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Cambiare Strada – Intervista a Matteo Della Bordella

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Quando Matteo Della Bordella, Matteo Bernasconi e Matteo Pasquetto sono rientrati dalla Patagonia questa primavera abbiamo subito voluto scambiare due parole con Matteo – attuale Presidente dei Ragni di Lecco – sull’esperienza appena vissuta. Al tempo di questa chiacchierata eravamo da poco entrati in quarantena e Matteo Bernasconi e Matteo Pasquetto erano ancora fra noi; nulla preventivava l’imminente tragedia che gli avrebbe strappato alla famiglia, agli amici più cari e alla comunità alpinistica intera.

Non abbiamo voluto rivedere l’intervista dopo l’accaduto, perché piuttosto che parlare della loro assenza, preferiamo ricordarli mentre erano vivi e facevavo le cose che amavano. 

Matteo Della Bordella è membro dei Ragni da 2006 e presidente dal 2018. Di recente ha pubblicato la sua autobiografia, “La via meno battuta”, edita da Rizzoli, e non è diventato presidente a caso, perché dalle sue parole emerge – a nostro modesto parere – il vero spirito dei Ragni.

 

Intervista di: Eva Toschi

Foto: Courtesy Matteo Della Bordella

Ciao Matteo, ti rubo un po’ di tempo adesso che sei costretto a casa e non puoi uscire a scalare. Quando siete rientrati dalla Patagonia? Lo scoppio della pandemia ha modificato i vostri piani originali?

Siamo rientrati il 5 marzo, per un pelo, prima che bloccassero tutti i voli internazionali. Anche con lo scoppio della pandemia siamo rientrati agilmente, senza grandi controlli e senza dover fare cambi di programma.

Essere padre e essere alpinista

So che di recente sei diventato papà, prima di tutto auguri, poi volevo chiederti se e come questo ha impattato nella tua vita da alpinista.

Si, Lio è nato il 19 dicembre. Purtroppo mi sono perso un mese della sua crescita mentre ero in Patagonia, ma stando in questi giorni a casa ho la fortuna e il tempo di godermelo di più.

È cambiato tantissimo a livello personale in tutti i momenti del resto della mia vita. Penso tanto alla famiglia e a mio figlio quando sono in spedizione, però in montagna, per quello che ho avuto modo di vedere, non mi è sembrato. Una volta che ero lì sotto le montagne, mentre stavo scalando, mi sentivo lo stesso di prima. Avevo la stessa voglia di andare, la stessa energia; penso che avrei preso le stesse decisioni indipendentemente se fossi stato padre o meno, quindi devo dire che l’essere padre ha aggiunto qualcosa, però non mi dà la sensazione di avermi tolto niente in montagna.

Non credo che debba arrivare un figlio per convincerti a prendere meno rischi in montagna. Sotto questo punto di vista mi sento lo stesso di prima. Sono consapevole di quello che vado a fare, dei rischi ci sono, diciamo che non penso che avere un figlio sposti la lancetta da una parte o da un’altra. Perlomeno non per quello che mi è capitato adesso. Magari più avanti sarà diverso, non lo so neanche io. È tutta una scoperta, è tutto un viaggio e le cose cambiano in continuazione.

Certo, già adesso in Patagonia avevamo deciso di rinunciare alla via che volevamo salire sul Cerro Torre, ma penso che avremmo deciso così a prescindere. Penso, nessuno può averne la certezza.

 

Il progetto iniziale

Se non sbaglio siete partiti per la Patagonia con l’idea di salire il Diedro degli Inglesi sul Torre, raccontami un po’ di come sono andate le cose e perché avete cambiato idea.

Si, eravamo partiti con quell’idea. Avevamo già provato l’anno scorso io e Pasquetto anche se inizialmente saremmo dovuti essere in tre, con Berna che però si era fatto male e non era potuto partire. Quello lì (il Diedro degli Inglesi ndr) è veramente un grandissimo sogno, per me è un po’ fare qualcosa più vicino a quello che ho fatto in precedenza, dello stile che mi piace di più di scalata in Patagonia – ovvero di salire quelle che sono le grandi pareti – e forse la parete est del Torre è quella più bella, più difficile, più complessa tra tutte queste pareti, per la sua dimensione, per il suo essere sempre molto continua e difficile, per il fatto che in cima ci sia anche la neve e tra l’altro non è mai stata salita in stile alpino. Ci sono poche vie e quelle che sono state aperte – nonostante siano grandi vie che nessuno si sogna di ripetere – sono state aperte tutte con corde fisse. Mi piacerebbe fare qualcosa di più salendo quella linea in stile alpino.

