Paolo Marazzi, ritorno in Patagonia

Una cosa è certa: almeno una volta l’anno Paolo Marazzi deve tornare in Patagonia. A pochi giorni dalla partenza pubblichiamo le domande che gli avevamo sottoposto proprio su questo argomento…

21/12/2018
scritto da Eva Toschi

Una cosa è certa: almeno una volta l’anno Paolo Marazzi deve tornare in Patagonia. A pochi giorni dalla sua partenza con il fidato amico Luca Schiera, pubblichiamo le domande che gli avevamo sottoposto proprio su questo argomento…

Ciao Paolo, abbiamo saputo che ultimamente sei stato spesso in Patagonia. Quali sono le cose che più ti attraggono di quelle montagne e che non trovi qui?

Ciao Eva!

Si, ultimamente ho passato parecchio tempo in Sud America, guardandola sia in estate che in inverno e ancora non so bene cosa sia ad attrarmi maggiormente nell’andare li. È  un po’ una forma di droga, una scintilla che ho nel cervello che diventa bomba quando arrivo là.

Mi piace la gente e i loro ritmi.

Il clima, molto spesso brutto, senza compromessi; non esiste la brezza leggera o la pioggerellina. Lì o il tempo è ok e puoi scalare o è brutto, ma brutto davvero, il vento ti sposta e se piove sono sufficienti dieci metri a lavarti e infreddolirti completamente.

Poi ci sono le pareti, sempre enormi e quasi sempre in posti inculati, dove l’arrampicata in sé quasi non conta, ma conta tutto ciò che c’è attorno e quello che rende la scalata in questa terra cosi magica.

 

Sei stato lì sia d’inverno che d’estate, con persone diverse e praticando un tipo di alpinismo diverso: a prescindere dalle condizioni meteo cosa rende diverso questo posto in stagioni differenti? Che ‘clima’ si respira? Qual è il momento che preferisci?

Potrei dirti il freddo, ma la volta che l’ho sofferto maggiormente – durante cui non potevamo addormentarci – era in piena estate quando siamo stati alle Torres del Paine. Non posso nemmeno nominarti il vento perchè i due fattacci di vento peggiori sono avvenuti più o meno nello stesso posto, uno in inverno, uno in estate. Eravamo nella zona della Guillaumet, dove entrambe le volte non riuscivamo praticamente a muoverci.

Forse in inverno tutto è più intimo. Eravamo cinque o sei alpinsti in tutto a El Chalten. Cenavamo assieme, passavamo le giornate di brutto tempo facendo le stesse cose. Eravamo una piccola comunità, che poi si separava quando arrivava il bello, quando ognuno andava verso il suo obbiettivo. Però i posti erano tutti per noi. Se entravi nella valle del torre sapevi di essere tu e basta.

In estate è molot più pieno di gente, sulle pareti e ai campi base. Però non so bene quale periodo preferisco, ho bisogno di qualche altro viaggio per poterlo dire.

 

Quando sei stato in spedizione nella valle del Rio Turbio con Luca Schiera siete rimasti parecchio fermi causa pioggia: cosa facevate per ingannare il tempo?

Niente o quasi. Ascoltavamo musica, leggevamo libri, gestivamo il fuoco e cucinavamo: avevamo delle uova in polvere e lì abbiamo trovato un sacco di farina e un barattolo di miele…puoi fare davvero tante cose con quei tre ingredienti. Poi appena smetteva un po’ di piovere facevamo dei giri lì attorno. Abbiamo anche salito un’altra parete (oltre al Mariposa ndr) e fatto un tentativo su una terza, tutte più semplici e che asciugavano prima del Mariposa.

 

5 canzoni che hai ascoltato durante la spedizione. Una la conosciamo già…Produci Consuma Crepa dei CCCP. Le altre?

Posso dartene 5 esclusa Morire dei CCCP (perchè produci consuma crepa è il ritornello, ma secondo me è abbastanza d’impatto anche il titolo)

comunque potrei dare un mini elenco di canzoni che ascolto o canticchio quando non posso ascoltare musica:

  • Offlaga Disco Pax “Robespierre” (questa è la canzone che ha girato in loop durante l’ultimo viaggio)
  • Giorgio Canali “F 104 “ (è una canzone che ha un gran bel ritmo da infilarsi in testa quando bisogna iniziare ad andare più veloci e sbrigarsi)
  • Dropkick Murphys “I’m Shipping up to Boston”  (a me piace molto quando cammino, quando ci sono quei viaggi che non finiscono mai con lo zaino pesante, diciamo che mi da carica)
  • The Doors “The End” (è una canzone che non ascolto mai anche se è sul mio ipod, la skippo sempre, però se sto scalando adoro canticchiarla, è quasi sempre quella che ho in testa)
  • King Krule “Easy Easy” (non sto a spiegarvi perchè mi piace questa canzone e perche l’ascolto però ascoltatela almeno una volta)

Per raggiungere la valle del Turbio avete dovuto navigare in canoa. Come avete imparato a remare prima di partire?

Vuoi la verità? Io ero stato in canoa una volta in vacanza con i miei genitori, penso attorno agli 8/10 anni. La usavo assieme a Gaetano, il figlio del bagnino, per andare alla spiaggia dei nudisti. Poi io e Luchino abbiamo provata una mattina in una micro porzione di lago non ghiacciata vicino ad Anzano del Parco. Quindi diciamo che non ho imparato a remare prima di partire.

