qualcosa prova a frapporsi fra lui e i suoi sogni, tira fuori quella riserva di grinta che gli fa raggiungere l’obiettivo.

Ha fatto parlare di sé con quella prima solitaria sulla via “Eternal Flame” alla Nameless Tower (6.251 m) – Trango Towers in Pakistan, e ora è appena tornato dalla Patagonia dopo aver messo a segno la prima solitaria su “Riders on the Storm”, aperta nel 1991 da Kurt Albert, Bernd Arnold, Norbert Bätz, Peter Dittrich e Wolfgang Güllich e liberata da Nico Favresse, Siebe Vanhee, Sean Villanueva O’Driscoll e Drew Smith nel 2024.Ecco cosa ci ha raccontato.

Stefano Ragazzo, l’Intervista

Prendiamola larga, se non sbaglio proprio quello in Patagonia è stato il primo viaggio con la tua compagna Silvia.

Quale richiamo esercita questo luogo e perché sei tornato questa volta?

Sì, con Silvia siamo stati ben due volte in Patagonia, quindi questo per me era il terzo viaggio. In quelle occasioni eravamo stati in Argentina, a El Chalten, questa volta invece sono andato in Chile, alle Torres del Paine. La Patagonia è un luogo potente, selvaggio, e io sono uno scalatore molto affascinato da quelle montagne molto verticali, affilate, che puoi trovare lì piuttosto che in Karakorum, Alaska o Monte Bianco. Quindi, per il tipo di alpinismo che amo, la Patagonia è un richiamo molto forte. El Chalten, dopo le esperienze con Silvia, mi aveva un po’ “stancato”, perché ormai è troppo inflazionata, con negozi, locali, discoteche e un sacco di gente. Io ero alla ricerca di un luogo più simile alla Patagonia dei primi scalatori, più selvaggio.

Poi ha cominciato a frullarmi in testa l’idea della Patagonia cilena, che è piuttosto isolata a e ancora poco battuta dagli alpinisti.

Foto: Alberto Storti
Foto: Alberto Storti

Ok, il progetto qual era quindi?

Il progetto era scalare “Riders on the Storm” alla Torre Centrale del Paine, un progetto talmente ambizioso che non avevo un piano B. O quello, o nulla. Sapevo che non sarebbe stato facile, non solo perché avevo intenzione di scalarlo in solitaria, ma anche per la logistica complicata dovuta al portarmi appresso tutta l’attrezzatura necessaria per farlo.

Mi ero dato un mese e mezzo circa per riuscirci.

Come hai recuperato le informazioni per prepararti?

Beh, non è facile reperire informazioni su Riders. Si trova qualche relazione sul web ma niente di esaustivo, e gli alpinisti a cui ho chiesto non mi sono stati d’aiuto. Detto male: “nessuno di loro mi ha cagato”, vai a sapere il motivo.

Poi per caso un famoso scalatore mi ha aiutato… Il mio allenatore è americano e a fine agosto dell’anno passato si era trasferito a vivere a Briançon, diventando vicino di casa di Nico Favresse. Hanno scalato assieme in falesia e, chiacchierando, gli ha accennato al fatto che stava allenando un ragazzo (io) che aveva intenzione di fare Riders in solitaria.

Nico si è interessato alla cosa, è stato super gentile, ci siamo messi in contatto e mi ha dato un sacco di informazioni utili.

In quali condizioni speravi e cosa hai trovato nella realtà?

Speravo in un po’ di fortuna con il meteo. Conosco la Patagonia e so che ci vuole pazienza, il tempo è molto variabile, ma nelle annate buone si possono trovare finestre di 3 o 4 giorni ogni settimana o settimana e mezza. Nella realtà non ho avuto molta fortuna. L’ultima finestra buona era stata a novembre e io a metà febbraio non avevo ancora avuto chance, caso eccezionale anche per il luogo. Nel primo mese e mezzo ho cercato di scalare quando possibile. Al momento del push, il meteo non era tanto male, ma la settimana successiva è arrivata una bassa pressione pazzesca, con lo zero termico sotto i 1.000 m. Sembrava l’inverno nelle Alpi.

Come ti sei preparato, a livello fisico, per questo progetto, hai accennato a un allenatore. Anche gli alpinisti hanno un trainer?