Questo è un grande sogno, per il qualche comunque ci siamo allenati e preparati e su cui abbiamo le idee abbastanza chiare su come poterlo realizzare, però poi bisogna fare i conti con la realtà e quindi con tantissimi fattori.

Quest’anno il problema principale non è stato tanto quello del meteo, perché era buono, ma quello delle condizioni che erano quelle sbagliate per quello che volevamo fare noi e ci hanno fatto rinunciare a priori, perché con quelle condizioni lì – e il tempo buono – i pericoli erano troppo alti per salire su quella linea. Avrai visto anche tu poi la scarica che è venuta giù dal Torre verso fine febbraio, diciamo che dopo quello che abbiamo visto non ha fatto che confermare un po’ la nostra scelta – anche se non è che avevamo bisogno di una conferma. Le condizioni non erano buone perché fino a poco tempo prima aveva fatto molto tempo brutto e guardando con il binocolo alcune sezioni di roccia che avevamo salito l’anno scorso erano coperte da uno strato di ghiaccio bello spesso. Poi quando è venuto bello le temperature si sono alzate molto – come oramai purtroppo succede spesso – e quindi l’unione delle due cose ha reso tutto estremamente pericoloso. L’avevamo capito già prima dagli strumenti a disposizione, e quindi abbiamo deciso di cambiare programmi.

Avete lasciato in ballo la possibilità di provare più avanti nel caso le condizioni fossero migliorate o avete desistito e incentrato le vostre energie su altri progetti senza più guardarvi indietro?

Si, l’abbiamo lasciata sempre in ballo, solo che nella prima finestra era sporco (il diedro ndr) ma non era caldissimo e invece nella seconda finestra faceva già troppo caldo rendendo la via ancora più pericolosa. Noi eravamo dell’idea che se ci fossero state condizioni sicure in una finestra di bel tempo abbastanza lunga saremmo andati. L’idea è ancora lì e resta per il futuro, però in tutte le occasioni che abbiamo avuto per scalare abbiamo dovuto cambiare i programmi per i motivi che ti ho detto.

Poi in realtà abbiamo fatto delle gran belle salite e sono molto contento. È stata una spedizione strana perché da un lato è stato un peccato non aver nemmeno provato a mettere mano sulla via che era il nostro obiettivo e sogno da anni, dall’altro se penso alle salite che abbiamo fatto devo ammettere che sono molto belle e sono venute fuori delle gran belle linee, quindi sono anche soddisfatto.

I cambi di programma

Raccontaci di queste vie che vi hanno regalato grande soddisfazione

Ne abbiamo aperte due e ripetuta una, ma la più bella delle tre è sicuramente la via sull’Aguja Standhardt, che abbiamo salito nella finestra più lunga; la prima. Il dado è tratto era una linea che avevo già un po’ in mente perché l’avevo vista negli anni domandandomi perché nessuno l’avesse ancora salita, poi quando siamo andati si è rivelata veramente bella dal punto di vista della scalata, anche difficile. C’era questo diedro strapiombante di 100 metri con una fessura di mano e pugno che devo dire – poi ognuno dice così delle proprie vie – rendeva la via veramente affascinante. È una via indipendente, estetica e completa.

Per aprire la via ci sono voluti tre giorni ma se qualcuno l’andrà a ripetere è possibile che ci metta molto meno. Noi il primo giorno abbiamo scalato i tiri facili iniziali e poi ci siamo fermati ad aspettare che si pulisse un po’ la parete. Il secondo giorno abbiamo scalato la parte centrale e ci siamo fermati a bivaccare in un punto comodo. Avremmo anche potuto proseguire ma si stava troppo bene per lasciare quel bivacco. Il terzo giorno abbiamo raggiungo la cima dove abbiamo incontrato Nico Favresse e Sean Villanueva che avevano aperto un’altra via sempre sulla Standhart. La sera ci siamo rincontrati giù e ci hanno offerto da mangiare; la sera prima era stato il compleanno di Sean.

Volevamo salire tutta la via in libera ma abbiamo dovuto fare un paio di passaggi in artif, un po’ anche per le condizioni della parete. Non escludo che in condizioni differenti si possa scalare in libera. Io ho provato a pubblicizzarla agli altri climber, speriamo che qualcuno vada a ripeterla e a liberarla.

