Lepape Marmotte Granfondo Alpes 2020

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Lepape Marmotte Granfondo Alpes 2020
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Cambia il nome, che oggi recita Lepape Marmotte Granfondo Alpes, ma il fulcro di questa granfondo storica rimane sempre quello, la mitica Alpe d’Huez. Il racconto di Riccardo Zacchi.

Lepape Marmotte Granfondo Alpes 2020
La salita dell’Alpe d’Huez si presenta così. Non ci sono pendenze massime impossibili, ma la sua costanza, i vari cambi di ritmo, la distanza che prevede Lepape Marmotte Granfondo e a volte il caldo, la rendono impegnativa.

Uno dei miti del ciclismo

Alpe d’Huez, qua potrei anche chiudere il mio racconto. Questo è un luogo dove il sapore dell’impresa e le emozioni non spariscono e non sbiadiscono, neppure in un periodo come quello attuale. Questa granfondo, La Marmotte è una pietra miliare, una classica monumento nel panorama granfondistico internazionale.

Dal 1982 ad oggi, ancora più ricca

Esiste dal 1982 e il suo percorso non è cambiato di una virgola, resiste all’erosione terreste e i suoi 5000 metri di dislivello rimangono intatti, mannaggia. Al contrario, nel corso degli anni la Marmotte si è addirittura arricchita: ora Lepape Marmotte Granfondo è un evento che si svolge su tre giorni, da giovedì a sabato (simpaticamente ed ironicamente ci è stata gentilmente lasciata la domenica di recupero) che include una competizione in salita, un’edizione randonnée e la classica gara.

Io ho preso parte alla prima e alla terza proposta, in quanto per includere nel pacchetto anche la seconda avrei dovuto sdoppiarmi, poiché la “rando” prevede la percorrenza del percorso della gf in due giorni, con sosta pernottamento a Valloire. Ma andiamo con calma, anzi no, iniziamo a tutta con la Grimpée Alpe d’Huez.

Lepape Marmotte Granfondo Alpes 2020
Un tratto di discesa lungo il Glandon. Questo versante, spesso affrontato nelle granfondo francesi che si svolgono in questo comprensorio, non è semplice da approcciare. Si presenta con un asfalto granuloso, non omogeneo e con parecchi inserti di bitume.

La tre giorni inizia con la cronoscalata

Questa è la gara in salita del giovedì, con avvio dai piedi della famosa salita ed arrivo in cima. Facile, più o meno. 13km e circa 1100 metri di dislivello, pendenza media dell’8,6%, partenza di gruppo alle ore 9, con 6°C e colazione sullo stomaco: sofferenza allo stato puro.

La salita è… beh, è dura, il contesto e il paesaggio li ho notati successivamente in discesa, quando sono tornato alla macchina. I suoi 21 tornanti raccontano la storia del ciclismo e percorrerla è davvero una bella emozione. Per me è stata la prima volta, non so in quante occasioni l’abbia vista scalare in tv da grandi campioni e quanto mi sarebbe piaciuto provarci. Forse il mio approccio non è stato dei migliori per poterla gustare al meglio, ma una volta portata a termine mi ha scosso un bel brivido (o questo si chiama affanno?).

Bourg d’Oisans un tutt’uno con la bici

Come primo giorno l’impatto è stato decisamente positivo, sono stupito! Sede di partenza ben allestita, corsia di salita chiusa al traffico, ultimo chilometro completamente transennato e mega struttura di arrivo. Like a pro.

Non per nulla è una manifestazione che abitualmente chiude le iscrizioni a 8000 partecipanti (quest’anno le restrizioni vigenti sul territorio francese hanno imposto il limite delle 5000 unità), richiamando un pubblico realmente di spettro globale; mi colpisce una cosa, i pochi italiani presenti. Una volta, si svolgeva a Luglio, spesso concomitante con La Fausto Coppi, i nostri granfodisti al via erano parecchi, in buon numero.

Ma la compagnia non è assolutamente mancata, anzi, è stata la giusta occasione per riprendere i contati con molti amici conosciuti durante le varie trasferte all’estero.

Chi la rando e chi sgamba per un caffé

Nella giornata di venerdì, quando il programma dell’evento prevedeva l’avvio della Rando Marmotte, abbiamo organizzato tra amici una bella uscita pre gara (o di scarico, per chi ha corso la Grimpée il giorno precedente), nella quale erano rappresentate 5 nazioni differenti su 7 partecipanti!

Ho notato con piacere che in questo genere di uscite non siano solo gli italiani quelli cui piace pedalare per un’ora e fermarsi al bar per il doppio del tempo trascorso in sella… Idea assolutamente non malvagia, visto quello ci aspetterà il giorno seguente; ammetto di essere un po’ preoccupato, è la prima gara del 2020 con tali caratteristiche, 5000m di dislivello col un chip sulla bici non sono mai “semplici” come in allenamento. Ma il tempo per angosciarsi è poco, dato che tra preparativi e pranzi/cene abbondanti l’ora della nanna arriva ben presto, così come la sveglia il giorno successivo.

Sveglia presto e occhio alla colazione, il Glandon è subito li

Ore 4:30 si è già in pista: colazione, vestizione e via, siamo pronti per raggiungere la griglia di partenza a Bourg d’Oisans, dove il via è previsto alle 7. Alloggiando all’Alpe d’Huez mi devo “sorbire” la discesa verso lo start alle 6 di mattino, con ben poca luce ed un’aria frizzantina. Fortunatamente a livello meteo la giornata è di quelle super, per cui mi bastano mantellina e gambali per non prendere freddo in questa circostanza (al termine della discesa realizzo di essermi anche divertito, scendere col chiaro di luna è stato molto suggestivo). Alla fine si tratta di poco più di una mezz’oretta.

