Diciassette anni nell’esercito. Dopo il congedo dalle Forze Speciali, Luca Fois ha voluto mettersi alla prova con un progetto alpinistico in Dolomiti. La preparazione fisica e mentale a situazioni ad alto stress possono bastare a destreggiarsi in un contesto selvaggio come l’alta montagna? Ce lo siamo fatto raccontare dal protagonista di questa avventura.
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Luca fois, l’intervista
Ciao Luca nome del tuo profilo Instagram è “The Quiet Italian”, ma come vedremo troppo tranquillo non sei. Da dove vieni?
Sono nato in Sardegna trasferendomi a Milano negli anni ’90, dove ho vissuto fino arruolarmi, nel 2004, l’anno dell’ultima leva militare. Gli anni successivi li ho vissuti nei reparti dove ho servito, quindi per circa venti in Toscana.
Quindi non approfittasti di poter saltare la leva, come fece la maggior parte dei ragazzi abili?
No, in quel momento per rimandare la leva bastava dichiarare di essere diplomandi, come lo ero io. Io però dopo aver fatto il rinvio per terminare gli studi chiesi di rinunciare allo stesso, arruolandomi e successivamente firmando per un ulteriore anno. Poi per i successivi quattro etc.

Quando e perché ti arruolasti?
Sono orfano di padre e da adolescente, a Milano, conobbi diversi ragazzi congedati dalla leva nei paracadutisti. Dai loro racconti filtrava un senso di appartenenza positivo, lo spirito cameratesco, di squadra, qualcosa a cui anelavo, non sentendomi molto integrato nella città in cui vivevo.
Una volta entrato nell’esercito che direziona ha preso la tua vita?
Posso dire sia stata una continua crescita. Potremmo paragonare l’Esercito ad una grande e sana azienda, in cui se ne hai le capacità puoi fare carriera, dalla base fino all’apice. Dopo il periodo di leva chiesi infatti di entrare nelle aviotruppe, i paracadutisti.
I lanci militari però sono vincolati, sei vincolato all’aereo e il paracadute si apre da solo, è un paracadutismo ibrido e così mi venne voglia di fare delle nuove esperienze.
Feci domanda allora da Operatore di Supporto alle Forze Speciali (come veniva chiamato il reparto all’epoca, ora TIER 2), diventai Ricognitore e Acquisitore obiettivi, occupandomi di operazioni di raccolta informativa, conduzione del fuoco a lungo raggio. Con quel ruolo feci tre turni in Afghanistan. Quell’esperienza mi spinse a passare al livello successivo, TIER 1, superai la selezione di ingresso al 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti Col Moschin, le Forze Speciali dell’Esercito, e diventai Incursore dell’Esercito Italiano, addetto all’anti terrorismo.
Sappiamo più dell’Esercito Americano che di quello italiano. Dai film americani abbiamo imparato a conoscere i Navy Seal, ma esistono anche in Italia le Forze Speciali e in che contesti operano?
Certo che esistono ma bisogna fare chiarezza. La controparte italiana dei Navy Seal (forze speciali della Marina degli Stati Uniti) è il GOI (Gruppo Operativo Incursori della Marina Militare), e mentre nell’Esercito “americano” le Forze Speciali sono le DELTA, in Italia abbiamo il TIER 1. Negli USA come in Italia ogni Forza Armata ha un reparto di Forze Speciali addetto all’Anti Terrorismo, e da noi come da loro le Forze Armate sono 4: Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri (Army, Navy, Air Force, Marine Corps, Space Force e Coast Guard negli USA). La differenza sta nel contesto operativo dove ogni Forza dovrebbe intervenire, ferma restando una capacità di base ad operare in ogni contesto.

L’Esercito Italiano è stato impiegato negli anni del dopoguerra in diverse missioni all’estero, dal Libano, all’Iraq, all’Afganistan, sei stato assegnato a qualcuna di queste missioni?
Certo, ufficialmente ho partecipato a circa 10 missioni.
In che senso, ufficialmente?
Ci sono missioni Italiane, come quelle sotto l’egida dell’ONU e/o della NATO in cui c’è un impegno nazionale palese, le cosiddette mission pace. Poi ci sono una serie di missioni secretate, legittimate dalla legge 198 del 2015, per cui c’è un intervento delle Forze Speciali in ausilio ai Servizi Segreti.
Per questo sul mio curriculum appaiono solo le missioni ufficiali: Libano, 3 volte l’Afghanistan e 2 volte l’Iraq (dopo il regime di Saddam).
Cosa ti ha dato l’esperienza da soldato e come hai deciso di congedarti?
Partiamo dalla seconda parte. Un contesto lavorativo come quello in cui ero impegnato è totalizzante. La rete amicale, diventa familiare, ruota tutto attorno alla professione e nessuno vuole abbandonare quel contesto di fratellanza, perciò tutti mascherano quello o quell’altro problema, per restare lì. Io, come tanti, avevo delle lesioni riportate in servizio, che “mascheravo” per restare operativo. Poi nel 2019 nacque il mio primo figlio e chiesi di saltare un turno, prendendo la paternità. Ci fu un grave incidente in Iraq, con 4 soldati feriti in modo grave e con mia moglie iniziammo ad interrogarci sui rischi che correvo. Decisi quindi di prorogare la pausa diventando istruttore delle Forze Speciali, poi nel 2021 nacque il mio secondo figlio e avviai le pratiche di Medical discharge e quindi di congedo per inabilità al servizio.
Come sei arrivato alla montagna?
In quel periodo risultavo in convalescenza, dovevo stare a casa e rispettare gli orari delle visite di controllo, ma la notte potevo uscire ed iniziai a muovermi da solo in montagna.
Iniziai parlare con qualche amico del desiderio, quando fossi stato libero di muovermi, di dedicarmi ad un progetto, in montagna, che dimostrasse come pure in assenza di competenze specifiche (tipo essere Guida Alpina) ma con grande volontà, preparazione e versatilità, sia possibile raggiungere un obiettivo, un record. Nacque così l’idea del progetto “86 Dolomites”, il Record di raggiungere, One-Push, 86 cime in 86 giorni sopra i 3.000 m nelle Dolomiti.

