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Storie in sella: Le piccole cose

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Storie in sella - Le piccole cose - cover

Una lode ai piccoli passi evolutivi nel mondo della mountain bike

L’altro giorno, stimolato da un post di una ciclostorica su Twitter, mi è emerso un ricordo di un’era lontana. La sostituzione della pipa e dell manubrio di una bici da corsa, seguendo tutti i particolari accorgimenti necessari all’epoca. Ripensandoci ora, con la dovuta nostalgia, mi viene naturale ringraziare per i piccoli miracoli che diamo per scontati o di cui ci dimentichiamo completamente, ma che rendono molto più facile la vita con le bici.

In mezzo alla proliferazione dei diametri delle ruote, delle misure degli pneumatici, degli “standard” del movimento centrale, e delle dimensioni dell’asse dei mozzi, è facile cedere alla confusione e all’angoscia che questa ricchezza di scelta rappresenta, urlare con rabbia e frustrazione contro gli dei delle piccole parti e dei bizantini numeri di stoccaggio a magazzino, e sostenere che tutto questo cambiamento è per il peggio.

Salvo che all’interno di tutto questo cambiamento ci sono i semi di grandi cose, cose che in futuro ci renderanno persone più felici. Cose come le serie sterzo non filettate.

Storie in sella - Le piccole cose - serie sterzo
Pregiata serie sterzo filettata Ritchey WCS

Una volta, tanto tempo fa, il design di questo nodo nevralgico della bici era differente, i tubi sterzo delle forcelle erano filettati. Le serie sterzo erano premute dentro il telaio e quindi fissate alle filettature sulla porzione di tubo della forcella, con la pipa che si inseriva nella parte superiore (questo a grandi linee il sistema ancora presente su bici moderne ma costruite con uno stile “classico”). Bisognava usare gli strumenti giusti, dal taglio dello sterzo alla lunghezza corretta alla filettatura dello stesso, passando per il precarico dei cuscinetti, altrimenti si veniva sottoposti a una punizione crudele.

Chiavi d’acciaio sottili usate su serie sterzo in alluminio portavano un rischio elevato di perdere il controllo, e con ciò un’alta probabilità di scalfire la vernice del telaio. Cosa dire poi dell’attacco manubrio – o meglio, pipa – con un expander a cuneo che lo teneva in posizione all’interno dello sterzo? Per rendere la vita interessante non c’è niente di meglio di una tempesta perfetta di fattori di stress proprio dove si suppone che tu debba controllare tutti i movimenti della parte superiore del corpo.

La serie sterzo senza filetto – threadless – è una manna dal cielo. Ha eliminato la regolazione capricciosa, i filetti tagliati in modo irregolare e il temuto cuneo, tutto in un colpo solo.

Poi, sia lodato il cielo, sono arrivati gli attacchi manubrio propriamente detti – addio pipa, è stato bello conoscerti – con frontalini staccabili. Una volta, cambiare un attacco significava “denudare” un intero lato del manubrio: manopola, cambio, leva del freno dovevano essere smontati, fatta scivolare fuori la piega dopo aver allentato il bullone al centro, e infine la pipa poteva essere rimossa. Una monumentale spina dove non batte il sole. Questo è così lontano nel tempo che per molti rappresenta solo un fastidioso ricordo, compresi i meccanici più anziani.

Storie in sella - Le piccole cose - stem
Pipa Answer A.TAC, con la sua fascinosa anodizzazione fucsia

A proposito di manubri: le manopole lock-on. Chi ha conosciuto le manopole tradizionali ha sperimentato non so quanti diversi tipi di adesivi per tenerle in sede, nessuno dei quali ha funzionato davvero bene a lungo termine. E non vogliamo parlare del fil di ferro? Arrivava anche il momento di tagliarle quando si doveva fare qualcosa con il manubrio (come smontarle per cambiare la pipa, ad esempio). Anche un compressore dell’aria con un sottile ugello – quello per gonfiare i palloni da calcio – aiutava.

Quando sono uscite le manopole lock-on, molti di noi le hanno guardate con sospetto e si sono chiesti se avrebbero portato alla rottura del manubrio. Ora mi limito a sorridere tranquillamente ogni volta che faccio scorrere un nuovo paio di manopole senza sforzo su una piega, sapendo che non dovrò mai e poi mai preoccuparmi che si attorciglino o inizino a girare come l’acceleratore di una moto non appena l’adesivo interno perde efficacia.

Capitolo freni a disco. O dio, quanto li amo. Non solo funzionano meglio in ogni singolo modo concepibile rispetto ai freni a pattino, ma sono così facili da gestire da un punto di vista meccanico che ogni volta che sento qualcuno difendere i rim brake delle bici da corsa sulla base della “semplicità” sento un desiderio impulsivo di controllare e vedere se quella persona ha subito un recente e visibile trauma cranico.

Un moderno impianto idraulico è affidabile e facile da gestire. La sostituzione delle pastiglie è generalmente quel genere di cosa che i bambini possono fare senza la supervisione di un adulto. Spurgare i freni è potenzialmente intimidatorio la prima volta, ma comunque molto più facile che cercare di ottenere la giusta convergenza su qualcosa come un freno a pattino. Cavolo, anche i più recenti esemplari da MTB, erano freni di M.

Di nuovo, la maggior parte di noi ha dimenticato quanto facessero schifo i rim brake, e ancora prima i cantilever, in generale. Dovevano essere regolati al punto giusto in termini di contatto dei pattini per non farli barrire come elefanti feriti. Man mano che i pattini si consumavano – e accadeva molto velocemente, soprattutto con l’umido – correvano l’elevato rischio di risalire il cerchio sino alla gomma e tagliarne il fianco, o scendere lungo il cerchio sino ai raggi. Scorrevano sui cerchi in condizioni fangose senza riuscire a fornire una frenata effettiva, e non rimanevano mai regolati per molto tempo. Non mi mancano i rim brake. Infatti, se ci fosse una tomba a loro dedicata, ci ballerei sopra ogni fottuta luna piena.

Storie in sella - Le piccole cose - cantilever
Un tuffo negli anni ’90 con i cantilever Cannondale Coda

E poi farei una bella piroetta saltando sulla lapide dell’asse a sgancio rapido. Sono stati scritti fiumi di parole sui quick release, ma sono dannatamente contento che non siano più un qualcosa a cui pensare. Da qualche parte però ho ancora una scorta di molle di tenuta. Non si sa mai…

Che ne dite dei moderni pneumatici tubeless? Questi non dovrebbero avere bisogno di essere spiegati, ma nel caso qualcuno l’abbia dimenticato, le camere d’aria vanno bene solo come soluzione d’emergenza da portarsi nello zaino. Forature, pizzicature, tagli (sottili), ora sono solo ricordi. Come lo sono i primi giorni delle conversioni artigianali – quelli delle latticizzazioni, termine che ha resistito nel tempo – usando camere d’aria tagliate e lattice puzzolente che grondava dai fianchi delle gomme. Nostalgia? Nessuna, davvero.

Questi non sono i componenti che ci fanno sbavare di desiderio. Non vengono menzionati quando ci sediamo a riflettere sui meriti di ogni nuova bici in prova. Ma queste piccole cose, questi pezzi facilmente inosservati del puzzle evolutivo della mountain bike, più di una qualsiasi nuova grafica audace o di un design della sospensione posteriore accuratamente definito da una sigla, mi fanno capire quanta strada abbiamo realmente percorso.

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