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Questions & Answers – Stefan Glowacz ITW

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Intervista di: Richard Felderer con Marco Melloni
Foto di: Klaus Fengler / Red Bull Media House

AVEVO ESATTAMENTE QUINDICI ANNI QUANDO SENTII PER LA PRIMA VOLTA IL NOME DI STEFAN GLOWACZ. FU IN OCCASIONE DELLA PRIMA COPPA DEL MONDO DI ARRAMPICATA TENUTASI A BARDONECCHIA NEL LONTANO 1985, E STEFAN ERA SUL GRADINO PIÙ ALTO DEL PODIO, TRASMESSO SU RAI-2 IN DIRETTA! DA ALLORA IL FUORICLASSE DELL’ARRAMPICATA MONDIALE È CRESCIUTO, SI È EVOLUTO VERSO UN TERRENO PIÙ DI ESPLORAZIONE E ALPINISMO E SOPRATTUTTO, A 48 ANNI È ANCORA NEL PIENO DELLA SUA CARRIERA SPORTIVA. QUESTA SERIE DI ELEMENTI, OLTRE
ALL’INCREDIBILE STIMA NEI SUOI CONFRONTI MI HANNO INNERVOSITO NON POCO AL MOMENTO DI INTERVISTARLO! MA PER FORTUNA STEFAN È UNA PERSONA ESTREMAMENTE AFFABILE E TRANQUILLA, NON GLI INTERESSA APPARIRE O SEMBRARE… DURANTE L’INTERVISTA, DOPO ESSERCI SCIOLTI ABBIAMO PARLATO PIÙ DELLE NOSTRE SPEDIZIONI E DEI NOSTRI INTERESSI COMUNI CHE ALTRO. E QUELLO CHE GLI INTERESSA È PARTIRE SEMPRE PER UN NUOVO VIAGGIO, COME L’ULTIMO NELLA GIUNGLA DEL VENEZUELA SUL MONTE RORAIMA, LE CUI FOTO ACCOMPAGNANO L’INTERVISTA.

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CIAO STEFAN, PARLAMI UN PO’ DI QUANDO È COMINCIATO “TUTTO”…
All’inizio della mia carriera facevo solo gare di arrampicata sportiva, e così è stato per otto anni. Poi lo sport ha preso una direzione che non era più la mia, nella palestre indoor su muri artificiali, mentre io cominciavo ad apprezzare la scalata su roccia e su pareti a tal punto che il distacco è venuto naturale. Ho deciso quindi di girare pagina e cominciare una nuova carriera, quella di professionista della montagna. Avevo molti progetti, idee e sogni. Sognavo viaggi, grandi pareti, luoghi remoti. E questo non era conciliabile con il professionismo che si stava sviluppando nel settore delle gare, quindi decisi di mollare.

COME MAI HAI PRESO QUESTA DECISIONE CHE IN UN CERTO SENSO TI HA PORTATO A RICOMINCIARE DA CAPO?
Hai ragione! Ma scalare le grandi pareti, viaggiare, essere in un certo senso creativi… it’s just more! È di più, oltre, capisci? Il poter mettere al servizio dell’avventura le mie capacità tecniche, sviluppate nel periodo delle gare mi dava di più, era la mia strada e ho deciso di seguirla. Così abbiamo cominciato a sviluppare un nuovo concetto nelle spedizioni alpinistiche, quello di “by fair means”, solo con mezzi leali. Ovvero, grosso modo, il fatto di portare a termine i nostri progetti solo con le nostre forze, con il minor ausilio possibile di attrezzatura e strumenti per la progressione artificiale, e usandoli solo per proteggerci, ma non per andare avanti. Questo concetto arriva dall’alpinismo di alta quota, dove per fare un esempio di “fair means”, non è concepibile l’uso delle bombole di ossigeno per sopperire alla sua mancanza. Se scali un 8000 senza ossigeno, l’hai fatto con mezzi leali, sei stato al gioco. Se lo fai con l’ausilio dell’ossigeno… è diverso! E quindi abbiamo esteso un po’ questo concetto anche all’avvicinamento alle pareti, quando finiscono le infrastrutture dell’uomo. Ed è un aspetto fondamentale! Fa la differenza: ad esempio puoi raggiungere le pareti delle aree remote come Baffin o Venezuela a piedi nella giungla, con il kajak, o con lo snowkite. Solo con mezzi “leali”, rispettosi dell’ambiente. E qui scalare pareti difficili, impegnative ai massimi livelli dell’arrampicata. Senza usare mezzi artificiali per la progressione, solo il corpo. Ci piace andare, scalare e tornare indietro con le nostre capacità e forze.

VEDO CHE SALTI DAL POLO ALL’EQUATORE SENZA BATTERE CIGLIO. COME MAI NON TI DEDICHI A PROGETTI PIÙ CLASSICI COME IN YOSEMITE O IN PATAGONIA, PER ESEMPIO? PERCHÉ CERCHI LE BIG WALL PIÙ REMOTE?
Mah, vedi, ho scalato diverse volte anche in questi posti, ma la mia passione è per le aree remote e inesplorate. Sono curioso di natura. Per me l’esplorazione è importante quanto la scalata, il fatto di poter scoprire una nuova parete in una nuova valle per me è importante quanto scalarla! Vogliamo sempre vedere “là dietro” se ci sono pareti nuove!

