Photostory: Inseguimento dall’alba al tramonto

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I sentieri sono alla base di tutto nel mountain biking. Sono le arterie in cui scorre la vita in ogni pedalata. Sono la tela biancia, il foglio vuoto. Sono l’inizio, la metà e la fine di ogni possibile storia a ruote artigliate.

Che sia costruito con mezzi meccanici, accuratamente scolpito da mani piene di vesciche che tengono semplici attrezzi, o consumato dal secolare passaggio degli animali, ogni sentiero è tanto vario quanto le persone che lo percorrono in bici. La storia del trail cambia con il transito di ogni biker – ognuno ha il suo personale punto di vista e definizione di velocità, spazio, tempo, avventura, pericolo e senso del bello – e ciascuno è un altro “uno tra i tanti”.

Il seguente è il primo di una raccolta di racconti su tre differenti avventure in altrettanti sentieri. Se presentato come un semplice trail “beta”, questo testo può raccontare il terreno – una curva qua, una salita là, un drop dopo – ma soprattutto una della tante storie che accadono ogni giorno.

Foto: Adrian Marcoux

Della Creek, Lillooet, British Columbia, la fine di giugno. Una nube di fumo di un incendio boschivo getta un velo nebbioso sul sole di mezzogiorno, l’aria è torbida per la puzza di legno bruciato portata dal vento e per la scintillante distorsione della calura estiva che sale dalla terra arida. Quassù, in mezzo alla terra arida, dove il pino Ponderosa, il fico d’India, la salvia e il ginepro punteggiano il paesaggio, gli unici rumori sono quelle di cavallette lontane e di elicotteri che scaricano acqua sulle fiamme. Molto più in basso, come appollaiati sulla florida cengia che sovrasta il possente fiume Fraser, ci sono ranch e aziende agricole circondate da coltivazioni e allevamenti di bestiame.

Tutto appare più tranquillo qui dove mi trovo, sul sentiero di Della Creek. Per un momento, almeno…

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L’accampamento è stato allestito, le tende montate, i materassini srotolati, le sedie aperte, i thermos nascosti all’ombra, i barbecue resi operativi, la caffettiera pronta al’uso. Un bel campeggio: in parte un bel nido accogliente con una vista panoramica sul mondo sottostante e in parte un rifugio dal caldo estenuante di un’estate estremamente calda.
Ci siamo concessi un giorno e mezzo di svago, divertimento e vita da campeggio. Niente telefono, niente internet, niente lavoro, nessuna faccenda da sbrigare, nessun senso di colpa, nessuna responsabilità e nessun errore – solo il piacere di mangiare per soddisfare il proprio appetito, bere quando si ha sete, e dormire quando le batterie devono essere ricaricate, che sia durante il mattino, il pomeriggio o di notte non è importante.

L’unica certezza è che siamo qui a girare sul sentiero dall’accampamento al fondovalle tutte le volte che sarà necessario  per rimescolare ogni singola cellula del nostro essere, per rimetterla insieme in una versione più pura, semplificata e completamente nuova della persona che eravamo prima.

Quando ritorneremo alle nostre case, saremo una versione più snella e scattante di noi stessi. Saremo ricoperti dalla lucida e splendente patina generata dallo sfrecciare in bici – attraverso lo spazio e il tempo – sui sentieri di Della Creek.

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Questa volta siamo solo Kenny e io, ma in altre occasioni eravamo molti di più. I nomi e in numeri non sono importanti, è sempre la stessa musica: la caccia, le sportellate e la foga del combattimento corpo a corpo.

Ogni giro, su questo secco lembo di terra, ha luogo la caccia con i nostri ruoli alternati. Lui schiva e io mi insinuo, e ognuno di noi combatte per mantenere la posizione nel confronto dell’altro. Lo guardo allargarsi, così mi tuffo all’interno, dandogli un assaggio della mia gomma anteriore, ma lui riesce a tenere alto il ritmo e schizza via di nuovo. Io me ne frego. Lui se ne accorge. Sa che prima ero vicinissimo. Lui salta. Io pompo la bici. Lui fa lo stesso. Io salto di nuovo. Lui mette fuori un piede e la sua ruota posteriore scivola, i detriti volano in aria. Allargo l’ingresso e poi chiudo rapidamente la curva, alla ricerca della massima trazione, spingendo forte sugli pneumatici. Per un momento siamo fianco a fianco, ma la curva stretta ha spazio per uno solo tra noi due, e uno deve sacrificarsi. Questa volta tocca a me. Lui ridacchia, e viene da ridere anche a me.

