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Paganella, il modello che guarda al futuro della mountain bike

di - 02/11/2026

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Dalla filosofia “Season Free” all’inclusività, passando per gestione dei sentieri, eMTB ed equilibrio territoriale: Luca D’Angelo racconta perché una destinazione bike di successo come Paganella Bike Park nasce prima da una visione condivisa che dai trail

Negli ultimi quindici anni la Paganella è diventata uno dei casi di studio più interessanti del turismo bike europeo. Da comprensorio storicamente legato allo sci, il territorio ha saputo costruire un modello capace di integrare mountain bike, outdoor, accoglienza e sviluppo locale in una strategia condivisa che oggi viene osservata ben oltre i confini italiani. Il progetto Paganella Bike Park non è cresciuto semplicemente grazie ai trail o agli impianti, ma attraverso una visione di lungo periodo che ha trasformato la bicicletta in uno strumento di valorizzazione dell’intera destinazione.

paganella bike park - intervista luca d'angelo - mtb talks 2024
Luca D’Angelo durante MTB Talks, il convegno dedicato al turismo MTB

Tra i protagonisti di questo percorso c’è Luca D’Angelo, direttore dell’Azienda per il Turismo Dolomiti Paganella e coordinatore del progetto bike, figura che da anni lavora sui temi della gestione delle destinazioni, dell’innovazione turistica e della sostenibilità dello sviluppo alpino. Per D’Angelo il successo di una destinazione non nasce dai singoli sentieri, ma dalla capacità di costruire una strategia condivisa che generi valore per il territorio, per gli operatori e per gli ospiti.

In questa intervista abbiamo approfondito il presente e il futuro della Paganella, parlando di turismo bike, evoluzione del mercato, investimenti, destagionalizzazione e sfide che attendono le località di montagna nei prossimi anni.

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paganella bike park - intervista luca d'angelo - panorama impianti

1. La montagna oltre la stagione

Negli ultimi anni la Paganella è diventata un riferimento internazionale per l’outdoor estivo. Quanto è importante oggi la destagionalizzazione e quale ruolo possono giocare attività come mountain bike, eMTB, trekking e trail running nel costruire una montagna meno dipendente dalle stagioni tradizionali?

Noi in realtà non la chiamiamo così, abbiamo coniato questo termine che si chiama “Season Free”. Lo riteniamo più corretto, nel senso che il nostro obiettivo non è tanto la classica destagionalizzazione, ma l’obiettivo finale è quello di diffondere i flussi turistici durante tutto l’anno. Questo non tanto per mettere sotto stress anche gli altri periodi dell’anno fuori dai picchi stagionali, ma proprio per garantire un territorio che poi sia vivo anche per i residenti nei periodi che non hanno i picchi. E anche per stimolare imprenditori di diversa natura – dalla ricettività, ai servizi, agli impianti, che su questo ci hanno già seguito da un po’ – a immaginare delle aperture che siano un po’ diverse da quelle classiche. Quindi per noi il Paganella Bike Park rappresenta ancora oggi la punta di diamante di questo percorso.

Per esempio, in questa stagione 2026, il weekend di Pasqua e Pasquetta, erano gli ultimi giorni in cui si poteva sciare nel versante Paganella, e in contemporanea abbiamo aperto i primi trail a Molveno. Ovviamente non è tanto per avere il primato di per sé, perché abbiamo due zone diverse con esposizioni diverse, con quote diverse, e quindi questo permette di impostare anche i lavori di manutenzione in modo graduale, con aree che aprono prima e zone che chiudono dopo.

Impostare il lavoro è ovviamente complesso, ma è fattibile. Il bike park ha rappresentato appunto questo “ariete”, che ci ha permesso di rompere il classico schema anche delle aperture degli impianti: oggi appunto aprono ad aprile e chiudono a novembre, a geometrie variabili. Ma le aperture ormai sono queste, quindi rappresenta ancora oggi un modo per cambiare l’approccio. Ma quello che è importante dire è che gli impianti, e poi i servizi correlati, non sono aperti solo per i biker, ma anche per chi cammina, per chi vuole fare trekking più lunghi o passeggiate più semplici.