Quando è durata la preparazione alla partenza?
Circa un anno e mezzo ma considera che ho agito da autodidatta, quindi ho chiesto consiglio ad un amico per prepararmi ad un attività endurance e poi ho messo in piedi un Team di supporto, un gruppetto di “scappati di casa” ex militari.
Qualcuno aveva già tentato questo concatenamento?
Non c’è niente di ufficiale e di misurato, Franz Nicolini aveva fatto non ufficialmente qualcosa di simile, scalandone circa 75.
Dicevamo che l’obiettivo era concatenare le cime one-push giusto?
Si, volevo concatenarne il maggior numero possibile, rimanendo in quota più tempo possibile e perdendo meno quota possibile, campeggiando nei mezzi di trasporto alla base delle montagne.
Cosa è andato storto?
Saremmo dovuti partire prima, c’è stato un giugno ideale ma noi siamo partiti a luglio e a luglio in 53 giorni di “missione” ha fatto 18 giorni di pioggia, e neve sulle cime.
Inoltre l’inesperienza ha influito su una cattiva gestione della Guida Alpina. A causa di diversi fattori è stata più dura del previsto, le intemperie e la fatica mi hanno messo alla prova e dopo giorni di sveglie alle 3.00 o 4.00 della mattina la salute ha presentato il conto. Anche il luogo ha influito sulla motivazione. Tantissime di quelle cime programmate sono davvero brutte, la roccia è pessima e anche dove il grado (di arrampicata) è basso le vie sono improteggibili. Sembrano davvero luoghi inospitali.

L’aver ricevuto un certo tipo di addestramento ed esserti trovato in situazioni ad altissimo stress, come può essere quello provato al fronte, ha rappresentato un vantaggio durante quest’esperienza in Dolomiti?
Credo di si, a livello di soft skills. Non ho ricevuto una formazione alpinistica tale da poter sopperire all’appoggiarmi ad una Guida Alpina, piuttosto mi sono stati di aiuto la preparazione alla gestione del rischio, la capacità di collaborare in micro team, di pianificazione. Ecco questa esperienza era assolutamente applicabile al contesto.
Da quante persone era formato il Team?
Da 3 persone (tutti con esperienza militare) impiegate a rotazione per 3, 4 giorni. Ricevevano dei task, chi si occupava di logistica, chi di supporto medico, chi faceva da accompagnatore. Tutti apprendevano molto velocemente come dava supporto all’obiettivo finale e mi aiutavano.
Fra tutto ciò che non ha funzionato ha funzionato il Team. Il Team non ha fallito, ho fallito io, il mio corpo. Avremmo potuto completare a 70 cime, per farne di più si sarebbero dovute allineare parecchie stelle.

Vedi un parallelo, a livello emozionale e motivazionale fra l’addestramento, e le missioni operative, e la pianificazione e l’attività alpinistica?
Buona parte del lavoro del soldato è legato al senso di responsabilità verso chi lavora con lui. Io sentivo un senso di responsabilità nei confronti del Team ma tante cime le ho fatte da solo. In quel contesto ho sentito la solitudine, cosa che nella vita militare non capita mai. Fra soldati si è sempre almeno in due, si dice: due è uno e uno è nessuno.
Buona parte di meccanismi mentali si sono attivati però per certe operazioni che ho vissuto la motivazione era parecchio differente perché figlia di una grande responsabilità, per i compagni, il reparto, la nazione. Comunque la mia carriera e la mia esperienza credo siano state utili ad arrivare dove sono arrivato.

Ti è rimasta la voglia di preparare un nuovo progetto?
Si mi prenderò una pausa di un anno, in cui voglio cercare di fare un paio di record indoor, poi vorrei tornare in montagna. Ma non credo sulle Dolomiti.