Ma il vero divertimento comincia a breve, quando, pochi chilometri dopo il tappetino di partenza, ci si ritrova catapultati sul Glandon. Una prima salita con pendenze decisamente abbordabili, ma davvero lunga. Un paio di tratti in contropendenza aiutano a riprendere energie e fiato, ma bisogna calibrarsi molto bene in questa ascesa, anche – e soprattutto – in vista delle successive.

Marmotte Granfondo Alpes 2020
In Cima al Galibier, uno scenario da favola, ma una salita che deve essere guadagnata.

Una granfondo subdola che non ti lascia scampo

Prima della corsa un amico mi ha detto che questa granfondo è davvero subdola, perché “durante essa ti sembra di non far fatica ma pian piano ti sfinisce, l’Alpe ti presenta tutti i conti e con anche gli interessi”. Effettivamente, a parte qualche breve tratto sul Galibier e sull’erta finale, non ci sono mai rampe con percentuali impossibili o lunghi segmenti oltre 10%, ma la continua profusione dello sforzo non lascia molto spazio al recupero.

Nella Valle della Maurienne il vento la fa da padrone

Anche la valle della Maurienne, che segue alla discesa (giustamente e altrettanto prudentemente neutralizzata) del Col du Glandon non lascia molto spazio al recupero, poiché una lieve ma continua inclinazione a sfavore ci obbliga a tenere sempre la catena in tiro. Poco dopo siamo già a Saint Michel de Maurienne, qui comincia l’accoppiata Télégraphe+Galibier. Si può considerare una salita unica, siccome tra i due colli c’è solo qualche chilometro in leggera discesa e un tratto pianeggiante durante l’attraversamento di Valloire. Morale, è come affrontare circa 34km di salita e poco meno di 2000 metri di dislivello. In una botta sola.

Un vantaggio c’é, le temperature sono più basse, a Luglio fa un caldo infernale

L’ambiente è pazzesco, si passa dai boschi della prima parte a un paesaggio austero e quasi lunare nella seconda. Sono in un bel gruppetto, i km del Télégraphe passano in fretta e con un affanno contenuto, ma all’altezza di Plan Lachat, a quota 1950m circa, il ritmo e la solfa cambiano.

Acqua finita, watt che calano, avversari che si allontanano. Inizialmente mi lascio un po’ prendere dallo sconforto, trascorro diversi minuti in seria crisi, ma alla vista del passo riprendo un po’ di morale e mi trascino in vetta. Qui riempio le borracce nel rifornitissimo ristoro allestito dall’organizzazione, prendo un paio di minuti di tempo per respirare e poi seguo le ruote di un gruppetto nella discesa verso il Lautaret.

granfondo
Lo svolgimento nel periodo settembrino della granfondo, grazie ad una bella giornata, permette di godere di panorami da favola, un cielo blu che sembra dipinto e temperature ideali.

Il ristoro prima dell’Alpe è una manna

Ecco, da questo punto fino all’attacco dell’Alpe si riesce a prendere un po’ fiato: la strada degrada dolcemente verso Bourg d’Oisans in una trentina di chilometri, in molti tratti non si pedala ed in altrettanti si viaggia bene dandosi cambi regolari; mangio e bevo, finisco due borracce in men che non si dica.

All’attacco dell’erta finale mi fermo a rifornirmi nuovamente, non voglio rischiare di ripetere lo stesso errore del Galibier. L’alpe d’Huez posso dire di ricordarmela abbastanza bene, per cui parto un po’ sottotono per tenere margine da metà in poi. Sembra una buona tattica, spero di non soffrire troppo e recuperare anche qualche posizione nel finale. Parzialmente avviene così, diciamo che non sono ulteriormente calato, ma di aumentare il ritmo proprio no.

Le indicazioni non mancano, gioia e dolori

Numerose indicazioni scandiscono la distanza rimanente dalla linea d’arrivo, ma in realtà per rendersene conto basta guardare all’insù: le strutture e gli impianti dell’Alpe sono li che ti aspettano, sembrano già abbracciarti, ma quegli ultimi 2-300 metri di dislivello sono davvero infiniti. Sembrano 2-3000metri.

Le parole del mio amico non furono mai così attuali. Gli interessi da pagare sono arrivati tutti, forse meno che sulla salita precedente, ma penso di averne versati a sufficienza anche qua. Arrivo, ho finito la Marmotte. La soddisfazione è proprio quella degli eventi importanti, al pari di Sölden, Corvara o Feltre: è ampiamente degna delle “granfondo monumento”. À bientot Alpe.

a cura di Riccado Zacchi, della redazione tecnica, foto Riccardo Zacchi e C.O.

lepapemarmottegranfondoalpes.com

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Alberto Fossati, nasco come biker agli inizi degli anni novanta, ho vissuto l'epoca d'oro dell'off road e i periodi della sua massima espansione nelle discipline race. Con il passare degli anni vengo trasportato nel mondo delle granfondo su strada a macinare km, facendo collimare la passione all'attività lavorativa, ma senza mai dimenticare le mie origini. Mi piace la tecnica della bici in tutte le sue forme, uno dei motivi per cui il mio interesse converge anche nelle direzioni di gravel e ciclocross. Amo la bicicletta intesa come progetto facente parte della nostra evoluzione e credo fermamente che la bici per essere raccontata debba, prima di tutto, essere vissuta.

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