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Paklenica amore mio

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paklenica

Maria Elena Adorni de Silva ci racconta della meta numero uno per arrampicare in Croazia: la Paklenica. Dal numero #6 2020 del nostro magazine.

L’autunno sembra avere colori più intensi passato il confine. Con il cuore in gola, attraverso la frontiera tra Italia e Slovenia, dimenticandomi di comprare la vignette. Vengo fermata dalla polizia Croata al secondo posto di blocco. Una poliziotta bionda dalla faccia cattiva mi dice che da adesso in poi sarò “sotto controllo”. Fotografa la mia auto e poi mi lascia passare. Mentre guido attraverso il temporale penso che i confini siano una cosa davvero stupida, e che il Covid abbia messo anche noi privilegiati con il passaporto europeo di fronte all’incapacità di muoverci da un paese all’altro in libertà. Una libertà che fino all’anno scorso era così scontata che dimenticavo di averla.

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Tu stai atterrando in aeroporto, dal Sudamerica. La Croazia è l’unico paese Europeo che di questi tempi lascia entrare i turisti extra-europei senza bisogno di permessi speciali. Non siamo l’unica coppia a rivederci in Croazia, centinaia di innamorati separati dal Covid si sono incontrati qui. L’ultima volta che ti avevo visto a inizio pandemia sette mesi fa, ci eravamo promessi che ci saremmo rivisti appena le frontiere avrebbero aperto. La primavera è passata, così anche l’estate, e vivendo in sospeso è arrivato anche l’autunno. Oggi sono venuta a prenderti.

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Non ero mai stata in Croazia prima. Quando avevo vent’anni mi sarebbe piaciuto girare i Balcani in camper e arrivare fino in Russia, ma non l’ho mai fatto. La conoscevo dalle diapositive dei miei genitori, che ci erano stati negli anni ’70, quando viaggiavano in tenda perché non avevano soldi e Tito era ancora al potere. Ho dei ricordi di quando ero bambina negli anni ‘90, ricordo che c’era una guerra molto vicino a noi, poi quella guerra l’ho studiata all’Università e vista attraverso i lavori fotografici di alcuni colleghi. Per amore e per necessità, sono andata finalmente a vederla con i miei occhi.

Da Zagabria, attraversiamo il paesaggio boscoso e fitto con l’autostrada ordinata e semi deserta che taglia i grandi parchi dell’entroterra. Dopo circa due ore e mezza di guida nel verde, grandi pilastri di rocce calcaree ed una vegetazione mediterranea prendono improvvisamente il posto del bosco. Arriviamo a Starigrad Paklenica, nel nord della Dalmazia, un piccolo paese dal nome sovietico, a fianco di uno dei parchi nazionali più famosi d’Europa per l’arrampicata. A giudicare dalle guide, il periodo di fine ottobre è quello più indicato, non c’è troppo caldo e nemmeno troppa gente. Non ho avuto dubbi su dove avremmo passato i 14 giorni necessari al rientro in Italia da un paese estero. Per noi, non c’è modo migliore di riconnettersi dopo mesi di lontananza se non attraverso le corde e la roccia.

 Mi colpisce come in così pochi chilometri si possa passare da un ecosistema brullo e mediterraneo, con qualche lucertola e serpente che scivolano tra le pietre, ad un ambiente montano, dove la vegetazione diventa una foresta di pini e querce abitata da orsi e lupi. Il Parco è formato da due canyon di diversa ampiezza e presenta circa 360 vie di arrampicata tra sportiva e tradizionale che si sviluppano verticalmente su 700 m di pareti di calcare che formano la gola. Noi ne abbiamo visitata solo una, quella più grande e più visitata e in quei giorni popolata da climbers provenienti prevalentemente dalla Repubblica Ceca. Nel canyon si vociferava ci fosse anche Adam Ondra da qualche parte, ma ci piace pensare che fosse una voce di falesia messa in giro da qualche arrampicatore burlone.