Sì, certo, se vuoi fare questo mestiere da professionista non puoi lasciare nulla al caso. Ho avuto diversi allenatori e fino all’anno scorso avevo Steve House, ma ultimamente non mi sentivo più seguito a dovere. La mia spedizione dell’anno scorso in Pakistan era andata a monte per via dell’infortunio di uno dei miei due compagni, ma io stesso non mi sentivo in forma, ero arrivato lì in overtraining e sentivo che le cose non giravano.

Al ritorno ho cambiato allenatore, abitualmente ho una tabella da seguire e ogni giorno ho un programma da rispettare.

Foto: Alberto Storti
Foto: Alberto Storti

L’allenamento va quindi oltre la tecnica d’arrampicata?

Sì, l’alpinismo moderno, oltre alla tecnica, necessita della capacità di muoversi veloce, portare carichi importanti. Quindi alleno la parte cardio, con corsa, stair machine con uno zaino zavorrato, esercizi in palestra, abbinati a scialpinsmo in inverno, boulder, ecc…, oltre al lavoro di Guida Alpina.

Torniamo alla spedizione, hai detto che eri lì per scalare in solitaria, che stile ti eri proposto di adottare?

La mia idea era di affrontare la scalata in stile alpino, nel senso che intendevo fare un push dal basso alla cima senza interruzioni, viaggiando più leggero possibile, anche senza un portaledge.

Poi, una volta arrivato sul posto, visto il clima, ho capito che conveniva fissare qualche tiro e deviare su uno stile capsula. Quindi fissare i tiri, alzare sacconi pesanti, preparare cibo per due settimane in parete e fermarsi fino che non sarebbe finita.

Per chi non ha mai visto la Torre centrale del Paine e la via che hai affrontato, di che sviluppo stiamo parlando e di quanti tiri?

Parliamo di una parete di circa 1.200 m, quasi 1.300, per 40 tiri.

Quindi i programmi sono cambiati in corso d’opera. Cosa è successo nello specifico?

Ogni giorno è stato una sfida. Al dodicesimo giorno in parete, l’ultimo di questa bassa pressione, sono stato avvertito da Rolo (Rolando Garibotti) e Silvia dell’arrivo di una tempesta con venti oltre i 100 km/h. Ero appeso nel portaledge al venticinquesimo tiro quando si è scatenato l’inferno.

Un sasso aveva bucato il mio riparo e la posizione in cui era fissato, sotto un grande tetto, faceva sì che esso fosse spinto verso l’alto dal vento. La struttura di quel portaledge prevede un’asta metallica alla base che tiene tensionato il tutto e a quell’asta avevo fissato i tiranti dal basso per stabilizzarlo. La forza del vento però ha fatto sganciare quell’asta togliendo tensione ai tiranti e l’effetto vela, dovuto al buco nel telo, ha fatto lacerare lo stesso e ha fatto ribaltare il portaledge.

Io mi sono ritrovato a testa in giù, nel sacco a pelo, con il materiale che cadeva nel vuoto, le gambe attorcigliate ai tiranti e il vento che mi sbatteva dappertutto.

Ho pensato fosse finita, ma dopo un minuto di shock ho reagito. L’attrezzatura da scalata non era fissata in sosta, l’avevo già portata sei o sette tiri più in alto e non avevo granché con me.

Foto: Alberto Storti
Foto: Alberto Storti

Non avresti potuto calarti alla base della parete con quello che avevi?

No, avevo una corda da 60 m, ma fare le doppie con quel vento sarebbe stato impossibile.

A quel punto ho tolto il telo dal portaledge e l’ho chiuso, perché mi sbatteva addosso in continuazione rischiando di ferirmi.

Mi sono calato col Grigri per circa 60 m portando con me l’essenziale: il fornello, il sacco a pelo, gli scarponi bagnati e un po’ di cibo. Ricordavo una piccola cengia sotto di me.

Erano circa le 20.30 quando ci sono arrivato e il programma era passare la notte lì, seduto con le gambe nel vuoto, le braccia sollevate a chiudere l’imboccatura del sacco a pelo per non far entrare troppa neve e vento e a muovere i piedi che erano gelati.

