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Storie in sella: La terapia della manutenzione

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La terapia della manutenzione - cover
Foto: John Wellburn/Red Bull Content Pool

Non c’è modo di ripararlo. Questa considerazione mi è balenata nella mente più volte di quante ne possa ricordare nei miei 20 e più anni di disavventure in mountain bike.

A volte la consapevolezza della sconfitta meccanica arriva dopo uno schiocco sconcertante che interrompe la pedalata. Riecheggia da una bici rovesciata che traballa sul bordo del sentiero. Ultimamente, questo pensiero è stato il sottofondo musicale di pomeriggi passati in cantina circondato da avanzi meccanici grondanti olio, come una scena di un film horror.

Un’odissea nei lavori meccanici

Decenni fa, tutto quello che ci è voluto per farmi deprimere è stata una foratura inaspettata. Avevo familiarizzato con il processo di riparazione della camera d’aria nel comfort del mio salotto ben prima che i reality diventassero l’incubo della televisione in prima serata, ma non ne avevo mai sistemata una mentre combattevo sciami di zanzare arrabbiate con nient’altro che una leva dello pneumatico rotta e un kit di pezze rosicchiate.

Se l’esperienza è la più grande insegnante della vita, allora gli errori sono il maestro Kesuke Miyagi dell’istruzione (“dai la cera, togli la cera, dai la cera…”)

Poiché era l’epoca che precedeva le gomme tubeless, non passò molto tempo prima che una nuova pizzicatura interrompesse un altro giro. Non era la mia bici, ma la riparai comunque. Dopo tutto, avevo una camera d’aria di ricambio, e un nuovo kit di pezze e leve per pneumatici. Ero anche diventato esperto nell’ignorare le zanzare che mordevano attraverso la mia sottile maglietta estiva.

Nel corso del tempo, il mio misero set di attrezzi si è espanso fino a riempire un intero zaino, prima di migrare in garage. Invece i manuali di manutenzione sono stati progressivamente eclissati dei tutorial su YouTube.

Ogni attrezzo ha la sua storia

Mentre i miei strumenti di riparazione crescevano, i loro scopi diventavano più singolari e del tutto discutibili. Voglio dire, chi non ha bisogno di un kit di spurgo di ogni produttore o di uno strumento di rimozione del pacco pignoni? La chiave a frusta potrebbe anche servire come arma, e la chiave dinamometrica – anodizzata rossa, bellissima, nel suo cofanetto luccicante – mi permette di fingere che non sto stringendo tutte le brugole a caso. Ho uno scatolone pieno di lubrificanti, detergenti e grasso fluorescente. Ho perso pezzi dal mio martello di gomma durante uno dei troppi “aggiustamenti delicati” e ho lodato i meriti del mio sigillante preferito mentre puzzava di alito di topo di fogna.

Ogni attrezzo ha la sua storia, e quasi tutti implicano fissare straziati pezzi di acciaio e plastica, e non avere idea di come ripararli. Ogni nuovo progetto è un’avventura inedita nel rischio della riparazione, non importa quanto piccolo o semplice. Mi piacerebbe dire che la minaccia che arriva con il territorio inesplorato scompare dopo abbastanza anni di manutenzione sulle bici, ma non è così, almeno non per me. Addentrarsi nel regno del non familiare significa accettare il fatto che potrei non essere in grado di risolvere il problema. Potrei anche peggiorare le cose e finire a trasportare una bici mezza montata in un negozio di bici con lo sguardo basso. A volte mi viene da alzare gli occhi al cielo, ma ci sono volte in cui il cenno del meccanico mi fa capire che anche lui ci è passato.

La terapia della manutenzione - catena
Foto: Graeme Murray/Red Bull Content Pool

Dopo tutto, non puoi diventare bravo in qualcosa se non hai paura di fallire.

E così affronto l’ignoto, impugnando un nuovo strumento nelle mie mani callose e coperte di grasso. Raccolgo gli attrezzi sparsi sul pavimento e pulisco il sigillante per pneumatici che è esploso con una forza che sarebbe considerata eccessiva anche per gli standard di un’industria aerospaziale. Scavo in una pila di chiavi a brugola, finché non afferro quella con l’impugnatura anodizzata arancio a T, la mia preferita.

La danza dello sconforto

Le mie mani sembrano essere state rosicchiate da uno squalo affamato, e alla fine della serata si sentiranno come se fossero state trattate da un agopuntore che lavora solo con cavi dei freni sfilacciati. Faccio scivolare i miei polpastrelli permanentemente scuriti in un nuovo paio di guanti da meccanico leggermente stretti. E aspetto il momento.
Questo di solito si verifica ore dopo l’ora in cui la manutenzione sarebbe stato sicuramente finita, e spesso colpisce nel bel mezzo della futile certezza che non c’è rimedio. Poi, dal nulla, i pezzi finalmente scivolano insieme nel modo giusto, e quelli avanzati sembrano per lo più inutili. Lo pneumatico fa quel ‘pop’ soddisfacente e spaventoso che dice che il tallone è in sede. La bici funziona proprio come dovrebbe.

Dovrei essere soddisfatto, ma non lo sono. Tutte le mie mountain bike sono funzionanti. Comprese quelle in prova. Ma sono ansioso di aspettare che il prossimo lavoro compaia all’orizzonte e offra un’altra occasione per la terapia della manutenzione. Le mie mani diventano inquiete quando cerco una ragione per aggiungere un nuovo strumento, praticare un trucco del mestiere, o scoprire quante rivelazioni personali prendono la forma di componenti straziati. Così, quando arriva lo schiocco o lo scricchiolio o il suono che indica che qualcosa non va, mi prodigo nell’obbligatoria danza dello sconforto. Ma non mi arrabbio. È solo un altro lavoro, un’altra opportunità per dimostrare che ci sono cose peggiori del compiere errori o non avere la minima idea di quello che sto facendo. Potrei chiedere un aiuto e fidarmi delle conoscenze degli altri. Ma probabilmente farò solo quello che ho sempre fatto: continuare a scavare e imparare nel modo più difficile. È più facile ricordare la strada giusta quando hai esplorato a fondo i sentieri sbagliati e sei giunto alla consapevolezza che anche le soluzioni più semplici sono raramente facili.

Ho imparato che se non è rotto, non va bene per me. In un modo o nell’altro, lo aggiusterò. Alla fine.

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