Osservo le sue linee, traiettorie che non avrei mai pensato e immaginato, ma cerco di imitarne alcune. Sto mettendo alla prova me stesso, uscendo dalla mia routine, scoprendo un percorso diverso attraverso un attento esame dello stile di guida di Kenny. Poi, in altre occasioni, seguirò le sue mosse, ma ora però un approccio diverso: quando opta per la linea più dritta e veloce, io invece mi dirigo su quella più giocosa. O quando inizia a giocare duro passando sui tratti più sconnessi, faccio passare le mie ruote sulla linea più pulita. Oppure quando si mette a pedalare, io invece alleggerisco l’anteriore improvvisando un manual.

Questo accade quando l’elegante jazz prende il posto del puro e potente heavy metal, improvvisando secondo la nostra ispirazione sul sentiero che stiamo percorrendo.

Foto: Adrian Marcoux

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Della Creek è duro e veloce, morbido e rilassato, la terra battuta dagli pneumatici è compatta e cotta dal sole in alcuni tratti e inconsistente e polverosa in altri. La bici punta verso la linea della massima pendenza per la maggior parte del tempo, rendendo più facile tenere alta la velocità.

Ma voglio ancora di più, così cerco di usare i freni il meno possibile per prendere il posto dell’ombra di Kenny. Mi avvicino al vortice di polvere sollevato dalle sue ruote e che nasconde il sentiero se invece mi allontano. Devo trovare la posizione perfetta dietro di lui, uno o due metri tra la sua ruota posteriore e la mia anteriore che, a oltre 40 all’ora, sembrano una manciata di centimetri.

Se oso toccare i freni, perdo il suo ritmo e il sentiero scompare, nascosto da una fitta nuvola di polvere. Ma se sto abbastanza vicino per sfuggire al polverone che si alza dalla sua ruota posteriore, il trail scompare comunque perché tutto quello che riesco a vedere è la sua gomma che gira veloce e il suo sedere. Tutto il resto è oscurato.

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A questa distanza, devo fidarmi delle sue reazioni e della sua interpretazione del percorso… in altre parole, che frenerà dolcemente in caso di necessità, che non mi farà uscire dal tracciato portandomi con lui. Così studio i movimenti del suo corpo per avere un’idea di quello che mi aspetta lì davanti. Leggo Kenny leggere il sentiero. La fede nelle capacità del biker che sta davanti è essenziale. Seguire un rider più lento sarebbe più sicuro ma i suoi movimenti e le sue traiettorie potrebbero essere imprevedibili e quindi disastrosi.

Un biker capace come Kenny, è amico della velocità, regala più emozioni, alza la soglia del rischio, devo solo resistere alla pressione del suo ritmo altissimo. In caso contrario, rimarrò intrappolato in una nuvola di polvere, senza la possibilità di leggere lo spartito che sta scrivendo sul sentiero.

Quindi la mia scelta è di stare a ruota oppure una quindicina di metri più dietro. Non è divertente stare così distante. È come andare in bici da solo. Certo, a fine discesa ci sarebbero in ogni caso i sorrisi a 32 denti e le pacche sulle spalle, ma non avrei vissuto le eccitanti scariche di adrenalina della lotta serrata tra noi due.

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Non si tratta di competizione, di chi arriva prima alla fine o di chi fa il tempo migliore, è solo il bisogno di essere un tutt’uno con la velocità. Piegati in avanti, accucciati come un gatto pronto a spiccare un balzo, con le mani strette saldamente sul manubrio, in attesa che la bici si animi, salti e scatti da una curva all’altra.

Alla ricerca della linea che ci faccia guadagnare rapidamente velocità, come piloti di caccia sul filo del rasoio, dove ogni mossa deve essere ponderata al millesimo di secondo. La lotta serrata in discesa ha le sue regole da rispettare, non c’è spazio per gli errori, soprattutto quando stai spingendo a tutta sul sentiero, a pochi centimetri l’uno dall’altro.

“Dopo di te”
“No, dopo di te”
Così comincia ogni duello.

Foto: Adrian Marcoux
Testo originale: Seb Kemp

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