È stata una notte terrificante, poi con il mattino le raffiche sono diventate più sporadiche ed è arrivato il sole. Prima di scendere sarei dovuto risalire per recuperare un po’ di roba, per cui ho aspettato qualche ora prima di raggiungere il portaledge e mangiare qualcosa.

Ero indeciso se provarci o meno a raggiungere la cima, ero molto stanco, erano ormai 13 giorni che ero in parete. Al pomeriggio ho dormito un po’ e il meteo era in miglioramento, perciò ho messo la sveglia per le 3.30 del mattino.

Quando sono ripartito ero molto debole, ho risalito le statiche con le jumar imponendomi di tenere un ritmo: azione, riposo, fino a raggiungere il materiale che avevo fissato qualche giorno prima.

Da lì la via si fa più facile, con difficoltà di 5°, 6° e terreno di misto. Le temperature erano buone, scalavo con il pile, ho appeso tutta l’attrezzatura da bivacco in sosta e ho affrontato gli ultimi tiri. Ogni ora cercavo di mangiare e bere qualcosa, non mi sono mai fermato e alle 12.40, dopo circa 8 ore, sono arrivato in cima.

Successivamente sono sceso in doppia lungo la stessa via, usando il cordino da recupero perché una delle corde era rovinata, fino al tiro 13, dove avevo fatto il primo campo in salita. Ho toccato il ghiacciaio alle 17.00 circa del giorno seguente.

A livello di logistica come hai fatto? Eri da solo!

Sì, avevo un po’ sottovalutato questo aspetto. Puerto Natales è il paese più prossimo alle Torres del Paine, sono circa 2,30 h di bus, ma dall’ingresso del parco c’è un bel trekking da affrontare. Il primo posto da bivacco è a 6, 7 h con 1.400 m di dislivello, sotto un grande boulder. Da lì alla parete è un’altra ora e mezza. Trasportavo 25 kg al massimo e il primo mese è mezzo è andato via facendo avanti e indietro per allestire la parete. Mi hanno aiutato dei ragazzi di Puerto Natales al primo giro fino al boulder, poi me la sono cavata da solo. Anche al ritorno.

Dopo Eternal Flame un’altra spedizione in solitaria, perché questa scelta?

Scalare in team o in solitaria sono due cose diverse e apprezzo entrambe. Mi piace l’idea di capire a che livello sono, a livello di tecnica, a livello fisico e mentale. La scelta di diventare Guida e alpinista professionista è stata una grande sfida, che ha assorbito totalmente le mie energie negli ultimi quindici anni. Mi piace quindi vedere se riesco a spingermi un pochino oltre e mi dà soddisfazione rendermi conto che riesco a fare cose per altri impensabili. Cerco avventure pure, pulite, senza interferenze, e le solitarie spesso arrivano al termine di periodi in cui le cose non filano per il verso giusto. In quei momenti cerco di girare l’energia negativa in qualcosa di positivo, motivandomi con un progetto sfidante, che possa riscattarmi psicologicamente. Eternal Flame o Riders sono progetti così grandi che, una volta tornato, mi danno la carica per affrontare la vita di tutti i giorni, che talvolta è molto difficile.

Un’ultima domanda, stupida. Le coppie solitamente si salutano, in previsione di uno o più giorni in cui non si rivedranno, raccomandandosi di stare attenti. Quando tu o Silvia vi salutate, in vista di una spedizione, cosa vi dite?

Beh, a volte lo diciamo anche noi, ma diciamo anche: “Metticela tutta”. Il processo di creazione di un progetto lo viviamo fianco a fianco, dal principio al giorno della partenza, siamo motivati e felici quando è ora di andare. Certo, quando parte lei, mi sento un po’ più inquieto, perché non ci sarò e non avrò il pieno controllo, ma conosco le sue capacità e il suo modo di pensare e questo in qualche modo mi rassicura.

Diplomato in Arti Grafiche, Laureato in Architettura con specializzazione in Design al Politecnico di Milano, un Master in Digital Marketing. Giornalista dal 2005 è direttore di 4Actionmedia dal 2015. Grande appassionato di sport e attività Outdoor, ha all'attivo alcune discese di sci ripido (50°) sul Monte Bianco e Monte Rosa, mezze maratone, alcune vie di alpinismo sulle alpi e surf in Indonesia.