Maratona di Roma: dalle intuizioni di William J. Riley all’atmosfera sospesa delle Corsie Sistine, il weekend romano di New Balance racconta un’idea di equilibrio che attraversa il tempo.
Foto: Alessandro Pegoraro e Lorenzo Pantano
All’inizio del Novecento, a Boston, William J. Riley osservava una gallina e cercava di capire come facesse a restare in equilibrio in modo così naturale, così stabile, così perfettamente essenziale.
Non era una curiosità fine a se stessa, né un dettaglio folkloristico buono da raccontare un secolo dopo. Era una domanda concreta, quasi fisica: come si aiuta il corpo a stare meglio dentro il proprio appoggio, a distribuire il peso in modo corretto, a trovare stabilità senza irrigidirsi.

New Balance Arch Support Company
Da quella domanda nacque nel 1906 la New Balance Arch Support Company. Prima ancora di diventare un marchio globale del running, New Balance nacque così: come un’idea di equilibrio applicata al corpo, al movimento, al supporto, al comfort. Il nome stesso, con il tempo, avrebbe portato dentro di sé proprio questo principio. Non un’immagine elegante, non uno slogan, ma una visione molto precisa: il corpo funziona meglio quando non viene forzato, ma accompagnato.
Più di un secolo dopo, quella stessa idea è arrivata a Roma. Non come citazione del passato, né come esercizio di storytelling retrospettivo, ma come qualcosa di vivo, tradotto in uno spazio, in un programma e in un modo preciso di costruire un’esperienza.
Per capirlo, però, bisogna partire da un luogo che sembra esistere fuori dal tempo.
Ci sono luoghi che non si spiegano. Si abitano.
Le Corsie Sistine sono così. Entri dal Borgo Santo Spirito e, prima ancora di capire dove sei, senti qualcosa cambiare nell’aria. Un peso diverso. Una qualità del silenzio che non trovi altrove.
Alzi gli occhi e lo spazio si apre davanti a te: un corridoio lungo, una luce che cade dall’alto attraverso il Tiburio, gli affreschi rinascimentali che coprono le pareti e che non sembrano semplicemente decorare, ma agire su chi attraversa quella navata. Qui la bellezza non è mai solo bellezza. È funzione. È atmosfera. È memoria che continua a lavorare sul presente.
La scelta di New Balance
Costruite alla fine del Quattrocento come parte dell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, le Corsie Sistine nascevano per curare, accogliere, ristabilire un ordine nei corpi e nella vita delle persone. Era un luogo pensato per la cura, e questa origine si sente ancora, anche se oggi il contesto è cambiato. Per questo la scelta di New Balance di aprire qui il proprio Run House durante il weekend della Maratona di Roma non sembrava una semplice intuizione estetica. Non era la selezione di una location straordinaria per fare scena.
Era qualcosa di più coerente e, proprio per questo, più raro: la decisione di legare un evento contemporaneo a un luogo che da secoli parla di equilibrio, corpo e restituzione.

È lì che il parallelismo ha cominciato a prendere forma
Se tutto, nella storia di New Balance, nasce da una riflessione su come un corpo trova il proprio assetto, allora le Corsie Sistine non sono semplicemente uno sfondo. Sono un’estensione concettuale di quella stessa idea. Boston e Roma, il cortile osservato da Riley e la navata rinascimentale, le zampe di gallina e i corpi dei runner: elementi lontanissimi, almeno in apparenza, che improvvisamente trovano una linea comune.
Venerdì
Il venerdì era il giorno dell’ingresso. Media, atleti, specialisti del brand, interviste, primi approfondimenti sulla nuova Ellipse. Un Media Day a inviti, sulla carta. Ma già nelle prime ore era evidente che il centro del weekend non fosse semplicemente il prodotto. O meglio, il prodotto c’era, ma non cercava di occupare tutto il campo. Restava dentro un disegno più ampio, nel quale il luogo parlava quanto la scarpa e l’esperienza contava quanto la comunicazione.