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Ho notato sin dal primo tiro di riscaldamento che le vie di Paklenica sono spittate molto alla “slava”, dure e larghe. Il mio compagno, più esperto di me, mi racconta di quanto l’alpinismo di queste parti sia rimasto quasi in disparte nella storia della montagna, nonostante abbia una storia antica quasi quanto queste pietre grigie di calcare su cui muoviamo i nostri corpi ogni giorno. Sotto e dentro le pareti del canyon, che erano abitate sin dai tempi del Paleolitico da piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori, si nascondono grotte un tempo abitate dall’uomo. Un tesoro speleologico sotterraneo, che un tempo erano case e così profonde da conservare ghiaccio perenne, utilizzato dagli allevatori per abbeverare il bestiame durante il caldo estivo. Quando si arrampica a Paklenica, si respira un’atmosfera antica, come se il tempo intorno si fermasse. Per arrivare all’ingresso del Parco, si passa un gruppo di case in sasso, dove una mattina vedo una donna piccola e anziana, con un fazzoletto in testa, il viso rosso e gli occhi azzurro ghiaccio. Mentre arrampichiamo nella zona più popolata del canyon, una coppia di contadini scende dal sentiero impervio con quattro asini carichi di provviste. Hanno volti duri e seri, e non sorridono quando li salutiamo. Mi chiedo cosa pensino di tutti questi turisti che occupano i loro luoghi per divertirsi arrampicando. Se parlassi croato, probabilmente glielo chiederei.

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Ci siamo divertiti a fare una sosta su un fiume per cercare la roccia meno unta del Parco, cercando di non far cadere la corda nell’acqua, e dopo aver studiato meglio la guida, siamo andati in esplorazione in quello che abbiamo soprannominato “il Paradiso dei Brocchi”. Molto simile al Corno Piccolo del Gran Sasso ma con gradi molto facili, il Paradiso è un gruppo di guglie calcaree con un avvicinamento non troppo difficile e raggiungibile facilmente dal paese guidando in auto per 20 minuti lungo una strada strettissima e pendente, seguendo le indicazioni per Veliko Rujno, nome della montagna che domina il paesaggio di Starigrad. Notiamo che purtroppo il nostro Paradiso è stato deturpato da attrazioni turistiche, con cavi per fermare un ponte tibetano e gradini in ferro da ferrata conficcati nella roccia. Riusciamo comunque a goderci l’arrampicata in un paesaggio spettacolare, con una temperatura perfetta per scalare baciati dal sole autunnale, accompagnati da un venticello fresco proveniente dal mare.

Alla fine della prima settimana, riceviamo chiamate preoccupate da parte di amici e parenti che ci consigliano di rientrare in Italia in anticipo per la possibilità di un nuovo lockdown. I casi continuano ad aumentare, ma ufficialmente dovremmo passare almeno 14 giorni in un paese europeo prima di entrare legalmente in Italia dall’estero. Decidiamo di partire comunque, consapevoli della possibilità di essere rimandati in Croazia alla frontiera con la Slovenia o quella con l’Italia. Abbiamo salutato a malincuore la signora Irena, mamma single e giovane proprietaria dell’appartamento in cui abbiamo vissuto per trenta euro al giorno. Irena ci ha riempiti di regali e souvenir e sembrava molto triste per la nostra partenza anticipata. Non mi dimenticherò mai la forza di sua madre settantenne, che ho visto una mattina spaccare la legna per più di due ore senza fermarsi.
 Partiamo un po’ tesi, pregando che non ci fermino alla frontiera e con un po’ di paura di separarci un’altra volta. Controllano i documenti ad entrambi i posti di blocco. La polizia slava ci ha fatto aspettare al lato della strada chiedendo un permesso di soggiorno. Provo a rimanere calma cercando di non andare nel panico. Poi il poliziotto arriva al finestrino e ci restituisce i passaporti. Siamo liberi. Ci fermano anche i carabinieri all’ingresso in Italia, e dopo un breve controllo ci lasciano andare. Ce l’abbiamo fatta.

 Due settimane dopo il rientro in Italia, siamo andati in comune a fare le pubblicazioni di matrimonio. Paklenica è stata un po’ il nostro viaggio di nozze anticipato. Ci piacerebbe tornare un giorno, e riuscire a passare più tempo tra le pietre antiche che conservano la memoria della Dalmazia.

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