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Souplesse Running, l’intervista

di - 09/05/2026

Souplesse Roma
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In linea con la filosofia di 4running mag, questo spazio è dedicato alle realtà che stanno ridefinendo il modo di vivere la corsa oggi. Non solo allenamento, ma cultura, identità, comunità.

testo di Alessandro Pegoraro – Foto archivio Souplesse

“Souplesse rappresenta una delle espressioni più interessanti della scena running contemporanea: una crew che va oltre il concetto tradizionale di running club, portando dentro la corsa elementi di estetica, territorio e visione. Questa intervista vuole approfondire chi sono davvero, cosa li distingue e come interpretano il running oggi.

1. Origine

A.P. Come nasce davvero Souplesse? Non tanto come momento preciso, ma come esigenza: cosa mancava nella scena running che vi ha spinto a creare qualcosa di vostro?

Innanzitutto grazie per l’interesse verso di noi e il nostro progetto — ci fa davvero piacere sapere che venga percepita la passione e la dedizione che ci sono dietro. Souplesse nasce come crew di running, ma in realtà è qualcosa di un po’ più articolato di un semplice gruppo di persone che corre.

Souplesse prende forma nel 2021 come pagina Instagram, nata per condividere le nostre esperienze nel mondo della corsa: foto, percorsi a Roma, opinioni su scarpe e apparel dei brand che ci interessavano. Venivamo tutti da background diversi, ma gravitavamo nello stesso giro romano e avevamo in comune il running.

Nel 2022, anche guardando a quello che stava succedendo in altre città europee — dove il running veniva vissuto come qualcosa di più trasversale, capace di unire ambiti diversi oltre alla pratica sportiva — abbiamo iniziato in modo piuttosto naturale a organizzare i primi incontri, le “Social Jog”. La prima è stata da “Ciao”, un alimentari un po’ sui generis in zona Castel Sant’Angelo. All’epoca, in Italia non esisteva davvero una cultura di running crew o running club come la intendiamo oggi. C’erano gruppi molto attivi che organizzavano corse partecipate e allenamenti con la musica, ma il discorso si fermava lì.

Souplesse ha provato invece a tenere insieme più elementi: la corsa, presa seriamente — perché molti di noi si allenano con obiettivi e tempi competitivi — ma anche la socialità, la ricerca musicale e stilistica, l’attenzione al cibo e al bere. Il tutto cercando di mantenere un approccio il più possibile naturale e riconoscibile.

In realtà, tutto questo non è stato costruito a tavolino: è semplicemente il riflesso delle persone che fanno parte di Souplesse: Alessandra, Daniele, Dario, Federico e Pietro. Souplesse è, prima di tutto, una finestra su quello che ci piace fare, su come viviamo il running e su quello che vogliamo portare avanti.

Souplesse Roma

2. Identità

Se doveste spiegare Souplesse a qualcuno che non corre, cosa direste? È più un running club, una crew, un movimento o qualcosa di diverso?

Questa è un’ottima domanda. Ci teniamo sempre a fare una precisazione, soprattutto in questo momento storico in cui il running ha avuto un’esposizione mediatica molto forte ed è diventato anche uno strumento di content creation, influencer marketing e monetizzazione, con la diffusione dei run club.

Souplesse, in realtà, si è sempre un po’ tenuta distante da quell’idea. Il nostro interesse è creare progetti, esperienze e contenuti che abbiano un valore reale — anche culturale o editoriale — con il running come punto di partenza, ma non come unico fine.

Per questo non ci definiamo un running club, ed è una definizione che tendiamo a non utilizzare per noi. Non ci interessa organizzare corse/camminate di 5 km in grandi gruppi eterogenei dove la corsa diventa una semplice scusa. I nostri appuntamenti settimanali sono allenamenti aperti, ma restano allenamenti: si corre, si chiacchiera mentre si corre, ma non sono pensati come un pretesto per fare contenuti o promuoversi.

Souplesse è prima di tutto una crew di running, quindi un gruppo di persone che corre con continuità, condivide obiettivi e ha una visione comune su allenamento, gare e tutto ciò che ruota intorno a questo mondo.

