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Alex Honnold, Free Solo e l’intervista esclusiva

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L’impresa di Alex Honnold è valsa al regista e amico Jimmy Chin un Oscar per il miglior documentario Free Solo. Un anno fa circa lo avevamo intervistato proprio su questa impresa, ecco cosa ci ha raccontato

 

 

Honnold, 8 anni di strada per arrivare a Free Rider

Honnold sembra un ragazzo un po’ naive, timido, quasi inconsapevole di ciò che è e riesce a fare. Nella realtà queste caratteristiche rappresentano solo una piccola parte della sua personalità, Honnold è dotato di un’ambizione incredibile, di una perseveranza senza limiti, di una capacità di calcolo unica e soprattutto, di un’incrollabile sicurezza in sé stesso.

Quest’ultima dote è forse la caratteristica che più gli permette di riuscire a dominare qualsiasi paura lo possa prendere in certi momenti, perché quando hai 900 m di vuoto sotto di te e le tue mani e i tuoi piedi sono l’unica cosa su cui fare affidamento, non puoi assolutamente avere nessuna esitazione.

 

Alex, originario della California ha iniziato ad arrampicare indoor attorno ai 10 anni e fin da ragazzino questa attività lo ha assorbito totalmente. E’ cresciuto tecnicamente fino ad un grado piuttosto alto ma con il tempo ha anche introdotto la variabile che lo ha reso celebre, il Free Solo.

 

 

Cos’è il Free Solo

Fare Free Solo, per chi non lo sapesse, significa non utilizzare un imbrago, una corda, moschettoni e assicurazioni fisse (spit, chiodi) o mobili (friend, nut…) per assicurarsi alla parete, significa partire ad arrampicare e senza quasi sostare mai, arrivare in cima alla via.

Come dicevo, credevo ci fosse più scelleratezza nell’approccio di Honnold, al contrario c’è uno studio attentissimo di ogni componente propria dell’arrampicata: il terreno su cui si svolge, il clima, le condizioni ambientali della via, la preparazione atletica, le condizioni psicologiche e fisiche.

Possiamo dire che Alex scali con un grande margine di sicurezza, anche se può sembrare un’affermazione presuntuosa, anche se certo, il caso, nessuno è in grado di controllarlo. Ma proprio il caso o potremmo chiamarlo rischio fa la differenza fra lo sport e l’avventura.

 

Alcune imprese leggendarie di Alex

La prima impresa che ha fatto conoscere Alex al grande pubblico è stata l’arrampicata in Free Solo della Regular Northwest Face dell’Half Dome nel 2008. Non certo la sua prima arrampicata di questo tipo ma particolare per un motivo. Half Dome, mitica cima granitica nella Yosemite Valley, con uno sviluppo verticale di 1.444 m, ha un avvicinamento abbastanza lungo. Per questo Motivo, nonostante Alex frequentasse Yosemite da una vita, non era riuscito a ripetere la via tante volte quante sarebbe stato necessario per impararne a memoria la sequenza di prese.

E così si è avventurato un po’ “impreparato“ e arrivato in cima ha provato un misto di gioia e apprensione. Era un po’ troppo, era davvero al limite, non era il modo di affrontare quella sfida.

 

In progetti del genere Honnold non punta alla velocità, la velocità è solo una componente necessaria al fine, ma va detto che è davvero importante ai fini della resistenza su vie lunghe.

Successivamente, nel maggio 2012 si è impegnato in una nuova impresa: concatenare in libera a tempo di record (meno di 24 ore) il Mount Watkins, il Nose ad El Capitan (Free Rider), arrampicando di notte e Half Dome (Regular Northwest Face). Questa volta con un compagno (Tommy Caldwell nd.r.), questa volta assicurandosi. (Poco tempo dopo ripeterà la Triple Crown in solitaria abbassando il record, quasi tutta in free solo).

El Capitan, la mecca di ogni scalatore, una parete mitica su cui si snodano le più famose vie di bigwall del mondo e su cui si è scritta la storia dell’arrampicata.

