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Addio Cala Cimenti

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cala cimenti

Abbiamo appreso con estrema tristezza la notizia della morte di Cala Cimenti e del suo compagno Patrick Negro, entrambi finiti sotto una valanga in alta Valle di Susa.

I soccorsi, allertati dai familiari dei due, hanno trovato i corpi e li hanno disseppelliti.

Carlalberto ‘Cala’ Cimenti era un alpinista che nei suoi quasi 46 anni di vita ha dato tantissimo a questo mondo, e non solo. Piuttosto che parlare del modo in cui è scomparso, preferiamo ricordare come ha vissuto, riportando qui un’intervista che abbiamo avuto l’onore di fargli poco tempo fa.

A nome della redazione di 4outdoor un forte abbraccio ai familiari e agli amici di Cala e di Patrick.

cala cimenti

Cala Cimenti, in cima alle montagne o oltre

Intervista di: Eva Toschi

Foto: archivio Cala Cimenti

Lo incrociamo spesso su qualche montagna delle nostre alpi o alle fiere di settore internazionali.

Ha sempre il sorriso in faccia e una gran voglia di avventure a spingerlo verso nuovi progetti. Finalmente siamo riusciti a fermarlo qualche minuto per farci raccontare un po’ di sé.

Ciao Cala, ti conosciamo come arrampicatore, alpinista, ciclista e sci-alpinista… adesso abbiamo saputo che ti sei dato anche al climb & fly. Non riusciamo più a starti dietro! Cos’è che ti motiva sempre a metterti in gioco in nuove avventure?

Diciamo che sono un entusiasta e un esploratore, sempre pronto a provare nuove esperienze. Il parapendio è una cosa a cui pensavo da un po’ di tempo, l’unica cosa che mi fermava era il fatto che avrei dovuto dedicarci tanto tempo. Una volta deciso di intraprendere questa nuova avventura mi ci sono buttato a capofitto per acquisire in poco tempo più esperienza possibile e poterlo praticare a livelli accettabili in modo indipendente. Ora posso affiancare questa disciplina a tutte le altre che già pratico e addirittura combinarle, ad esempio salendo di corsa in cima a qualche montagna e poi volare giù, oppure salire con gli sci o scalando eccetera.

cala cimenti

Come è nata la passione per il parapendio?

Stavo scalando il Communism peak insieme al mio amico svizzero Matthias Koenig, siamo arrivati in cima ai 7.500 metri insieme, abbiamo festeggiato e poi scendendo, a una quota di circa 6.500 metri lui mi ha detto che c’erano le condizioni per poter volare e mi ha chiesto se mi dispiaceva tornare giù da solo che lui provava a scendere in volo. Così è stato, lui è volato via e in mezz’ora si trovava già al campo base, mentre io ho dormito una notte al campo 2 a circa 6.000 metri e poi sono arrivato al campo base la sera del giorno dopo. Lì ho pensato che forse un giorno avrei provato anch’io a farlo.

 

Quest’autunno sei riuscito nel tuo progetto “Cala Adventure Italy 2020”? Ti va di parlarci un po’ di questa idea?

L’idea era di celebrare la libertà ritrovata dopo la buia parentesi del lockdown a causa del Covid attraversando tutte le regioni d’Italia, spostandomi esclusivamente in bicicletta e in ogni regione praticando almeno una volta tutte le attività outdoor principali e a me congeniali, Cioè fare almeno una volta per regione un volo in parapendio, salire una montagna di corsa o scalarla. Il viaggio è partito bene, avevo già attraversato il Piemonte, la Liguria, L’Emilia Romagna, la Toscana e stavo per andare nel Lazio quando un nuovo dpcm ha iniziato a colorare le regioni di diversi colori, limitando nuovamente quelle libertà che volevo celebrare nel mio progetto. Di conseguenza il mio viaggio aveva perduto il suo significato e ho deciso di tornare a casa per affrontare questo nuovo periodo di limitazioni vicino a mia moglie.

