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Storie in sella: domande retoriche

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Storie in sella - Domande retoriche - cover
Foto: Lear Miller / Ibis Cycles

“Come va?”

È la domanda che tutti fanno durante il giorno, dagli amici di una vita al commesso del supermercato. Eppure, il più delle volte, è una domanda retorica.

“Bene”

Rispondiamo con un sorriso e un cenno del capo. Le parole scivolano senza sforzo sulle nostre labbra, anche se il sorriso si ferma sotto i cerchi scuri dei nostri occhi stanchi.
Se si guardano i social media, si potrebbe pensare che il mondo sia stato cosparso di una magica polvere fatata che ogni giorno ci assicura la nostra infinita dose di bici bellissime immortalate su scenari epici. È facile cominciare a credere che siamo gli unici a cui mancano le indicazioni per il negozio di polvere magica, ma basta saltare in macchina durante l’ora di punta per dimostrare che le fate non esistono.

Ci sono un sacco di giornate buone, molte delle quali si sforzano di raggiungere un livello di grandezza. Ma tra di esse sono impilati i giorni di cui non vogliamo parlare. I giorni brutti, quelli peggiori. I giorni in cui scopriamo che qualcuno che amiamo se n’è andato, anche se sta ancora davanti a noi proprio come il giorno prima. I giorni in cui il fallimento ci colpisce all’improvviso mettendoci in ginocchio, o il lavoro su cui abbiamo sempre contato non è così solido come speravamo.

Quando il sontuoso viale alberato di fronte a noi si trasforma in un cumulo di macerie, ci viene consegnato il doloroso promemoria che possiamo solo fare affidamento su noi stessi. Così abbiamo indossato gli occhiali da sole e riempito i nostri zaini fino all’orlo. Non abbiamo un piano, ma abbiamo un obiettivo. Dobbiamo fuggire da tutto questo schifo.

Guidiamo per ore, perdendo la percezione dello spazio e del tempo, fino ad arrivare a un parcheggio polveroso dove una lingua di terra marrone corre al centro della nostra visione offuscata. Con i pensieri che turbinano intorno al nostro cuore impazzito, ci rendiamo conto che i nostri polmoni sono già esausti ancora prima del primo colpo di pedale.

Ci immergiamo in questa linea, ma non cerchiamo la foresta o le rocce, anche se è proprio lì che andiamo. Ci dirigiamo invece verso il luogo dell’inesorabile verità. La terra non si copre di zucchero a velo, di spezie e di tutto ciò che è bello e gustoso. Non ti chiede come stai, per poi stordirti prima di ascoltare la tua risposta. La terra si offre solo così com’è. Non nasconde il suo fondo ruvido, le sue foglie in decomposizione, e il suo lerciume senza limiti.
E si aspetta lo stesso da noi.

I sentieri non comprano la nostra felicità. Fremendo con i muscoli tesi, possiamo fuggire dal mondo, ma non possiamo fuggire da noi stessi. Possiamo mentire su quanto abbiamo pedalato, o dormito, o mangiato, ma i nostri polmoni stanchi rivelano la verità. Sia che stiamo celebrando il successo o mendicando per la resilienza, il sentiero nel bosco non renderà le rocce più piccole o il terreno più morbido per rafforzare il nostro fragile ego.

Storie in sella - Domande retoriche - 540 miles
I sentieri non comprano la nostra felicità… ma un siero della verità indugia nella polvere – Foto: David Yates / @summitninemedia

Tra le rocce frastagliate e le serpentine di terriccio, un siero della verità indugia nella polvere. Ci offre un luogo dove possiamo lasciar cadere la nostra facciata di comodo accuratamente lavorata, un luogo dove non dobbiamo nascondere il nostro dolore o moderare la nostra felicità. Possiamo urlare un’agonia senza riserve, o ridacchiare e strillare come un bambino che ha appena scoperto la meraviglia di una gioia inaspettata. Possiamo cadere e sdraiarci sul terreno freddo e duro, godendoci la realizzazione del nostro tentativo.

Possiamo avvolgerci nella frustrazione di essere riusciti a mettere nello zaino tre camere d’aria di riserva e una pompetta poco più che funzionante, oppure possiamo fermarci in nessun posto in particolare sdraiandoci su un mucchio di aghi di pino, riscaldati da una luce screziata. Possiamo stare lì tutto il giorno a ricordare il futuro che abbiamo pianificato per noi stessi, e poi salire sulla bici e iniziare un lungo viaggio verso l’ignoto.

Nel corso dei chilometri, gli strati della nostra corazza cadono l’uno dopo l’altro, fino a quando non ci troviamo nudi e crudi inseguendo una scia di briciole metalliche che traccia il nostro percorso di ritorno a casa. Siamo entrati nel sentiero come Atlante, condannati a portare il peso del mondo sulle nostre spalle, ma da qualche parte tra le rocce spigolose e gli alberi torreggianti, abbiamo abbandonato tutto fino a quando non abbiamo potuto sentire la nostra pelle baciata dal sole per la prima volta in assoluto.

Senza protezione, ci sentiamo indeboliti e vulnerabili, e la sensazione ci va venire brividi lungo la spina dorsale esposta. Eppure i nostri muscoli continuano a far girare i pedali. Le nostre arterie continuano a pompare sangue attraverso il corpo, anche quando dobbiamo ricordare a noi stessi di respirare. Passo dopo passo, e respiro dopo respiro, andiamo avanti anche quando sembra impossibile.

I sentieri non promettono mai che finiremo il nostro viaggio illesi. Ci avvertono invece che ogni giro porta con sé la possibilità di sangue, lividi e cicatrici che durano una vita. L’unica garanzia che ci danno è che ce la faremo fino alla fine. In un modo o nell’altro. Ce la faremo.

A volte zoppichiamo, il nostro peso sostenuto interamente da altri. Altre volte, troviamo la volontà di andare avanti, un passo alla volta. Quando non esiste più la volontà, sfidiamo la fisica e creiamo qualcosa dal nulla. E poi ci sono i momenti in cui ci sorprendiamo, volando attraverso i sentieri più velocemente di quanto pensavamo fosse possibile, solo per arrivare alla fine e sentire una voce silenziosa sussurrare che la nostra pedalata non è ancora finita. Ci resta ancora molto da dare. E, cosa ancora più importante, abbiamo ancora qualcosa in più da dare.

Mentre scendiamo dai nostri destrieri e facciamo una lista mentale di tutta la manutenzione di cui ci dimenticheremo una volta tornati a casa, vediamo un volto amico che di offre un saluto caloroso. Ma con il nostro blasone ancora sepolto sotto gli alberi, questa volta la nostra risposta diventa una conversazione che dura oltre il tramonto.

“Allora, come stai davvero?”

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