Allo stesso tempo, però, è anche una community ossia un contesto in cui la corsa fa da collante e da ponte per altre esperienze, che aprono dunque a visioni più ampie e che avvicinano quindi non solo il corridore incallito, anzi. Le nostre attivazioni, i nostri progetti digitali e i nostri eventi sono infatti partecipati da persone che non gravitano necessariamente attorno al mondo della corsa, ma riconoscono nella visione di Souplesse e nei contenuti che Souplesse crea un ambiente vicino ai loro gusti, vuoi per le scelte musicali, vuoi per la direzione creativa dietro i progetti e per i setting costruiti ad hoc per ogni attività, insomma le persone si identificano o apprezzano la visione del progetto, pur non essendo necessariamente dei runner.

In questo senso, Souplesse può essere vista anche come uno studio creativo. Da qui è nato infatti anche Sou Studio, una realtà parallela portata avanti sempre da noi cinque, che lavora anche su progetti di direzione creativa e set design al di fuori del mondo del running.

3. Differenza

Cosa vi distingue davvero da un running club tradizionale? Non solo in termini di organizzazione, ma di approccio alla corsa.

In parte abbiamo già risposto nella domanda precedente. Probabilmente il fatto di essere nati prima del boom dei running club ci ha permesso di costruire, nel tempo, un piccolo posizionamento riconoscibile all’interno di questo mondo.

Detto questo, la differenza non è solo “temporale”, ma soprattutto di approccio. A Souplesse non ha mai interessato l’idea di mettere insieme grandi gruppi a correre il martedì sera con la musica alta, tra stories e contenuti. È un tipo di format che non sentiamo nostro e che difficilmente esploreremo.

Quello che ci interessa è creare esperienze, progetti e connessioni che abbiano senso anche al di fuori del racconto. Devono funzionare prima di tutto nella realtà, non per come vengono poi comunicati. Se, ad esempio, realizziamo un documentario su un’esperienza come il Cammino dei Briganti fatto in due giorni, quello che si vede è esattamente quello che abbiamo vissuto — non qualcosa costruito per essere raccontato.

Allo stesso modo, quando condividiamo recap fotografici delle gare o dei momenti post gara, lo facciamo semplicemente per restituire qualcosa che è successo davvero.

La cura che mettiamo nei dettagli delle nostre attivazioni nasce dallo stesso principio: non è il risultato di una strategia pensata per “funzionare” meglio sui social, ma l’espressione di quello che ci piace e di come immaginiamo certi contesti. Che sia nelle fotografie di Caterina Faenza, nel progetto Souplesse Tempo Sounds o nella scelta dei partner con cui lavoriamo e della direzione creativa seguita da Alessandra per il setting delle location e degli elementi caratterizzanti gli eventi o ancora le grafiche realizzate da Federico; tutto segue una visione che è prima di tutto nostra e slegata da qualsiasi logica commerciale o di trend.

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4. Estetica e linguaggio

Quanto conta l’estetica nel vostro modo di correre? Abbigliamento, comunicazione, immagini… sono una conseguenza o una parte centrale del progetto?

Più che di estetica, ci piace parlare di “riferimenti”. Dietro Souplesse c’è inevitabilmente un’estetica, ma nasce in modo spontaneo: ogni persona coinvolta porta con sé i propri riferimenti — visivi, culturali, musicali, sociali — e quello che viene fuori è il risultato di questa combinazione.

Souplesse, in fondo, è questo: un punto d’incontro tra sensibilità diverse che, messe insieme, generano qualcosa che non è costruito a tavolino ma che, proprio per questo, risulta riconoscibile.

Nei nostri contenuti possono convivere momenti molto diversi tra loro. Da un lato situazioni di gara anche estreme, in cui siamo immersi nel fango o sotto la pioggia, quindi contesti tutt’altro che “curati”. Dall’altro momenti post gara o post corsa in cui invece c’è una maggiore attenzione al dettaglio e all’atmosfera. Questa alternanza, questo passare da una dimensione più cruda a una piena di dettagli curati, è probabilmente uno degli elementi che ci caratterizza di più.

Per quanto riguarda l’abbigliamento, per noi resta prima di tutto uno strumento tecnico legato alla performance. Siamo molto interessati alle tecnologie e agli sviluppi che i brand di running stanno portando avanti, soprattutto in questo momento in cui tutto evolve molto velocemente. Allo stesso tempo, guardiamo anche a realtà più di nicchia, testiamo diversi prodotti e cerchiamo sempre qualcosa di nuovo che possa entrare nel nostro modo di correre e che abbia senso raccontare.

