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La virtù perduta della pazienza

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Storie in sella - La virtù perduta della pazienza - cover
Foto: Bartek Wolinski / Red Bull Content Pool

La pazienza è una virtù. Ma non è una delle mie.

Non fraintendetemi, io non suono il clacson, nemmeno agli anziani col cappello alla guida di una Panda verde acqua che rallentano a 50 all’ora quando il limite è a 70. Non perdo la calma dopo che ho spanato la vite di fissaggio delle manopole lock-on e devo andare al meccanico di fiducia per risolvere la cosa. Neppure stamattina, quando ho assistito all’ennesimo agguato del gatto maschio alla femmina che ha portato al solito effetto domino di vasi ribaltati.

Questa non è veramente pazienza. È tolleranza, e una legittima paura che quel demonio peloso metta a soqquadro la casa. La verità è che sono impaziente da morire. Ma mi sta bene. Per lo più.

Quando la strada davanti a me si sgretola e la vita richiede una deviazione d’emergenza, non mi siedo sugli allori aspettando che altri risolvano i miei problemi. Vado invece là fuori, come fossi armato di McLeod e guanti da lavoro, e inizio a scavare un nuovo percorso.

Scolpendo il terreno dall’alba al tramonto, potrei non sapere dove porterà il sentiero appena creato, ma questo mi sprona solo a lavorare più duramente.

Storie in sella - L'arte perduta della pazienza - backlight B&W
Foto: Christian Pondella / Red Bull Content Pool

Il mio tormento è quando l’unica azione disponibile è quella di sedersi e aspettare. Ma quando si tratta della vita, l’attesa fa parte del gioco.

Aspettiamo che si sviluppi un futuro che non possiamo controllare. Aspettiamo di guarire e aspettiamo di patire, lamentandoci di come il tempo rallenti fino a strisciare ogni volta che la realtà sembra un po’ troppo reale. Aspettiamo che gli altri cambino, sperando che lo facciano, sapendo che non lo faranno. Aspettiamo che il tempo sia quello giusto finché non affoghiamo nella consapevolezza che non è il tempo a essere sbagliato.

È più facile aspettare quando stiamo modellando il percorso, attendendo irrequieti il momento giusto, con le mani callose alla ricerca di un altro strumento da usare. Ma non sempre riusciamo a controllare la direzione in cui va la vita, non importa quanto duramente lavoriamo o quanto ostinatamente rifiutiamo il cambiamento. Sono completamente contrario a questo fatto, proprio come lo sono all’inevitabilità della morte, ma la mia opposizione non cambia la verità delle cose.

Dato che il miglioramento arriva dalla pratica, prendo la mia bici e comincio a pedalare. Fatico in salita solo per riallineare me stesso in discesa. Spingendo più in là i limiti della trazione e della fortuna cieca, pedalo più veloce fino a quando non sto stuzzicando i confini del mio set di abilità e della mia assicurazione sulla vita. Andare più veloce ha la capacità di rallentare il tempo, trasformando i fugaci secondi in una languida eternità piena di azione.
Sposto il mio peso sul piede esterno. Accarezzo il freno posteriore. Abbasso i talloni sui pedali e non guardo quella grande roccia che mi ha fatto fuori l’ultima volta. Una frazione di secondo in meno, un milione di secondi in più.

Nel bosco, il sentiero davanti a noi è sempre sconosciuto, non importa quante volte l’abbiamo seguito sul suo tracciato familiare. Possiamo esercitarci, prepararci e fare tutto bene, ma non possiamo scrivere la storia. I nostri zaini possono essere pieni d’acqua, di barrette che sanno di cartone e di troppi attrezzi. Le nostre gambe e i nostri polmoni potrebbero avere di fronte una lunga stagione di riding, ma non c’è modo di sbirciare l’ultima pagina per sapere se l’impresa di oggi finirà con i calzini macchiati di sangue o aggiungerà quel brutto rock garden alla lista di cose superate in modo brillante. Personalmente, punto su entrambi.

L’unico modo in cui possiamo davvero controllare l’esito di un giro è non uscire in bici, una scelta che non sono disposto a fare. Infine, arriva il momento della verità, quando entrambe le gomme perdono aderenza in discesa avvicinandosi a linee che significano una sola cosa: disastro annunciato. In quel momento, l’unico modo per salvarsi è rinunciare al controllo. Così rimango morbido e mi concentro su dove voglio andare. Questo è tutto. È tutto quello che posso fare. Da lì in poi, devo aspettare di scoprire come finisce la storia. Ci vuole solo un secondo, ma quel secondo dura per sempre.

Dal momento in cui queste parole passeranno dallo schermo del mio computer alla scintillante pagina del sito Internet, la mia bici mi avrà dato un’altra lezione, che mi piaccia o meno.

Le previsioni parlano di giornate più fredde e piovose sull’Appennino che vedo profilarsi all’orizzonte. È probabile che le bici cominceranno a prendere polvere non appena cadrà la prima pioggia ma spero che vada diversamente. Forse arriverà il vento a spazzare via le nubi minacciose riportando quella meravigliosa aria frizzante di fine inverno che tanto amo. Ho come questa sensazione.

Guardando il cielo grigio, il gioco dell’attesa continua mentre mi struggo per il calore della primavera. Quando finalmente arriverà, il piacere del clima finalmente mite andrà a braccetto con quello dei sentieri dal morbido e perfetto fondo. Mentre maglie a maniche corte e shorts si fanno nuovamente strada nel cassetto dell’abbigliamento da bici, desidero ardentemente che i singletrack d’alta quota tornino finalmente percorribili, ambendo di solcare per primo le loro linee vergini.

Ma non posso fare in modo che le stagioni arrivino più velocemente, così come non posso forzarle a durare più a lungo. Non posso fare nulla per far asciugare più velocemente i trail o per far sì che il viaggio che ho sempre desiderato arrivi prima. Tutto quello che posso fare è essere paziente, il che va contro ogni fibra del mio essere.

Così faccio quello che mi viene naturale e mi impegno a padroneggiare la pazienza, con la stessa tenacia che metto in atto nell’imparare stupidi trick in bici o nel far uscire tutti i cereali dalla mia tazza di yogurt. Spero che funzioni, e forse funzionerà. Ma forse no. Devo solo aspettare e vedere.

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