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Storie in sella: adattarsi al cambiamento

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Rachel Atherton - The Old World - Wales
Foto: Julian Mittelstädt

Quello passato è stato un anno da ricordare. Il panorama sociale si è trasformato in un’assurda e dannosa commedia nera. Il clima politico mondiale è stato segnato da un pulsante aumento di tensioni e intolleranza, e da un marcato spostamento verso una nuova xenofobia. La nostra specie ha contribuito a spingere il cambiamento climatico verso statistiche allarmanti. Dimentico qualcosa? Ah sì, la pandemia globale.

Scendendo dal macro al micro, al nostro mondo di giocattoli con ruote e pedali, quasi ogni argomento su cui mi sono trovato coinvolto nelle discussioni degli ultimi 12 mesi sembrava portare con sé un po’ di quella tensione.

Biciclette elettriche, accesso ai sentieri alpini, trail building, hot map su Strava, vendite dirette online, dimensioni delle ruote (basta per favore!), larghezza del manubrio, gomiti in alto, sguardo in avanti. Ogni singola cosa sembrava essere una discussione in attesa di iniziare. Tanta roba su scala minore rispetto al lockdown, alla vaccinazione, al clima esasperato e inconcludente del dibattito politico, alle zone semaforiche, a una certa doppiezza dell’industria farmaceutica, ma con un preciso trasferimento del discorso civile in un ostinato disaccordo. Indossando il cappello da pessimista, sarebbe facile riassumere la vita su questo pianeta con due semplici parole: “Siamo fottuti”.

Ma non è mai così semplice

Gli esseri umani sono scimmiette astute e altamente adattabili, e questo pianeta è un continuo lavoro in corso, ha resistito a cose peggiori di noi, nonostante la nostra comprovata esperienza di causare l’estinzione di altre specie. È stato mentre riflettevo su questo, così come sul nostro attuale zeitgeist globale di acrimonia espresso su Facebook, che sono capitato su un articolo scientifico che parlava delle conseguenze del cambiamento climatico nella era geologica attuale, l’Antropocene (un commento al libro “Light of the Stars” dell’astrofisico Adam Frank). Un approccio leggermente diverso per guardare al cambiamento climatico causato dall’uomo, disaccoppiando lo scarico di responsabilità tra chi nega che stia accadendo e chi sta cercando di fare qualcosa per correggerlo, invece accettandolo come un altro dei meccanismi che sta modellando la vita su questo pianeta. Un punto di vista controverso, che illustra come prima di adesso, la Terra ha attraversato un enorme viaggio di trasformazione, da una sfera ricoperta d’acqua prima che i grandi continenti crescessero, a un’enorme palla di neve nell’era glaciale, e a un soffocante pianeta giungla. Comprendendo queste trasformazioni, abbiamo avuto modo di vedere un esempio di vita e un mondo in co-evoluzione per miliardi di anni.

Pensate solo agli albori della Terra, ai batteri prima e alle alghe poi, che hanno completamente rielaborato l’atmosfera circa due miliardi e mezzo di anni fa, dandoci l’aria ricca di ossigeno che respiriamo oggi. Un altro esempio è quel periodo caldo, umido e climaticamente stabile – chiamato Oleocene dai geologi – che è seguito all’ultima era glaciale circa 10 mila anni fa. Ora il caro e vecchio Oleocene – ah, saperlo prima che ti chiamavi così! – sta finendo, e il principale motore del cambiamento siamo noi. Bye bye Oleocene, benvenuto Antropocene. Che simpatica canaglia che sei!

Ho cercato di semplificare il tutto, ma tornando indietro di qualche paragrafo, è facile ripetere l’osservazione “siamo fottuti”, anche se questo è un po’ mancare il punto. È anche facile farsi prendere dal panico e cercare di invertire i massicci cambiamenti che il pianeta sta subendo, ma anche questo è mancare il punto, per non dire futile. I cari vecchi Borg la sapevano lunga, “resistance is futile”.

star trek - resistance is futile GIFAllo stesso modo, sarebbe facile nascondere la testa sotto la sabbia e fingere che nulla di tutto questo stia accadendo. Ma è così, il seppellimento della testa non lo cambierà. Ciò che questo punto di vista a tutto campo ci offre, è il dono della prospettiva. Fondamentalmente, tutto ciò che facciamo per quanto riguarda il mountain biking, è un lusso. È un atto egoistico che ci permettiamo di concederci ed è del tutto estraneo alla necessità quotidiana di sopravvivenza. Ci piace dire cose come: “Non posso stare un giorno senza pedalare o impazzirò”, ma la verità e che potremmo tutti smettere di andare in bici e le nostre vite non cambierebbero in modo misurabile per tutto il nostro arco di esistenza nascita/vita/morte.

Inoltre, la nostra sopravvivenza individuale è di fondamentale importanza per ognuno di noi ma, guardando più lontano, non significa molto per i circa sette miliardi di altri di noi sul pianeta. Il nostro tempo individuale di vita è incredibilmente breve, la nostra intera specie è baciata dal sole da circa 10 mila anni. Ci registriamo a malapena sulla linea temporale più lunga di questo mondo, che a sua volta non si nota nemmeno se inserita nello schema molto più grande del cosmo. E in quello schema più grande, siamo circondati da pianeti che (forse) una volta contenevano la vita ma che ora sono sterili, così come pianeti che sono ancora giovani e che stanno uscendo dalla loro tossicità volatile in qualcosa che potrebbe essere visibile in pochi miliardi di anni.

Eppure eccoci qui, a preoccuparci della spaziatura dei mozzi, dell’angolo sterzo, e di ciò che percepiamo come obsolescenza programmata, a discutere di ogni piccola cosa che possiamo trovare per discutere.

Vorrei fare la seguente modesta proposta in due parti: Siate gentili, e smettete di tormentarvi con le stronzate. Diventate parte del cambiamento, in positivo. Siate gentili con gli altri, cercate di essere gentili con voi stessi, cercate di capire i pensieri e la realtà delle persone che non vivono come voi, anche se sono degli stronzi totali. Smettetela di farvi ossessionare da ciò che non va nella vostra vita, nelle vostre relazioni, nella scena politica nazionale, nel vostro quartiere, nella vostra bici, sui vostri sentieri locali, e allentate un po’ la presa sul vostro dogma personale, anche se solo per un po’.

Questo cambierà qualcosa per il pianeta?

Probabilmente no. Ma potrebbe aiutarci a diventare essere umani migliori. La vita su questa miracolosa sfera terracquea finirà, per ognuno di noi, più o meno presto. Possiamo scegliere se passare la nostra corsa sulla giostra verde-blu a lamentarci di quanto sia incasinata, o fare quello che possiamo per essere i migliori noi stessi e assaporare ogni momento di questo brevissimo giro.

“Non siamo una piaga del pianeta. Siamo invece semplicemente un’altra cosa che la Terra ha fatto nella sua lunga storia… arriveremo dall’altra parte con la maturità per pensare come il pianeta andrà avanti senza di noi”

Questa la conclusione dello studio di Adam Frank sul cambiamento climatico.

Buon viaggio, gente. Presto saremo tutti ridotti in polvere di stelle, quindi approfittatene.

Storie in sella: domande retoriche

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