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PARLI SEMPRE AL PLURALE, COSA SIGNIFICA? HAI UNA SQUADRA? SPIEGAMI MEGLIO…
Il mio team… si, è un gruppo di amici, di appassionati prima che di professionisti. Quando parti per viaggi al limite, che durano spesso mesi, in cui passi settimane a piedi nella giungla e poi appesi a un chiodo in parete… beh, si crea un rapporto che non è lavorativo. Si diventa una squadra. E se le cose hanno funzionato bene… si conferma la squadra e si riparte! Prima di tutto, come dicevo, ci sono passione e spirito di gruppo! Io so che posso fidarmi dei miei compagni e loro sanno che possono fidarsi di me. E questo è importante, fondamentale. Quindi vado sempre in giro più o meno con le stesse persone, come Kurt Albert (da poco deceduto in un incidente) e Holger Houber, insieme al fotografo Klaus fengler o Robert Jasper. Ovviamente loro sono i primi che sento quando ho un progetto. Poi ovviamente dipende anche dalla contingenza ambientale, se c’è ghiaccio, quota o altre cose. Per esempio so che in Patagonia su misto il migliore è Jasper, e quindi cercherò di averlo in spedizione con me! Poi c’è anche la questione di disponibilità, non tutti possono partire quando vogliono!

QUAL È L’APPROCCIO CHE HAI NEI CONFRONTI DELLE SPEDIZIONI, E COME TI ORGANIZZI NELLA
PRATICA?

Spesso le spedizioni nascono da un’idea, un racconto, una foto vista su una rivista. Da lì parte un embrione, una visione. Ne discutiamo, valutiamo dov’è e come arrivarci. Per esempio per la spedizione a Baffin, ci siamo basati sulle foto di Mark Synnot, un esploratore e fotografo americano del National Geographic che ha girato l’isola in lungo e in largo con un piper scattando le foto delle pareti! Abbiamo cercato di capire dove fosse, come arrivarci, eravamo eccitati! Era anche una scommessa il solo riuscire ad arrivare alla base di quelle montagne così lontane e remote, in posti dove neanche l’orso polare arriva!

E DAL PUNTO DI VISTA TECNICO COME TI MUOVI?
Può succedere che alcune spedizioni richiedano due anni di preparativi! Quella della Cattedrale a Baffin ad esempio ha richiesto due anni di preparazione! Dopo aver visto la foto di Synnot abbiamo capito che con mezzi “normali” sarebbe stato impossibile. Sarebbero stati 400 chilometri di cross country sci con le slitte al seguito. Il tutto dopo aver fatto 2 mesi di spedizione! Improponibile per i pesi, la logistica, ci sarebbe voluto troppo cibo… È un grosso dilemma, perché più giorni spendi, più cibo devi avere che però ti rallenta, si innesta una spirale impossibile! Allora abbiamo pensato allo snowkite! Era una possibilità, abbiamo provato nelle Alpi per imparare, e poteva funzionare. A questo punto siamo partiti e ce l’abbiamo fatta!

HAI 48 ANNI, COME FAI AD ESSERE SEMPRE SULLA “CUTTING EDGE” IN TUTTI I CAMPI?
Non prendermi per pazzo, ma è la motivazione. Ho una motivazione enorme, quello che faccio è la mia passione, e non lo cambierei con nulla al mondo. Gli obiettivi sono sempre così importati, misteriosi e grandi che non me ne accorgo neanche. Mi alleno tanto, soffro anche per lunghi periodi di carico, ma non mi pesa assolutamente.

LA TUA BORSA
Analizzo sempre approfonditamente l’obiettivo e le situazioni dove mi troverò. Quindi prendo le mie decisioni. Sai sempre che il tuo limite è che dovrai portarti tutto sulle spalle. Quindi preparo una borsa ipotetica e poi comincio a sottrarre.
Non posso portarmi troppa roba sulle spalle! E riduco al minimo. E quando sei la fuori e fa freddo, e hai solo un cambio… te lo fai andare bene. Se si buca o si strappa un paio di pantaloni o una giacca, beh, ci portiamo dietro un sacco di toppe! E questo è quanto!

VUOI RINGRAZIARE QUALCUNO?
Beh si, ringrazio sinceramente i miei sponsor, in primis perché senza di loro tutto questo mio viaggiare non esisterebbe, in secondo luogo perché è grazie ai loro miglioramenti nel trovare soluzioni tecniche e tecnologiche che posso concentrarmi meglio sugli obiettivi! Quindi ringrazio Red Bull, Marmot, Lowa, Gore-Tex e… Red Chili, che tra l’altro è la mia azienda di scarpe da arrampicata (ride).