Questo crea poi anche un allungamento dei servizi collaterali aperti, pensiamo per esempio ai rifugi, ma anche gli accompagnatori, le guide, e quant’altro. L’idea nostra non è di mettere sotto stress la destinazione e la comunità, che deve avere anche dei momenti per recuperare e per rigenerarsi, ma fare immaginare che al di là delle aperture canoniche – in inverno e nei picchi estivi – è possibile lavorare in maniera diversa, ritagliarsi anche degli spazi di mercato interessanti nelle stagionalità differenti.

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2. Crescita e sostenibilità

Il successo delle destinazioni outdoor porta inevitabilmente più visitatori. Come si può continuare a crescere senza cadere nelle dinamiche dell’over tourism, preservando la qualità dell’esperienza e l’identità del territorio?

L’outdoor ha un impatto ovunque arriva. Voglio dirlo in maniera molto chiara, non sono qui a raccontare che non ci sono impatti, che la bike, il trekking, o qualsiasi attività umana fatta nella natura non lascia degli impatti. Qui noi usiamo poco la parola sostenibilità, ma usiamo la parola equilibrio, perché cerchiamo col nostro lavoro – di coordinamento con tutti i soggetti che lavorano nella destinazione – di trovare un equilibrio tra impatti, lavoro e sostenibilità economica anche delle nostre strutture per la parte del lavoro. Ma anche nuove risorse e innovazione.

Quindi è un equilibrio che non è facile da raggiungere, soprattutto non lo è nel breve periodo. Quello che a noi piace pensare, una cosa che non fa solo l’APT, è una visione che deve avere un’intera comunità, un’intera destinazione turistica, perché l’equilibrio non è a compartimenti stagni, ma lo si ottiene solo quando tutti i soggetti pubblici e privati lavorano in maniera armonica. Altrimenti puoi avere delle zone che sono altamente sfruttate, altre che non lo sono per niente.

Questa potrebbe anche essere un’impostazione, ma non è quella che ci interessa. Perché noi abbiamo, per esempio, due versanti, uno molto selvaggio, quello delle Dolomiti di Brenta, e uno, quello più infrastrutturato, che è quello della Paganella. Ma anche in quest’ultima, nel momento in cui realizziamo nuovi trail, cerchiamo sempre di minimizzare l’impatto di quel sentiero nella natura.

Sappiamo che un trail costruito in un certo modo, per essere equilibrato, vuole anche dire investire di più. Significa investire anche in manutenzione durante tutto l’anno, ma sappiamo che un trail abbandonato e non più tenuto, nel giro di 3-4 anni viene ripreso quasi totalmente dal bosco e dalla natura, quindi l’impatto viene estremamente minimizzato. È una ricerca costante e non è un lavoro che si fa in un giorno e neanche in un anno, parliamo di visioni a medio e a lungo termine.

L’ultimo passo che aggiungo è che in questo schema, in questa equazione dell’equilibrio, dobbiamo portare anche i nostri ospiti. Perché ovviamente c’è una comunità, c’è un territorio e ci sono gli ospiti dove questo incontro avviene. Quindi dobbiamo essere sempre più bravi anche a comunicare il perché si fanno alcune scelte, e saperle raccontare ai nostri ospiti, che siano biker, trekker, amanti dello scialpinismo, qualsiasi altro sport outdoor che si svolge in mezzo alla natura.

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3. eMTB e accesso alla montagna

L’eMTB ha allargato enormemente la platea degli appassionati e reso accessibili percorsi prima riservati a pochi. Dal vostro punto di vista rappresenta soprattutto un’opportunità oppure pone nuove sfide nella gestione dei flussi e nella convivenza tra i diversi frequentatori della montagna?

Il tema della eMTB è ovviamente altamente dibattuto, io ti posso portare quello che è il nostro osservatorio come bike park. Noi abbiamo visto un grande incremento di bici elettriche anche nel bike park, con persone che hanno ormai come bici di proprietà una eMTB. Credo che questa sarà una tendenza destinata a ad aumentare. Però non abbiamo visto una riduzione del numero dei pass, perché molte di queste persone lo acquistano anche se sono in possesso di un eMTB, perché l’esperienza nel bike park è principalmente in discesa, quindi minimizzando la salita, in questo caso meccanizzata attraverso l’utilizzo di impianti di risalita.