 

Sembra che per te la discesa dalle cime (con gli sci o con il parapendio) sia importante quanto la salita. Cos’è che ti ha portato ad interpretare l’alpinismo in questo modo?

Sì certo, tutti i miei progetti alpinistici d’alta quota sono concepiti per poter scendere dalla cima con gli sci. Per me l’arrivo in cima è solo una tappa. Certo, arrivare in cima a un ottomila o ad una montagna alta è qualcosa di incredibile ed estremamente emozionante, ma per me poi c’è un’altra cosa altrettanto importante: la discesa con gli sci, magari attraverso una linea nuova e mai discesa da nessuno…

cala cimenti

Vogliamo farti i complimenti per il tuo libro “Sdraiato in cima al mondo”: quando hai deciso di voler raccontare la tua storia e come ti senti dopo che è stata pubblicata

Scrivere un libro è stata un’altra avventura impegnativa che alla fine mi è piaciuta molto. Ho voluto fare le cose per bene e ci ho dedicato molto tempo, sono stato giorni interi davanti al pc a scrivere senza mai uscire di casa, mi sono sforzato molto ma alla fine mi è piaciuto e credo di aver fatto un buon lavoro.

Prima di partire per il Nanga Parbat e il Gasherbrum VII avevo già preso dei contatti per scrivere un libro su un altro argomento, poi, quando sono tornato, ho pensato che quello che avevo vissuto in quei due mesi di spedizione fosse già sufficiente per scriverne uno e così, insieme all’editore abbiamo deciso di raccontare quella incredibile avventura. Ora che è stato pubblicato mi sento molto soddisfatto, mi piace pensarmi in questa nuova veste di scrittore e spero che il libro piaccia.

 

Qual è il momento più buio che hai vissuto in montagna e quale il più “alto” a prescindere dalla prestazione ma considerando le emozioni vissute

Il momento più buio l’ho vissuto subito dopo la mia spedizione al Manaslu del 2008 dove non ho raggiunto la cima. Nonostante non avessi raggiunto la cima, quella spedizione mi costò una grande fatica che mi debilitò molto. Di conseguenza durante il trekking di ritorno contrassi una meningite virale. Riuscii comunque a rientrare in Italia e ad essere curato qui, però mentre mi curavano per la meningite mi venne un’embolia polmonare massiva bilaterale e lì rischiai veramente di morire.

Un momento più alto in realtà non c’è, ce ne sono tanti. Ogni montagna salita è stata speciale, per ognuna ho provato emozioni diverse, mi vengono in mente il Pobeda, il Communism peak, il Laila peak, o il Nanga Parbat o il G VII, ma ce ne sono tantissime altre, ognuna speciale, ognuna bellissima.

 

Hai qualche progetto scialpinistico in cantiere?

Si ne ho tanti 🙂

cala cimenti

Abbiamo saputo che hai rinnovato la tua collaborazione con Masters: quale prodotto preferisci usare quando scii e quale nelle altre discipline.

Il bastoncino che uso per lo scialpinismo e le spedizioni è il modello Skitour Pro Calu, modello regolabile in altezza grazie al sistema Wing Lock. Inoltre, la leva in alluminio è alleggerita dai carichi eccessivi di materiali per renderla quanto più essenziale e leggera possibile, mantenendo inalterate le caratteristiche di affidabilità meccanica e di praticità d’uso.

In estate, per il trailrunning puro, trovo il Sassolungo un bastoncino eccezionale, a misura fissa e leggerissimo. Infatti il tubo è 100% fibra di carbonio con un diametro di 12 mm e il supporto filettato è dotato di puntale in tungsteno e una parte di alluminio anodizzato, perché ogni singolo componente gioca il suo importante ruolo nella composizione del peso finale.

Infine, quando faccio hike & fly, in estate, utilizzo il Trecime perchè è leggero e ripiegabile, quindi si può riporre comodamente nello zaino di volo.

In questa stagione invernale, invece sto provando lo Speedster Calu che si contraddistingue per l’estrema compattezza: solo 52 cm di ingombro a sezioni chiuse. In freeride invece non si può non usare il colorato Slope.

cala cimenti

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