 

Anche durante la spedizione con Ines Papert, suo figlio e Luka Lindič non siete stati molto fortunati con il meteo. Cosa avete fatto durante quelle fredde giornate?

In quel viaggio alla fine abbiamo fatto qualcosa, un tentativo ottimo su Super Domo al Domo Blanco dove siamo scesi a 40 metri dalla cima perchè non si era formato l’ultimo tiro che era una candela. Abbiamo fatto vari tentativi alla Guillaumet bloccati per il brutto tempo e una via su quella parete. Po, la normale del Cerro Solo con gli sci e altre sciate. Ho scritto un po’ un elenco asettico delle mie esperienze invernali ma non sapevo bene come descrivertele perchè alla fine, per la Patagonia in inverno, non sono nemmeno state così poche.

 

La Patagonia sembra l’unico posto dove pratichi boulder; com’è scalare su quei passaggi?

È una figata, bellissimo. Già le linee in sé sono bellissime, con una roccia molto meno traumatica del granito mellico a cui sono abituato. Poi il bello è tutto quello che ci sta attorno. Nei giorni di brutto tutti sono in giro a scalare tra i sassi. È un ottimo modo per conoscere gente oltre che l’unico modo per allenarsi.

 

Mi sembra di ricordare che nel vostro gruppo ci fosse anche Marc-Andre (Leclerc), hai voglia di raccontarci qualcosa di lui?

Era un figo, un utopista, secondo me stava scrivendo la storia moderna della Patagonia. Era una delle persone con cui preferivo fare boulder quando era brutto: passavamo ore a chiacchierare e ridere di qualsiasi cosa.

È stato un po’ grazie a lui che mi era scattata la scintilla per il Turbio: avevo visto un suo video dove andava insieme ad altri due là per provare la parete e alla fine ne scalavano una affianco perche reputavano quella troppo pericolosa. Era stata una vera ispirazione. Infatti spesso parlavamo di quel viaggio che avevamo fatto uguale ma in periodi diversi.

Per farla breve Marc-Andre era un fuoriclasse, leggetevi qualcosa di quel che ha fatto.

 

Cosa pensi del rischio e della morte?

Domanda difficile.

Potrei dirti l’idea che ho della morte così da far storcere il naso a qualcuno che leggerà.

Purtroppo ho conosciuto un po’ di gente che se n’è andata “prima del tempo” però quelli che conosco hanno tutti vissuto a 100 ogni loro giornata, senza nessun compromesso o pentimento per non aver fatto qualcosa che volevano fare.

‘Penso, ho l’illuminazione, agisco.’

Loro, dal mio punto di vista hanno vissuto di più di un vecchio che muore  d’anzianità con la testa piena di sogni che non ha realizzato.

Il rischio vien da se!

 

Marc-Andre condivideva la sua passione con la fidanzata Brette. Ti piace condividere la tua passione con chi ami o preferisci che alpinismo e amore restino in due compartimenti stagni?

Domanda difficile numero 2.

Non ho mai fatto come Marc e Brette e non so se lo farò mai. Se sto con una ragazza mi piace condividere alcuni momenti, andando a scalare o a fare una via, ma se penso al mio alpinismo, a quello che sento totalmente mio, forse preferisco farlo con poche persone con cui vado sempre in montagna. Non per una questione di amore e amicizia, ma più per una questione di chi è il tuo vero partner da anni, del quale puoi fidarti comunque sempre.

Poi non ho mai avuto una ragazza che potesse prendersi piu di un mese di ferie per venire in Patagonia.

 

Fare dell’alpinismo un lavoro è fantastico ma senza dubbio c’è il rischio che si vada in montagna solo con clienti e non più con i soci di sempre. Riesci a fare entrambe le cose? Se si, come fai?

Non ci sono differenze, a me piace andare in montagna punto.

Per fortuna ho fatto della mia passione un lavoro e per questo vado a fare vie con clienti, lavorando come guida alpina, poi torno a scalare con chi ne ho voglia.  Però ogni volta sono in montagna, e sono estremamente contento per questo. Non me ne frega nulla se sto facendo una via di secondo grado o il progetto del mese. Sono nell’ambiente dove sto bene e quello mi basta.

 

Qual è una domanda che non ti hanno mai fatto in un’intervista e che vorresti ti fosse fatta. Cosa risponderesti?

Non so bene quale domanda dovrei farmi, però spiegherei il motivo per il quale la nostra via (aperta sul Cerro Mariposa ndr) si chiama Produci Consuma Crepa. Adoro sempre parlarne!

Innanzitutto è una canzone che stavamo ascoltando lungo la via del ritorno.

Poi sono tre parole chiave, tre parole che stanno ad indicare la modernità della vita comune. È l’esempio seguito da molti, forse anche da me: lavoro per produrre, con ciò che ho prodotto consumo e poi creperò. Tutto molto vuoto e banale. Basta uscire un po’ da questa routine per far qualcosa che davvero ci piace. Quella cosa che ci ronza in testa da tanti anni ma non la facciamo perchè non va bene per la nostra convenzionale quotidianità.

Si fa fatica ad uscire dagli schemi perchè poi la moglie si arrabbia, oppure veniamo giudicati.

L’idea che ho è quella di ‘fottermene’, sempre nel rispetto degli altri ma di fottermene e cercare di realizzare dei sogni ogni tanto, che siano dall’altra parte del mondo o sulla Grignetta una domenica mattina.

Produci Consuma Crepa è uno stile di vita che bisgona cercare di non seguire.

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