Abbiamo sicuramente un impatto delle e-bike nei sentieri un po’ più remoti, però nulla che è diverso da quello che è successo anche con le bici “biologiche”, quindi non vediamo una grossa differenza. La differenza la vedo più sul lungo termine. Perché l’accessibilità di questi mezzi porterà sicuramente nuove persone ad entrare – in realtà già lo vediamo.

Questo è un bene, ovviamente, ma non vuol dire che un mezzo accessibile, che ti riduce anche lo sforzo, sia un mezzo facile di per sé. Quindi rimane importantissimo in questo caso la cultura del saper andare in bici, non solo tecnicamente ma anche sapere approcciarsi allo sport. E soprattutto sono importanti le infrastrutture, per questo noi ragioniamo sempre sulla progressività. Quindi nel crescere i propri skill, per la discesa, e poi affrontare i trail più impegnativi.

Abbiamo un progetto in mente, ancora in fase progettuale, ma sul quale stiamo lavorando con convinzione: un Trail Center senza utilizzo degli impianti, dove la e-bike può essere usata anche per la risalita in modo divertente, con un appeal flow, su un sentiero dove l’esperienza in salita diventa parte dell’intera esperienza di riding. Questo in una zona, che non posso ancora spoilerare, che può essere sfruttata quasi 12 mesi l’anno, anzi principalmente anche nei mesi più invernali quando il bike park – o la maggior parte delle sue zone – è chiuso.

Oggi noi non vediamo dei rischi estremi ma anche delle opportunità e degli alert, e su questi aspetti ci piacerebbe anche ragionare molto con la bike industry per trovare delle connessioni forti anche per avvicinare nuovi biker che magari hanno intenzione di acquistare una bici a pedalata assistita, e portarli poi sui trail per sperimentare cosa vuol dire utilizzare questo mezzo.

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4. Sentieri, proprietà private e dialogo con il territorio

Uno dei temi più delicati riguarda la gestione della rete sentieristica, tra rapporti con i proprietari dei terreni, manutenzione dei percorsi e confronto con realtà come il CAI Trentino. Qual è la vostra esperienza in Paganella e quali sono gli ingredienti necessari per costruire una convivenza positiva tra tutti gli attori coinvolti?

Il nostro caso è forse un po’ particolare, perché noi agiamo all’interno di una cornice legislativa che è quella del Trentino, che divide il mondo dei sentieri in due macro blocchi: quello del bike park, dove c’è un utilizzo esclusivo delle bici; poi c’è tutto il resto, la rete di sentieri mountain bike autorizzati, vietati, o ancora in condivisione con altri utenti, principalmente i pedoni. Non abbiamo grosse proprietà private perché i sentieri nel nostro caso insistono principalmente su suolo pubblico. Lasciamo da parte i sentieri bike park, che hanno una logica diversa, e parliamo dei sentieri naturali.

Uno dei temi importanti è quello della gestione: spesso i sentieri naturali vengono aperti da volontari, magari fanno parte di reti preesistenti e spesso non vengono gestiti e manutenuti, e questo poi li rende anche molto più complessi e anche più difficili. Questo accade anche in alcuni nostri trail, ma non perché non vengono manutenuti, ma perché oggi non abbiamo degli spazi di manovra importanti dal punto di vista delle possibilità legislative per cambiare anche solo la percorrenza di alcuni trail naturali dalla sede principale.

Questo è un problema tecnico, ma in generale là dove vedo i maggiori attriti tra sentieri naturali, proprietà privata, e responsabilità, è dove non c’è un approccio gestionale chiaro a quella rete di sentieri. Non gestire vuol dire lasciare all’anarchia, e vuol dire dover gestire i problemi.