5. Corsa e città

Che rapporto avete con Roma? La città è solo il luogo dove correte o è parte integrante della vostra identità?

Roma, dal punto di vista della corsa, è una città molto particolare. Storicamente è sempre stata piena di runner “di vecchia generazione”, con un approccio più solitario o legato alle associazioni sportive e ai team di atletica. Negli ultimi anni, però, si sta vivendo anche qui una crescita dei run club, soprattutto tra i più giovani.

I nostri allenamenti si svolgono principalmente nel centro città, anche per avere un punto di incontro più o meno equidistante per chi arriva da zone diverse. È una città tutt’altro che semplice per correre: non è piatta, le piste ciclabili non sono sempre ideali e anche le gare, a parte la Roma-Ostia, difficilmente sono “veloci”.

A livello identitario, però, Roma per noi conta molto. Ci sentiamo una crew profondamente legata alla nostra città e ai luoghi in cui corriamo. Allo stesso tempo, questo legame non si traduce mai in una “romanizzazione” forzata del progetto. Non ci interessa spingere su cliché o stereotipi legati alla romanità, ci sembrano scorciatoie narrative che non ci rappresentano e che a tratti sfociano in contenuti di cattivo gusto o “cringe”.

Crediamo che sia importante essere radicati nella città in cui si nasce e si corre, ma senza ridurla a immagini semplici o folkloristiche. Roma ha un’identità molto più complessa, fatta di luoghi, realtà e dettagli meno evidenti, che secondo noi meritano di essere raccontati con più attenzione, evitando le solite rappresentazioni da cartolina che puntano a comunicazioni piuttosto “facilone”.

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6. Performance vs esperienza

Per voi la corsa è più performance o esperienza? E come gestite questo equilibrio all’interno del gruppo?

Come dicevamo prima, la performance per noi è un aspetto importante. Anche per questo è nata la Souplesse Racing Unit, la parte del progetto più legata alle gare e alla produzione di contenuti legati alla competizione.

All’interno della crew ognuno ha le proprie preferenze — c’è chi si concentra su strada, chi su trail, chi su distanze più brevi o più lunghe. Andiamo dalle mezze maratone agli ultra trail, con approcci anche molto diversi tra loro, più o meno strutturati.

Detto questo, accanto alla performance c’è sempre stato anche un forte interesse per l’esperienza. Ci piace vivere le gare e i momenti legati alla corsa senza prenderci troppo sul serio. Nessuno di noi è un atleta professionista, anche se alcuni hanno raggiunto un livello amatoriale piuttosto avanzato.

L’equilibrio tra questi due aspetti è fondamentale. Ci sono momenti in cui l’approccio è molto rigoroso, e altri in cui ci concediamo esperienze più libere, anche un po’ fuori dagli schemi — come, ad esempio, alcune gare particolari a cui abbiamo partecipato negli anni. In entrambi i casi, però, resta sempre una componente di piacere e di curiosità che cerchiamo di mantenere.

7. Community

Cosa tiene davvero unite le persone in Souplesse? Non cosa fate insieme, ma cosa crea appartenenza nel tempo.

In parte abbiamo già risposto, ma il punto centrale è che molte delle persone che corrono con noi da più tempo sono diventate, prima di tutto, amici. Aver condiviso momenti ed esperienze anche di forte discomfort — gare dure, allenamenti impegnativi — crea un legame che va oltre la corsa.

Per quanto riguarda la dimensione più ampia di community, crediamo che il senso di appartenenza nasca dal fatto che le persone si riconoscono in alcuni elementi di Souplesse: nel modo in cui facciamo le cose, nelle scelte che portiamo avanti e in come le raccontiamo.

Chi partecipa alle nostre attivazioni ormai conosce il nostro approccio. Sa più o meno cosa aspettarsi, ma allo stesso tempo resta curioso di vedere come quell’identità viene declinata ogni volta in modo diverso, a seconda del progetto o del contesto.

Non è tanto una questione di cosa facciamo insieme, ma di come lo facciamo e di quanto questo modo risuona con chi decide di avvicinarsi.

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8. Accessibilità

Souplesse è aperto a tutti? O esiste, anche implicitamente, un certo tipo di persona che si avvicina di più al vostro mondo?

