Il test del Lazer Genesis un casco leggerissimo

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Genesis è il casco più leggero che arriva da Lazer, un connubio tra un valore alla bilancia ridotto, sicurezza e un design che nel corso degli anni è diventato un simbolo. La cosa che colpisce è il suo comfort e l’essere impercettibile una volta indossato.

Ultimo nato in casa Lazer

Lazer Genesis è l’ultimo casco che arriva dal marchio belga, ora inglobato nella rosa Shimano. Genesis è un casco che abbiamo visto indossato da molti atleti durante la stagione di ciclocross. Per molti aspetti, possiamo considerarlo come la naturale evoluzione dello Z1 (con un richiamo al Century), modello storico che ancora oggi viene indossato da atleti di varie discipline, road, off road (xco e xcm) ma anche nel ciclocross. Anche Genesis, come buona parte dei caschi Lazer è disponibile nella versione tradizionale e con il sistema Mips.

Si regola facilmente e limita le pressioni sulla testa

La costruzione è piuttosto classica, con il materiale espanso In-Mold che viene abbinato alla calotta esterna. Le finiture raggiungono livelli di cura molto elevati, particolare che abbiamo sottolineato più volte per i caschi Lazer: nessuna sbavatura o materiale di riporto in eccesso. Il sistema di chiusura Advanced Rollsys System agisce in senso verticale (lungo il perimetro della testa) e in quello verticale, grazie alle due alette posteriore in zona cervicale.

Un’immagine che ben rappresenta la costruzione del sistema e di come viene applicato all’interno del casco.

È completamente ancorato nella porzione interna del casco e si regola tramite una sorta di cursore posto nella sezione superiore/posteriore. Comodo, facile, estremamente leggere ed efficiente, in grado di distribuire al meglio le pressioni che si creano quando si chiude il casco.

Genesis è compatibili con la calotta aerodinamica Aeroshell. Il casco Lazer è disponibile in tre taglie differenti (S, M, L) al prezzo di listino di 219,95 euro (239,95 per la versione Mips) e sette colorazioni.

Le nostre impressioni

Il Genesis è un casco molto leggero, che entra in quella categoria di prodotti superlight ma che grazie al comfort, diventano trasversali per utilizzo e tipologia di utenza a cui si rivolgono. Quello che colpisce maggiormente di questo casco è il suo essere quasi impercettibile quando è indossato, in ogni zona della testa. La sua calzata è mediamente profonda, tende a coprire la zona frontale e al tempo stessi rimane sollevato rispetto alle orecchie. Scende abbondantemente nella porzione posteriore ma l’assenza di imbottiture e il sistema leggero di ritenzione in questo punto, lo rendono fresco e comodo. Come lo Z1 adotta il rotore superiore per la regolazione della ritenzione, non banale e soluzione che minimizza ulteriormente le pressioni nel settore cervicale.

Anche se viene stretto in modo eccessivo, sensazione che può emergere nel momento di massimo sforzo fisico, il liner che scorre lungo il perimetro permette di distribuire in modo ottimale le forze in gioco. Le fibbie sono classiche con il passante che regola la tensione, morbide e con il buckel che funge da terminale.

Ben areato

Dal punto di vista della aerazione, il Genesis è ben aerato nella sezione frontale e laterali, il che assicura una rapida asciugatura di pelle ed imbottiture. Queste ultime sono sottili ma non esageratamente sgonfie, sicuramente longeve e ben fatte, come sempre evidenziato in tutti i caschi Lazer.

foto di Sara Carena, a cura della redazione tecnica.

lazersport.com

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Alberto Fossati, nasco come biker agli inizi degli anni novanta, ho vissuto l'epoca d'oro dell'off road e i periodi della sua massima espansione nelle discipline race. Con il passare degli anni vengo trasportato nel mondo delle granfondo su strada a macinare km, facendo collimare la passione all'attività lavorativa, ma senza mai dimenticare le mie origini. Mi piace la tecnica della bici in tutte le sue forme, uno dei motivi per cui il mio interesse converge anche nelle direzioni di gravel e ciclocross. Amo la bicicletta intesa come progetto facente parte della nostra evoluzione e credo fermamente che la bici per essere raccontata debba, prima di tutto, essere vissuta.

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