Ritengo che nella gestione e nella cura della rete sentieristica – da parte di un’associazione, dell’APT, di un comune, così come di altri soggetti e attraverso la collaborazione tra questi soggetti – bisogna avere anche la forza e il coraggio di dire che alcuni sono vietati, senza dogmatismi e senza paraocchi ma con il consenso. Comunque, in generale le Alpi non hanno problemi di per sé di sentieri, perché ce ne sono tantissimi. Non è quindi un tema numerico, ma è un tema qualitativo, di gestione e di manutenzione.

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5. Il futuro del Bike Park Paganella

Guardando ai prossimi cinque-dieci anni, come immagini l’evoluzione del Bike Park Paganella e, più in generale, del turismo outdoor in montagna? Quali saranno le priorità per mantenere attrattiva la destinazione senza perdere il necessario equilibrio tra sviluppo turistico e tutela dell’ambiente?

Per quanto riguarda il futuro, l’anno prossimo lanceremo un concetto che ci sta a cuore, che per il momento preferisco non anticipare, ma che fa parte un po’ del nostro DNA. Noi vogliamo mantenere quelli che sono oggi i nostri asset principali: un’apertura stagionale molto lunga; una progressività nei trail, quindi partire dai più facili per arrivare a quelli più difficili nelle tre zone; l’inclusività, una delle nostre parole chiave, sia per le persone con disabilità sia, più in generale, a 360 gradi, quindi parlo di ragazze, di donne, di bambini.

Riguardo quest’ultimo tema, vogliamo rendere la mountain bike Gravity uno sport inclusivo, uno sport aperto a tutti e non solo a una nicchia di persone. Sta già succedendo, ma abbiamo ancora moltissimi spazi, per esempio sul mondo femminile, per farlo crescere, e devo dire che negli ultimi anni sta migliorando molto. I nuovi trail progressivi rendono l’approccio meno impattante e meno problematico per le ragazze, ma in realtà anche per tutti i principianti e per chiunque ha una passione che sta nascendo e che vuole imparare.

Mi capita spesso di portare ragazzi, ragazze, uomini, donne, anche bambini, per la prima volta in bike park. Il primo approccio è sempre molto cauto, anche molto spaventato. Ma una volta che si capisce cosa vuol dire andare in discesa con la giusta attrezzatura e con la giusta la tecnica di base, poi tutto cambia. Ovviamente per questo ci sono le guide e i maestri che fanno un egregio lavoro. Alla fine, io vedo sempre delle persone con il sorriso stampato e non tanto preoccupate. Magari hanno qualche graffio, però in realtà la soddisfazione è veramente molto forte.

Il nostro futuro lo vediamo nel mantenimento di questa dimensione inclusiva dello sport, della mountain bike, dell’outdoor. Non ci piacciono troppo le divisioni, quindi su questo insisteremo anche con i nostri eventi. Non abbiamo investito nella parte racing perché riteniamo che non sia oggi nel nostro DNA, non perché non ci piaccia, anzi, siamo appassionati anche di gare, di Downhill ed Enduro.

Ci sono già i nostri colleghi vicini che fanno un lavoro eccellente in Val di Sole e in Val di Fassa, quindi noi abbiamo ritenuto di volerci posizionare in un modo leggermente diverso, anche per far capire che ci sono approcci diversi. Poi, lasciando ovviamente gli spazi a questi territori che hanno lavorato nel tempo, e hanno oggi un expertise molto importante nella gestione degli eventi.

Quindi queste sono un po’ le parole chiave nel futuro del nostro bike park, mantenendo anche qui l’equilibrio con l’ambiente naturale. Perché ovviamente uno dei nostri punti di forza è anche la cura del territorio e degli spazi naturali. Le persone vengono a girare da noi soprattutto perché i trail sono inseriti in un contesto naturale di assoluto pregio, gestito e curato con grande attenzione.

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[foto: Paganella Bike Park]

4bicycle - ritratto Cristiano Guarco

La bici è il mio modo di leggere il mondo. Dalla mountain bike al ciclismo in tutte le sue forme, da oltre 20 anni trasformo la passione in professione, raccontando avventure, tecnologia e sport outdoor. Tra sentieri e parole condivido storie che uniscono adrenalina, innovazione e libertà.