La via sul El Mocho, l’altra che abbiamo aperto, è sicuramente di impegno alpinistico inferiore: considera che l’abbiamo aperta in giornata, in una giornata anche di tempo incerto. Poi abbiamo ripetuto la via sull’Aguja Poincenot, una linea molto bella che potrebbe anche diventare una classica, non difficilissima ma molto lunga e bella.

La Patagonia nel cuore

Se non sbaglio è la decima volta che torni in Patagonia. Cos’è che ti affascina così tanto di questo posto da volerci tornare ogni anno?

Si, è il decimo anno di seguito che torno in Patagonia. È il tipo di alpinismo che mi piace di più: prima di tutto quando il tempo è bello hai delle pareti allucinanti da scalare. Non è che basta il bel tempo e vai. Ci sono delle pareti incredibili come penso di non aver mai trovato da nessuna parte. Se penso a quando sono stato a El Capitan diverse volte e poi penso a trovarmi sotto alla parete del Torre o del Fitz Roy o Egger; cavolo sono anche più difficili. Oltre a tutti i fattori si somma una scalata super, in fessura, su un paretone di granito, che è quello che più mi piace. E poi sotto un aspetto meno tecnico in Patagonia mi sento bene, mi sento abbastanza a casa, anche i ritmi di scalata e l’attesa non mi pesano di solito: insomma ci torno sempre stra-volentieri.

Scegliere la cordata

Quanto conta secondo te il rapporto umano per la riuscita di una spedizione o – in generale – per star bene durante quelle giornate? La scelta dei partner è una cosa a cui sei attento?

Diciamo che sono attento ma anche molto aperto ad andare con gente molto diversa e sperimentare. Però – soprattutto negli ultimi anni – ho visto che quando vai con amici, con persone fidate, ti trovi bene e se la vedono un po’ come te sull’andare in montagna è la cosa migliore. Intanto ti trovi bene nei momenti al di fuori della scalata – e quello già non è poco – perché spesso sono tanti, poi quando vai in parete il condividere alcune visioni sulla scalata e il pensare allo stesso modo, facilita tantissimo le cose, perché sai già come la pensa l’altro e le decisioni le prendi insieme.

In questo caso il rinunciare al Torre è stata una scelta unanime, poi gli altri si sono un po’ affidati a me che avevo già qualche idea sulle possibili linee. Quando sono stato lo scorso autunno in India con Luca Schiera e Matteo De Zaiacomo, anche lì c’eravamo trovati di fronte alla scelta se scalare la parete o meno, e – non essendo stata una scelta facile – ci siamo assunti insieme la responsabilità e scelto insieme. Sembra facile finché le cose vanno bene, quando invece qualcosa va storto non lo è per niente.

 

Come è stato scrivere il libro sulla tua storia – fino ad adesso?

All’inizio sembrava una mole di lavoro incredibile, poi in realtà tante cose si sono scritte abbastanza da sole, perché ho capito – mentre le scrivevo – che forse dentro di me sapevo già cosa volevo raccontare di quelle cose. Ho scritto in modo abbastanza spontaneo, cercando di raccontare un po’ tutto della mia attività e della mia esperienza: sia i momenti belli, di cui è facile parlare e di cui vado fiero, sia quelli più brutti, sia gli aspetti del mio carattere di cui vado meno fiero. Chi l’ha letto mi ha scritto dei bellissimi messaggi, dicendo che ho suscitato diverse emozioni, quindi direi che sono soddisfatto.

Ambassador Vibram

So che di recente sei diventato ambassador Vibram, cosa significa per te questa collaborazione e in generale entrare nel team di un’azienda “di casa”?

Anche se non ci abito più, io sono nato e cresciuto a Varese, e devo dire che per noi varesini è un riferimento quell’azienda, perché ce l’hai a due passi da casa ma allo stesso tempo è un’azienda i cui prodotti vanno a finire in tutto il mondo, riconosciuta a livello mondiale come azienda leader nella produzione di suole per calzature di montagna. Già è un orgoglio del nostro territorio, in più la mia stima nei loro confronti è stata sempre alta perché uso i loro prodotti da sempre. Non siamo mai riusciti, prima di adesso, a concretizzare una collaborazione, mentre adesso si è presentata l’occasione, anche perché loro negli ultimi anni vogliono investire un po’ di più sull’alpinismo, sull’innovazione, sulla comunicazione e per questo hanno scelto di includermi nel loro team e questo mi fa molto piacere.

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