Davide Magnini appartiene a quella categoria di atleti che non hanno bisogno di sovrastrutture: il gesto parla prima di tutto, e la montagna fa il resto.
Intervista: Daniele Milano Pession | Foto: archivio New Balance ©Mauro Mariotti
“Magno” è a oggi indubbiamente uno dei volti internazionali più riconoscibili del team New Balance di cui fa parte da 2 anni, non solo per i risultati, ma per un carattere che rimane sorprendentemente semplice, diretto, immediato. La sua corsa è un linguaggio che non cerca interpretazioni: salita aggressiva ma pulita, lettura del terreno istintiva, una naturalezza che sembra nascere da un rapporto fisico e continuo con l’ambiente. Eppure, dietro questa fluidità, c’è un atleta che negli ultimi anni ha dovuto imparare a gestire fragilità, ritmi, equilibri, trasformando ogni stop in un’occasione per ridefinire il proprio modo di stare dentro una gara.

New Balance e Davide
New Balance lo ha scelto – e continua a investirci – perché rappresenta una traiettoria chiara: talento, autenticità, capacità di portare il prodotto dentro la performance reale. Magnini non interpreta la scarpa, la usa, la stressa, la spinge al limite. E il pubblico lo ama per questo. Il dialogo tecnico con il brand, grazie alle sue grandi capacità, è continuo, concreto, fatto di sensazioni, micro aggiustamenti, feedback che nascono direttamente dal terreno.

In questo 10Q’s proviamo a entrare nel suo presente atletico, nel corpo che cambia, nella firma tecnica che evolve, nel rapporto con una gara come la Marathon du Mont-Blanc che sembra restituirgli una versione più nitida di sé. Dieci domande quindi, proprio per capire come si costruisce un atleta che corre forte, ma soprattutto vero. Davide non bara mai, uomo e atleta sono da sempre la stessa persona, quello che ti trovi davanti è quello che è veramente. Ed è proprio qui che ritroviamo il bello di tutta la storia, la storia del “Magno”.

Negli ultimi anni hai alternato vittorie pesanti a stop forzati. Come stai lavorando per trovare continuità senza snaturare il tuo modo di correre?
Negli ultimi anni ho dovuto fare i conti con diversi stop: non veri e propri infortuni, ma infiammazioni che mi hanno tenuto lontano dalla corsa per periodi lunghi. Questo mi ha costretto a reinventarmi come atleta, soprattutto nella stagione estiva, e a conoscere meglio il mio corpo e i suoi limiti. La continuità è ancora qualcosa che sto cercando: non l’ho ancora raggiunta del tutto, almeno non nel gesto tecnico della corsa. Dal 2023 ho costruito attorno a me un team di professionisti che mi segue ogni giorno. L’obiettivo è creare un fisico più solido, più forte, capace di reggere una stagione intera senza ricadere continuamente in infiammazioni. Abbiamo dovuto ripartire dalle basi: rivedere la tecnica di corsa, lavorare sulla forza, ma soprattutto sulla gestione del carico e del recupero. Nel 2024 ho scoperto che una piccola pubalgia era legata a una problematica autoimmune che attaccava i miei muscoli, e questo ha reso tutto più complesso. Da lì è iniziato un lavoro molto più preciso e consapevole.

La tua corsa in salita è sempre stata un marchio riconoscibile. Cosa è cambiato nel modo in cui costruisci quel tipo di spinta?
Fin dall’inizio la salita è stata il mio punto di forza: quella fatica che ti fa sentire vivo, che ti fa diventare tutt’uno con quello che stai facendo. Con l’infortunio e con il passare degli anni il mio corpo è cambiato, e con esso anche quella sensazione di leggerezza. Ma la passione per la salita non è mai cambiata. La salita è sempre stata il mio terreno naturale, ma il mio corpo è cambiato. Non sono più leggero ed esplosivo come qualche anno fa, e questo ha modificato anche le mie sensazioni. Oggi lavoriamo molto di più in palestra: prima era tutto più istintivo, più “primitivo”. Uscivo e spingevo quasi ogni giorno. Ora invece è un lavoro più ragionato, più tecnico.
La 42 km di Chamonix sembra restituirti una versione naturale di te. Cosa ti dà quella gara che altre non ti danno?
La Marathon du Mont Blanc è stata la mia prima vera gara lunga, nel 2019. Ero andato per finire la mia prima maratona in montagna e invece ho vinto. È stato un momento che mi ha cambiato: da lì ho capito che nel trail avrei potuto fare qualcosa di importante. Chamonix è diventata un appuntamento fisso, e le emozioni che ho vissuto lì sono tra le più forti della mia carriera. In tre edizioni su quattro ho sofferto molto nella prima parte, arrivando a pensare al ritiro. Ma poi guardi dove sei, senti il tifo, vedi il Monte Bianco, senti la vicinanza del team… e tieni duro. Due volte questo ha pagato: un secondo posto e poi, nel 2025, la vittoria più bella, dopo due anni lontano dalle gare. Rientrare e vincere proprio lì è stato unico. A Chamonix ritrovo sempre qualcosa che altrove non c’è: un ambiente unico, un pubblico incredibile, un percorso che sembra fatto per il mio modo di correre. È una gara che mi restituisce energia, anche quando sto soffrendo.