Un’esperienza vera
Entrare per la prima volta nelle Corsie Sistine con il ruolo di giornalista significava muoversi con un doppio sguardo. Da una parte sentivo il peso del posto, quella qualità dell’aria, quella luce alta e obliqua sugli affreschi, quella lentezza che sembrava imporsi da sola. Dall’altra stavo già cercando un modo per raccontare tutto questo, per tradurre in immagini e parole qualcosa che, almeno all’inizio, sembrava resistere a entrambe. Alcuni luoghi si fotografano bene. Altri, prima di essere raccontati, chiedono di essere vissuti.
La sera – “The Feast of Corsie Sistine”
La sera, in quello stesso spazio, si è tenuto “The Feast of Corsie Sistine”, una cena privata a inviti sotto le volte affrescate. Sarebbe stato facile leggerla come una semplice cena di presentazione. Ma il punto, anche lì, era un altro. Lo spazio contava quanto le persone. Il tempo contava quanto il programma. Clienti, media, atleti e amici del brand sedevano insieme in un luogo che nei secoli aveva accolto chi cercava cura, parlando invece di corsa, movimento, benessere, presenza. Il contrasto tra la memoria del posto e la vita contemporanea che lo attraversava faceva emergere con ancora più chiarezza la direzione del weekend: New Balance non stava soltanto organizzando un evento, stava costruendo un racconto coerente con la propria origine.
Sabato
Il sabato è stato il giorno in cui quel racconto ha trovato la sua forma più piena. Le Corsie Sistine aprivano al pubblico dalle 9 alle 19, ma la giornata cominciava prima, e cominciava in un modo che diceva già molto.
Il mattino
Alle 9 del mattino, nella Sala Lancisi, Mike Kratzer guidava una sessione di breathwork a inviti. Non yoga generico, non benessere da brochure, ma una pratica precisa di controllo del respiro pensata per regolare il sistema nervoso e preparare il corpo allo sforzo. Sedersi in quella sala, con gli affreschi intorno e il pavimento antico sotto i tappetini, mentre qualcuno ti riportava al gesto più semplice e più trascurato che abbiamo, cioè respirare bene, produceva una sensazione difficile da ignorare. Cinque secoli fa quelle stanze lavoravano sulla cura dei corpi. Quel sabato mattina continuavano a farlo, con un linguaggio diverso ma con una fedeltà di fondo quasi disarmante.
Ellipse Community Run
Alle 10, con le Ellipse ai piedi per la prima volta, eravamo già in movimento per l’Ellipse Community Run insieme a Souplesse, la running crew romana che ha co-costruito l’intero weekend. Bastavano pochi chilometri per capire che tipo di scarpa fosse e, soprattutto, per intuire l’idea di corsa che portava con sé. Non una scarpa che impone un ritmo o che cerca di stupire a ogni passo, ma una presenza più discreta, più ragionata, capace di accompagnare il movimento senza invaderlo. In quei chilometri avevo già capito cosa fa bene. E anche cosa no. Ma quello meritava, e merita ancora, uno spazio a parte.

Il punto, in quel momento, non era la recensione. Era il modo in cui la scarpa entrava nel contesto. Perché anche l’Ellipse, in fondo, sembrava rispondere alla stessa idea iniziale da cui il brand era partito: non forzare il corpo, ma aiutarlo a stare meglio dentro il proprio equilibrio.
Souplesse
Souplesse, in questo, era molto più di una presenza di contorno. Nata a Roma nel dicembre 2021, è una running crew costruita attorno a una visione semplice e insieme difficile: mettere al centro la gioia del movimento, non la performance come ossessione. Il loro motto, correre a un ritmo naturale senza mostrare segni di fatica, non è una posa né uno slogan da T-shirt. È una filosofia che si percepisce subito nel modo in cui si muovono, si parlano, occupano lo spazio e corrono insieme. In un weekend pensato per raccontare l’equilibrio, la loro presenza non era decorativa. Era strutturale.
Il pomeriggio – “Together Laps Workshop”
Nel pomeriggio le Corsie Sistine cambiavano ancora pelle. Il “Together Laps Workshop” apriva lo spazio alla comunità femminile delle runner, tra workshop sul performance wear, una 5K collettiva e yoga. Uno dei momenti più interessanti dell’intero weekend è stato però la registrazione live del podcast “Common Grounds”, collaborazione tra New Balance e Souplesse, con la maratona come tema centrale. Non la maratona raccontata in chiave tecnica, da tabella o da prestazione, ma la maratona come esperienza umana, come luogo mentale, come confronto con il proprio modo di stare dentro la fatica, la disciplina, l’attesa, il dubbio. Persone con background diversi ragionavano insieme su cosa significhi davvero prepararsi a 42 chilometri e, anche lì, senza bisogno di sottolinearlo troppo, tornava la stessa tensione di fondo: l’equilibrio non come stato immobile, ma come ricerca continua di un assetto possibile.

La sera – The Last Supper
La sera, con “The Last Supper”, tutto prendeva il tono sospeso delle vigilie riuscite. Pasta, carboidrati, conversazioni a voce alta, quell’energia particolare che la notte prima di una maratona sa portarsi dietro: metà eccitazione, metà paura, e in mezzo tutto ciò che non si riesce a controllare. A quel punto, dopo due giorni passati a respirare, correre, osservare, ascoltare e rallentare, il weekend New Balance smetteva definitivamente di sembrare una sequenza di attivazioni. Era diventato un ambiente. Un sistema. Una grammatica.
La domenica – La Maratona di Roma
La domenica rimetteva tutto alla prova più onesta: quella del corpo. La Maratona di Roma 2026 portava alla partenza quasi 36.000 persone. Ma un numero, da solo, dice poco. Quella mattina Roma era davvero una città dentro la città, un organismo parallelo fatto di attesa, rumore, concentrazione, nervi, occhi fissi e silenzi improvvisi. E per me, in quel momento, il racconto tornava a spogliarsi di tutto il superfluo. Non facevo più parte del programma. Non c’erano fotografi, non c’erano contenuti da produrre, non c’erano deliverable. C’erano solo le Ellipse ai piedi, la strada davanti e la possibilità di capire se tutto quello che avevo percepito nei giorni precedenti avrebbe retto anche nella dimensione più onesta di tutte: quella della corsa vera.

