Ritorno alla bici, ritorno alla vita – Cronache dal Lockdown

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Rose Ground Control - Flow

Ci sono molti modi per guadagnarsi un’estate senza bici. Già la situazione è critica e incerta, la speranza che la curva dei contagi da Coronavirus non risalga è forte e vigile in ognuno di noi. Evitiamo di ricominciare con l’amata mountain bike in modo eccessivamente esuberante. Eh sì, perché la mancanza di attenzione, un colpo d’occhio meno pronto, i fondamentali impolverati, e una forma fisica non altezza, portano a un rischio di caduta e relativo infortunio troppo alto. E l’estate, così come è arrivata, se ne vola via.

Una frazione di secondo che trasforma quella che poteva essere una bella pedalata in una lunga sosta indesiderata. Le cadute non sono quel genere di cose che possiamo prevedere… se potessimo, le eviteremmo, elementare Watson!

Così anche la gravità di ogni singolo incidente non è preventivabile. A chi non è capitato di schivare un’orribile carneficina ad alta velocità senza un graffio, ribaltandosi poi a passo d’uomo lasciandoci un osso?

Questo mi riporta alla mente un’estate senza bici di qualche anno fa, una caduta non attesa, forse dovuta a un eccesso di confidenza e/o stanchezza – fisica e mentale – da super allenamento. Qualcosa che ha lasciato un segno non solo nel fisico ma anche nella testa, un errore da non ripetere. Successe tutto così in fretta, una mano diventata improvvisamente inservibile, con un paio di legamenti delle dita danneggiati. Decisamente una caduta poco aggraziata, nel momento peggiore, appena prima dell’estate.

Dopo due mesi e mezzo, di dieta regolare e tediosi esercizi di riabilitazione, la mano destra era ancora effettivamente inservibile. Un’estate senza sentieri flow, senza salti, ma anche senza quell’allenamento funzionale alla pratica del mountain biking.

Carosello 3000 - The Bomb Trail

La mountain bike rientra nel grande mondo del ciclismo, come tale è uno sport di “gamba”. La maggior parte dei praticanti identifica la capacità di pedalare come una caratteristica distintiva. Volenti o nolenti, anche gli amanti del gravity, devono metterlo in conto. Se le gambe funzionano, se cuore e polmoni sono a posto, allora possiamo pedalare. Quindi una mano – e il relativo braccio sino alla spalla – debole non dovrebbe essere un grande problema, o no? A inizio settembre ci fu il rientro ufficiale in sella, per una tranquilla pedalata gravel a un evento di settore. In pianura non era così male, niente di troppo doloroso, a parte qualche fitta occasionale. In discesa però, anche su una facile ghiaiata dalla pendenza dolce, l’incubo si manifestò in tutta la sua potenza. Non riuscivo a indirizzare l’avantreno come avrei voluto, figuriamoci la guida in piedi sulla bici. Alla fine del breve tour, riconsegnai il mezzo allo stand, mi cambiai goffamente, per accasciarmi a un tavolino della sala stampa e cominciare un lungo, umiliante e doloroso viaggio mentale nelle mie paure.

Quello non fu il mio primo ritorno in sella, tra fratture, distorsioni, strappi, tagli e ferite di vario tipo e importanza. Direi che una spalla e una caviglia sono i miei talloni d’Achille, riservandomi più ferie forzate negli ultimi due decenni di ruote artigliate a pedali.

Le cose sono cambiate. Una volta questo mi faceva impazzire. Ogni giorno trascorso lontano dalla bici era vissuto come un’occasione persa. E ogni pedalata mancata era un fallimento. Mentre l’inattività erodeva la forma fisica, mi preoccupavo che non sarei mai tornato a quel livello di fitness, che sarei diventato più vecchio, più lento, e meno capace.

L’impazienza per guarire dagli infortuni, il desiderio, la necessità di tornare in bici mentre il corpo si sta ricucendo troppo lentamente e dolorosamente, è il regno della gioventù. È successo troppe volte, ora sto diventando un più cauto e avveduto. Con la mano ferma di un approccio più adulto, l’istinto di auto conservazione ha vinto sull’incoscienza. La linea d’ombra era passata, “quella che ci avverte di dover lasciare alle spalle le ragioni della prima gioventù.”

Ci sono cose che non vero l’ora di fare, più di uscire di nuovo in bici. La mountain bike è fantastica, è una forza dirompente che mette equilibrio nella mia vita, ma non è una cosa che devo fare assolutamente ogni giorno. Ci sono cose più importanti, come riuscire a svitare il tappo rognoso di una bottiglia d’acqua senza dover stringere la mano destra – rimasta più debole – con la sinistra… e meno male che sono mancino! Così come fare i salti mortali, o quasi, per indossare una maglietta o semplicemente sfogliare un libro, come accadde qualche anno fa.

Pila Bikeland

Le mountain bike in cantina sono rimaste appoggiate al muro per la Fase 1 appena passata. Con le gomme sgonfie, la polvere accumulata, la catena secca. Quanto tempo è passato, due mesi ormai, ma è sembrata un’eternità. Ieri, fatidico 4 maggio 2020, apertura della Fase 2, ho tirato fuori una MTB, la più leggera e veloce, fuori dalla cantina. Ripensandoci oggi, mi sembrava di avere in mano una teiera di finissima porcellana cinese, tanto era l’attenzione e la meraviglia nel maneggiarla. Ho controllato le sospensioni, gonfiato gli pneumatici, lubrificato la catena, verificato l’efficienza della trasmissione, e proceduto con tutte i controlli del caso. E, vestito di tutto punto, mi sono sorpreso e meravigliato un’altra volta in uno sguardo fugace allo specchio, come se quello che mi apprestavo a fare non accadeva da tempo immemore. Ma ero davvero così quando andavo in bici con regolarità? Come un ritorno alla vita, ma conscio che la vita al di là della mountain bike è più importante. Un primo colpo di pedale, poi un altro ancora. E così via, verso il divertimento, ma più consapevole e, forse, maturo.

“Un uomo deve saper affrontare la sua cattiva sorte, i suoi errori, la sua coscienza e tutto quel genere di cose. Contro cos’altro si dovrebbe combattere altrimenti?”

[Joseph Conrad, “Linea d’ombra”]

I controlli essenziali da fare alla MTB prima di ripartire

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