Quanto dello sci alpinismo rimane nel tuo modo di leggere una gara di trail?
Negli ultimi anni ho cercato di non abbandonare del tutto la corsa in inverno, anche se non è facile quando sei dentro la Coppa del Mondo di sci alpinismo. Sugli sci costruisco una base aerobica enorme, qualità di forza e resistenza metabolica che nella corsa richiederebbero molte più ore e molto più impatto. E poi c’è la discesa: scendere a 50–60 km/h in mezzo al bosco, con neve non sempre perfetta, ti obbliga a leggere il terreno in un modo che poi ritrovo d’estate. I riflessi, la capacità di anticipare, la gestione del rischio: tutto torna utile.
Come cambia il rapporto mentale con il tuo corpo tra estate e inverno?
Il rapporto mente–corpo non cambia molto, cambiano le sensazioni con cui devi convivere. In inverno devi resistere al freddo, al brutto tempo, a condizioni che ti mettono alla prova mentalmente. In estate invece la difficoltà è un’altra: il dolore alle gambe dopo una discesa, la fatica accumulata, la consapevolezza che hai ancora tanti chilometri davanti. Sugli sci la discesa è la parte più divertente; nella corsa è spesso quella più dura.

In New Balance l’ambiente sembra davvero stimolante. Quanto conta per te?
Il nuovo team New Balance Europe è una vera squadra. Anche tra atleti che corrono le stesse distanze non c’è competizione interna: siamo amici, ci aiutiamo, superiamo anche le difficoltà linguistiche grazie alla passione comune. L’obiettivo è sempre lo stesso: divertirsi, dare tutto, non farsi male. Se queste tre cose succedono, il risultato di squadra è raggiunto.
Che tipo di dialogo tecnico hai con New Balance? Quanto partecipi allo sviluppo delle scarpe?
Da quest’anno il mio coinvolgimento nello sviluppo delle scarpe è cresciuto molto. Prima era più complicato perché l’R&D è a Boston, ma ora, grazie al lavoro del team europeo, riusciamo a collaborare in modo molto più diretto. Posso testare, modificare, dare feedback concreti sui prototipi che poi diventano prodotti commerciali.È una parte che mi appassiona: ho studiato ingegneria dei materiali e poter contribuire allo sviluppo di una scarpa mi dà una soddisfazione enorme.

Come ti difendi dall’idea che devi sempre confermarti?
Negli anni 2018–2020 sentivo molto la pressione: venivo da stagioni in cui vincevo quasi sempre, e questo consumava energie. Dopo gli infortuni, però, la prospettiva è cambiata. Oggi so che non posso dominare sempre, e che correre senza dolore è già una vittoria personale. Vorrei che il pubblico lo capisse di più: non è solo il podio a definire una buona gara. A volte arrivare decimo, ma aver corso libero, senza peggiorare la propria condizione, vale molto di più.
Per questa stagione ti senti più vicino alla stabilità o alla sperimentazione?
All’inizio del 2026 pensavo di poter consolidare il rientro del 2025. Poi, una settimana prima di Zegama, una piccola ricaduta all’inguine ha cambiato tutto. Abbiamo dovuto fermarci e ripensare l’allenamento. Ora siamo di nuovo in una fase di sperimentazione, cercando di capire cosa ha scatenato il problema e come risolverlo definitivamente.

In gara e in allenamento ci sono momenti di solitudine totale. Che dialogo interiore ti accompagna?
Mi alleno sempre da solo, e mi piace: posso gestirmi, ascoltarmi, cambiare programma se serve. In gara dipende dal motivo per cui sei solo. Se sei in difficoltà e il gruppo di testa se n’è andato, il dialogo è tutto sul tenere duro, non farsi prendere dal panico, aspettare che le sensazioni cambino. Quando invece sei davanti, con margine, per me è la situazione ideale: mi pesa meno mentalmente, riesco a spingere meglio, a gestire il vantaggio. Inseguire mi costa più fatica; condurre mi viene più naturale.