Con le Ellipse ai piedi
Ho scelto un ritmo lento, deliberatamente lento. In parte perché le gambe chiedevano quello, in parte perché Roma, a quel passo, si lascia leggere meglio. Correre lento lì significa vedere davvero. Il Circo Massimo nella luce del mattino, il Colosseo che continua a toglierti il fiato come se fosse sempre la prima volta, le facciate di Trastevere, i ponti sul Tevere, le piazze che a quell’ora sembrano appartenere solo a chi corre. Significa sentire il selciato sotto i piedi e accorgersi che la città non è una scenografia, ma un terreno vero.
Anche la scarpa, lì, si chiariva meglio. Sui sampietrini l’Ellipse si sente, ma nel senso giusto. Assorbe, accompagna, restituisce. Non prova a cancellare il terreno, ma lo rende abitabile. E in una città come Roma non è poco.
A un certo punto ho smesso di guardare i monumenti e ho iniziato a guardare le persone accanto a me. È stato lì che il weekend ha trovato il suo punto di fusione più chiaro. Quelle persone non stavano semplicemente correndo una maratona. Stavano combattendo. Con la fatica, con i cedimenti, con quel dialogo spietato che a certe distanze si apre tra il corpo e la volontà. C’era chi stringeva i denti al trentesimo chilometro con una tenacia quasi muta, chi camminava per qualche minuto e poi ripartiva, chi fissava un traguardo che non coincideva davvero con la linea d’arrivo. E in tutte quelle traiettorie c’era, in modi diversi, la stessa tensione: ritrovare un equilibrio quando tutto tende a portarti fuori asse.

Oltre quei 42 chilometri
È stato lì che il collegamento con l’inizio ha smesso di sembrare una bella storia ben costruita. Non era più soltanto il racconto delle zampe di gallina, né il fascino di un’origine curiosa da recuperare a posteriori. Era qualcosa di più concreto. All’inizio del Novecento, William J. Riley aveva osservato una gallina cercando di capire come funziona la stabilità di un corpo. A Roma, più di un secolo dopo, New Balance sembrava aver costruito un intero weekend per ricordare che quell’intuizione non è mai stata solo una questione di prodotto. È un modo di pensare il movimento, il ritmo, il respiro, il passo, la comunità, persino lo spazio in cui tutto questo accade.
Il pomeriggio – Marathon Wrap Party
Nel pomeriggio, quando le Corsie Sistine si trasformavano per l’ultima volta nel Marathon Wrap Party, con la musica, il recupero, la medaglia ancora al collo e Souplesse sul palco, il cerchio si chiudeva senza bisogno di essere spiegato. Lo stesso luogo in cui ero entrato 48 ore prima ora era pieno di corpi stanchi, sorrisi larghi, gambe svuotate e quella leggerezza strana che solo le fatiche vere sanno lasciare dietro di sé. Forse era proprio questa l’immagine più coerente di tutto il weekend: persone consumate dalla distanza, ma rimesse in asse da un luogo pensato da sempre per accoglierle.
L’immortalità delle idee
Alla fine, quello che rimane non è il lancio di una scarpa. Non è la corsa di una maratona. Non è nemmeno la bellezza irripetibile del posto in cui tutto è successo.
Quello che rimane è la sensazione che alcune idee, quando sono autentiche, riescano ancora ad attraversare il tempo senza trasformarsi in puro marketing. Cambiano il linguaggio, cambiano il contesto, cambiano il modo in cui si mostrano, ma restano riconoscibili.
Nel caso di New Balance, tutto continua a tornare lì: a quell’ossessione iniziale per l’equilibrio, alla convinzione che il corpo non vada forzato ma accompagnato, al desiderio di costruire non solo prodotti, ma condizioni migliori per abitare il movimento.
Forse è per questo che Roma ha funzionato così bene. Perché alle Corsie Sistine New Balance non ha semplicemente organizzato un evento nel weekend della maratona. Ha trovato un luogo capace di raccontare, con secoli di anticipo, la stessa intuizione da cui era partita: un posto nato per curare i corpi, trasformato per tre giorni in uno spazio in cui respirare meglio, correre insieme, ascoltarsi, recuperare e ritrovare un ritmo.
Se tutto era cominciato da una gallina osservata nel cortile di una casa di Boston, finire qui, alle Corsie Sistine, con Roma piena di runner e il corpo ancora addosso alla città, aveva improvvisamente senso.
Perché l’equilibrio, alla fine, non si spiega.
Si vive.