 

Free Rider

Alex studiava quella parete da anni e quella via in particolare: Free Rider, aveva preso a far parte dei suoi sogni. Un giorno pensava: la arrampicherò in Free Solo.

Un sogno dicevo. No, per Alex era un obiettivo, e gli obiettivi lui prima o poi li raggiunge.

L’americano ci ha girato attorno per anni, circa 8 dice, ma il momento buono non arrivava mai. Poi un giorno arriva una proposta: Jimmy Chin (filmer e fotographer fra i più famosi nel mondo alpinistico) gli propone di fare un film sull’arrampicata, per National Geographic.

E’ l’occasione che Alex cercava, il film si farà sul Free Solo a El Cap.

 

Fra Honnold e Free Rider comincia un corteggiamento serrato che dura circa un anno e mezzo.

Lo scalatore è curioso di scoprire ogni aspetto del carattere della via ma questa, come ogni dama che si rispetti, respinge garbatamente le sue avances: la preparazione non è adeguata, le incredibili nevicate hanno reso le pareti bagnate, una caduta sulla via provoca l’infortunio ad una caviglia, poi, durante un primo tentativo in free solo, a 200 m dall’attacco, su una parte in aderenza Alex tentenna, “In punti come quello non conta quanto tu sia allenato, non ci sono prese per le mani, se ti scivola un piede è finita”.

 

L’amata si nega ma l’arrampicatore non desiste.

 

Poi il 3 giugno arriva una congiuntura astrale, è il momento giusto, ora o mai più. Alex è vago con la troupe delle riprese: “domani potrei anche tentare”, Jimmy capisce che non è il caso di mettere alcuna pressione al ragazzo “ok, non preoccuparti, noi domani andiamo a scalare da un’altra parte”.

Nel frattempo durante la notte allestiscono il set per le riprese e alcuni addetti alla produzione prendono il volo da New York per raggiungere la valle.

Honnold si sveglia come in un giorno qualunque: fa colazione e si avvicina all’attacco della via. Indossa una t-shirt rossa, pantaloni grigi, le scarpette, la chalk bag; guarda i 1.000 m sopra di lui e sfiora le prime prese.

In 3,56 h Alex entra nella leggenda.

 

 

La parola ad Alex

Ciao Alex, ti aspettavi di raggiungere un tale grado di popolarità con la tua ultima impresa, di trascendere i confini del mondo dell’arrampicata?

No, devo dire che sono rimasto piuttosto sorpreso dall’impatto che essa ha avuto, anche se arrivo a capirne le motivazioni. Anche per chi non pratica l’arrampicata vedere il Free Solo, cioè qualcuno che scala senza una corda, stimola molto la fantasia e il ragionamento, innescando molte reazioni emotive.

 

Vorrei soddisfare una curiosità: dopo la scalata di freerider è apparso un video su YouTube in cui Jared Leto (candidato al premio oscar e frontman dei Thirty Second to Mars n.d.r.) interrompe il concerto per complimentarsi con te, facendo gridare a tutto lo stadio: “Congrat. Alex, congrat. Alex…”. Sei amico di una star del genere?

Si, quando ho visto il video sono rimasto particolarmente commosso, non me lo sarei mai aspettato, oltre la quantità di messaggi che mi sono arrivati da ogni dove in quella occasione. Jared è un grandissimo appassionato di arrampicata, siamo diventati amici quasi casualmente e abbiamo scalato assieme 4 o 5 volte, chiaramente lui non ha molto tempo per dedicarcisi.

 

L’aspetto che più incuriosisce circa il Free Solo è la paura. E’ un’emozione che provi anche tu? Come la controlli?

Certo, tutti proviamo paura, anche se per ognuno è la traduzione di eventi differenti. Dal mio punto di vista superare la paura equivale ad espandere quella che è la mia zona di comfort, e questo avviene attraverso l’esperienza e l’allenamento. Preferisco quindi parlare di trovarmi a proprio agio con essa piuttosto che di riuscire a superarla.

 

Compatibilmente con il fatto che una falesia non è una big wall, e in ogni scalata intervengono elementi differenti, qual è il tuo grado massimo in arrampicata e qual è il tuo grado massimo in free solo?