Siamo consapevoli, e anche orgogliosi, di far parte di una determinata nicchia all’interno del grande mondo della corsa.

Ci piace fare un paragone con la musica: nello stesso panorama convivono realtà molto diverse, dai concerti pop con migliaia di persone alle serate più underground con poche decine di persone davanti a un soundsystem. Per noi il running funziona allo stesso modo. È naturale che, in un ambiente così ampio, esistano approcci e visioni differenti: alcuni più orientati a un coinvolgimento massivo, altri più focalizzati su un certo tipo di racconto e di ricerca.

Souplesse si colloca chiaramente in questo secondo spazio. Abbiamo un approccio abbastanza definito, con riferimenti culturali precisi, e questo fa sì che il progetto parli in modo più diretto a un certo tipo di persona.

Non significa essere “chiusi”: le nostre attività sono aperte a chiunque voglia partecipare. Però è altrettanto normale che non tutti si riconoscano in quello che facciamo. Alcuni, pur essendo vicini al mondo della corsa, potrebbero non comprendere o non condividere il nostro approccio ed è una cosa che consideriamo parte del gioco.

9. Momenti che vi rappresentano

C’è un momento, un’uscita o un episodio che rappresenta davvero chi siete? Qualcosa che, se uno lo vede, capisce subito cosa significa essere Souplesse.

Forse l’esperienza della gara “Eurotrip” è quella che più rappresenta chi siamo come crew.

È una staffetta di circa 440 km da percorrere in due giorni, attraversando diversi Paesi europei. Un contesto molto estremo, sia fisicamente che mentalmente.

Souplesse, in fondo, è proprio l’approccio con cui affrontiamo esperienze del genere: condivisione, collaborazione, fiducia e anche tanto divertimento. Sono situazioni in cui passi ore e ore insieme, stanco, sotto pressione, in condizioni tutt’altro che semplici. E lì capisci davvero che tipo di gruppo sei.

Se riesci a stare insieme per giorni interi, senza andare in crisi, senza litigare e senza perdere l’entusiasmo, allora vuol dire che c’è qualcosa di solido sotto. Ecco, quella è probabilmente la rappresentazione più sincera di cosa significa essere Souplesse.

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10. Evoluzione

Come siete cambiati da quando avete iniziato? E cosa avete dovuto lasciare indietro per crescere?

A livello organizzativo siamo cambiati molto rispetto agli inizi. Il lavoro di ideazione, creazione e realizzazione dei contenuti è portato avanti sempre dalle stesse cinque persone citate all’inizio, ma nel tempo — in modo piuttosto naturale — si sono creati degli equilibri.

Non esistono ruoli rigidi, però si sono sviluppati degli automatismi organizzativi: tutti abbiamo una visione completa di quello che succede, ma la divisione dei compiti è diventata più fluida e implicita rispetto a prima.

Oggi Souplesse è una società, e questo ha reso il nostro approccio più strutturato. Quello che facciamo è un lavoro: c’è passione, ovviamente, ma anche responsabilità e serietà, soprattutto nel rapporto con brand e partner, ai quali chiediamo lo stesso livello di attenzione.

È probabilmente questo l’aspetto che si è evoluto di più nel tempo. Ognuno di noi ha scelto di dedicare sempre più spazio a Souplesse, togliendolo ad altro, e questo ha inevitabilmente cambiato il modo in cui viviamo il progetto.

Quello che invece non è cambiato è l’atteggiamento con cui affrontiamo le cose nuove: nuove sfide, nuove idee, nuovi contesti. C’è sempre la voglia di metterci alla prova, di allargarci e di esplorare direzioni diverse. E speriamo che resti così.

11. Il fenomeno running crew

Le running crew oggi stanno diventando un fenomeno sempre più diffuso. Secondo voi c’è il rischio che si perda autenticità?

Il fenomeno delle running crew — che esiste da almeno una decina di anni — oggi si è in parte sovrapposto a quello, molto più recente e massivo, dei running club.

Per noi fare una distinzione è importante. Souplesse è una crew: c’è una visione condivisa tra le persone che ne fanno parte, così come interessi che vanno oltre il semplice correre insieme. Molti dei nostri progetti mettono al centro proprio questo — il gruppo e il suo modo di muoversi — e raccontano esperienze vissute in prima persona, filtrate attraverso il nostro linguaggio e, a volte, anche attraverso le collaborazioni con i brand.