Il grado massimo che ho arrampicato è un 8c+, fatto proprio qualche settimana fa, mentre in Free Solo è un 8a. Nello specifico Freerider è un 7c+, certo, per certi aspetti più difficile di tanti 8a.

 

 

Quali elementi caratterizzano la scelta dei tuoi obiettivi?

Beh, sicuramente entrano in gioco non tanto il grado quanto la bellezza e la storicità delle vie. Vie che in qualche modo per me hanno un grande significato.

 

Un noto arrampicatore in rete ha aperto un dibattito circa l’affollamento delle vie più famose ad opera di un pubblico sempre più numeroso e dell’impatto che questo può avere su chi comunque è più preparato e/o qualificato a salirle.

Sarei più d’accordo nel dire che chiunque, io stesso, è parte del traffico. Ognuno ha diritto di cimentarsi in ciò che vuole ed essendo la popolarità dell’arrampicata in crescita è inevitabile che il traffico sulle vie aumenti, io stesso fino a una decina di anni fa mi muovevo più lentamente e facendo quei casini con le corde, tipici dei principianti. Se si vuole arrampicare in tranquillità si possono scegliere vie meno battute o periodi in cui c’è meno folla.

 

I Free Solo che hai fatto, sono in linea di massima per te delle ripetizioni, li affronti ricordando ogni singola sequenza di movimento o ci sono passaggi che improvvisi?

Di Free Rider ricordo ancora adesso tutti i singoli movimenti duri, almeno 6 lunghezze le conosco a memoria.

 

Cosa da principio ti ha spinto maggiormente al Free Solo, la sfida o una maggior conoscenza di te stesso?

Un po’ di entrambe le cose anche se credo maggiormente la sfida di un obiettivo ambizioso.

 

 

Alpinismo VS arrampicata. Con il Fitz Roy Traverse assieme a Tommy Coldwell hai compiuto un’impresa alpinistica che resterà nella storia, vincendo il Piolet D’or. Come rapporti questi due aspetti dello scalare?

Preferisco di gran lunga l’arrampicata. E’ la mia attività congeniale, si arrampica con il sole, in un ambiente confortevole e alla sera si beve una birra in compagnia, non c’è il freddo, le intemperie, le rocce che si staccano o il disagio delle grandi altitudini. In definitiva per me l’alpinismo è un Hobby.

 

Il fattore velocità, che ruolo assume nella tua arrampicata?

Quando la velocità è il risultato di muoversi in purezza, diventa qualcosa che fa stare bene e genera completezza. Non ricerco la velocità come elemento in sé stesso, arriva come risultato.

 

A proposito di velocità, hai arrampicato con Ueli Steck (alpinista reso famoso dalle imprese in velocità sulle 3 maggiori pareti nord delle alpi, deceduto in Himalaya in primavera n.d.r.), che ricordo hai di lui?

Ueli era un alpinista eccezionale, abbiamo arrampicato un mesetto assieme ripetendo diverse volte il Nose ed era forse il più veloce con cui mi sia mai confrontato. Ma nonostante fosse un alpinista era uno che quando andavamo in falesia era capace di scaldarsi facendo un po’ a casaccio una via di 7c.

 

Sicuramente un’attività come l’arrampicata non porta ad un professionista lo stesso risultato in termini economici come può essere per un calciatore o un pilota di F1. Cosa ha dato a te questa professione?

Mi sta dando una cosa importantissima: la possibilità di viaggiare e di entrare in contatto con persone e situazioni che sono completamente diverse da quelle che viviamo tutti o giorni, come ad esempio in Africa, in India o Pakistan. Parlo di persone che vivono in contesti di grande povertà e disagio. Questo mi ha spinto ad aprire la mia fondazione, per cercare di dare un aiuto concreto a chi ne ha più bisogno.

 

A cosa ti stai dedicando attualmente?

Un progetto come quello che ho portato a termine ha completamente assorbito le mie energie, ora pur continuando ad arrampicare sono in una fase di “pigrizia”, è un momento in cui posso rilassarmi.

 

Il video della consegna dell’Oscar a Free Solo

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