Negli ultimi anni i running club hanno iniziato a seguire dinamiche abbastanza riconoscibili — stessi formati di contenuto, stesso tipo di racconto, modalità di coinvolgimento molto simili — e questo, in alcuni casi, ha reso tutto un po’ più uniforme e indubbiamente piatto e a volte anche noioso.

Detto questo, non ci interessa nemmeno prendere una posizione “contro”. Sarebbe poco onesto dire che questa crescita mediatica del fenomeno corsa non abbia portato benefici anche a realtà come la nostra. Più attenzione sul running significa anche più spazio per progetti diversi e diversificati.

Quello che ci interessa è continuare a fare le cose con un certo approccio, cercando di mantenere coerenza e valore, indipendentemente dalle mode del momento. Crediamo che, anche in un contesto molto affollato, ci sia sempre qualcuno disposto a riconoscere e apprezzare un certo tipo di visione.

Il nostro obiettivo è costruire un racconto che sia credibile, fatto da persone che vivono davvero quello che mostrano, e che sia in grado di entrare in relazione con realtà simili, anche al di fuori del nostro contesto.

È probabile che molti progetti nati sull’onda del momento cambino forma o si trasformino nel tempo, in parte sta già succedendo. Noi speriamo che chi porta avanti un percorso coerente, fatto di contenuto e identità, possa invece consolidarsi e crescere proprio quando l’attenzione mediatica si ridimensiona.

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12. Visione futura

Come immaginate Souplesse tra 3–5 anni? Più grande, più strutturato… o più selettivo?

Souplesse ha l’obiettivo di crescere e continuare a proporre idee originali, con il running come base, ma non come unico focus.

È un progetto che oggi ha già diverse sfaccettature: non solo sport, ma anche musica, set design, direzione creativa di eventi e talk, e altro ancora. I confini del nostro lavoro sono volutamente sottili, perché crediamo che, con una visione chiara e dei riferimenti culturali ed estetici solidi, un progetto possa essere davvero trasversale, capace di evolversi e adattarsi nel tempo.

Oggi è abbastanza evidente che Souplesse sia diventato anche uno studio creativo. È una direzione che vogliamo continuare a sviluppare, senza però perdere il legame con la corsa e con il nostro essere, prima di tutto, runner.

13. Messaggio finale

Se una persona legge questa intervista e sta pensando di iniziare a correre…cosa dovrebbe capire davvero dalla vostra esperienza?

Che nella corsa, come nella vita in generale, servono pazienza, un po’ di coraggio e anche spirito di sacrificio.

Souplesse è davvero partita da zero, senza un brand alle spalle e senza investimenti iniziali. È nata da un gruppo di amici ed è diventata, nel tempo, una realtà strutturata e una società.

Se c’è una cosa che la nostra esperienza può trasmettere è che, quando si vuole costruire qualcosa, forse non serve partire da strategie troppo complesse o da lunghi ragionamenti teorici. Per noi ha funzionato essere semplicemente coerenti con quello che siamo, senza forzature. Quelle, alla fine, si percepiscono sempre, soprattutto se dettate da logiche di marketing o di mercato.

Nel bene e nel male, non abbiamo mai cercato di essere altro rispetto a quello che siamo, e non abbiamo mai accettato progetti in cui non potevamo esprimere davvero la nostra visione — anche a costo di rinunciare a delle opportunità.

Per quanto riguarda la corsa, invece, abbiamo capito che, pur essendo un’attività molto personale e anche solitaria, fatta insieme può diventare qualcosa di diverso: si migliora più in fretta e, in qualche modo, la fatica pesa meno.

Grazie mille per questa intervista e vi aspettiamo a Roma.

Daniele Milano: spirito di montagna, anima sportiva. Nato in Valle d’Aosta, cresce tra natura e movimento: prima lo sci, poi l’atletica. Negli anni ’90 scopre lo snowboard e ne diventa voce e protagonista, tra riviste e snowpark. Oggi vive tra Milano e le sue montagne, maestro di snowboard e telemark, cuore editoriale di 4running magazine. Racconta il trail e il gesto sportivo come espressione di equilibrio. “La corsa è il mio benessere interiore per stare meglio con gli altri.”