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Sono un abitudinario – Storie in sella

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Storie in sella - Sono abitudinario 04
Foto: Hanna Jonsson

Amo i piccoli rituali della vita quotidiana, che si estendono alla mountain bike.

Storie in sella - Sono abitudinario 05
Foto: Getty Images/Arx0nt

Le pedalate della domenica mattina iniziano dopo la solita abbondante colazione, respirando la prima aria pura del mattino, quando la maggior parte degli esseri umani ancora dorme. Tutto si mette in moto la sera prima, quando comincio a preparare la mia uscita in modo metodico. Scelgo il mio equipaggiamento, in base alla bici che utilizzerò, al giro che farò, al meteo che troverò. Tutto è pronto, ben organizzato, quando la sveglia inizia a trafiggere la quiete dell’alba con la prima timida vibrazione.

Dopo essermi vestito e aver girato in punta di piedi per casa, chiudo il rituale della colazione premendo il pulsante che dà il via alla (troppo) rumorosa macchina per il caffè, che sgorga e gorgoglia fortunatamente per pochi secondi. Il mio progetto di andarmene in silenzio non va mai a buon fine, con le tacchette delle scarpe SPD che suonano un tip-tap sconnesso sul pavimento mentre cerco le chiavi di casa. Il rituale di rovinare l’ennesima uscita furtiva si chiude con i gatti che mi inseguono in salone, valutano la situazione, e si producono nella solita sequenza di miagolii e gemiti prima di tornare a letto.

C’è anche il rituale delle pedalate inserite con metodo chirurgico in giornate troppo piene. Apparentemente non sono niente di speciale, ma la loro mera esistenza le rende molto apprezzate. Le uscite più lunghe, che richiedono orari dilatati e pranzi fuori casa, vanno di pari passo con transfer in auto da e per il luogo di ritrovo. Ricordo ancora anni fa, quando questo rituale iniziò, caricando la bici nel portabagagli in modo che né gli interni dell’auto né l’amata cavalcatura si danneggiassero nel trasporto. Non era un vero viaggio se le operazioni di carico, scarico, e nuovamente carico non erano svolte con perfezione assoluta… o quasi, a volte la stanchezza prevale al rientro.

Sono un abitudinario, non mi giudicate, siete come me

Anche se il rituale del riscaldamento in scioltezza si è intrecciato più volte con irte salite su sentiero a inizio giro, ogni volta il risultato è ancora un momento – o più di uno – in cui mi chiedo se le mie gambe reggeranno senza cedere mestamente all’acido lattico. A volte la sensazione svanisce in fretta, in altre occasioni sembra durare fino a quando il punto di partenza torna in vista. Ma non importa quale sia, c’è sempre un luogo dove il dolore alla fine si allontana e il vuoto si riempie della fame di spingere più forte. Non sono mai del tutto sicuro di dove si verificherà quel momento, ma so che è sempre là fuori, solo in attesa che io lo raggiunga.

Poi c’è il familiare rituale del piacere/dolore, che sembra essere il fondamento della mountain bike, e del ciclismo in generale. C’è l’euforia del fluire tra gli alberi mescolata al lamento dei muscoli che urlano quando spingi in fuorigiri. Ci sono pedalate con un caldo soffocante e la momentanea freschezza di un collo bagnato di sudore che incontra una fresca brezza. C’è la delusione di affrontare l’ultima curva di una grande avventura e la soddisfazione di aver accumulato più chilometri e ricordi del previsto, e che poche cose avranno un sapore migliore della birra fresca a fine giro.

E, naturalmente, c’è il rituale dell’umiltà: l’esperienza condivisa di gomme, muscoli e terreno disposti in un puzzle confuso e molto diverso dall’immagine rappresentata sulla confezione. Sono questi i momenti in cui una quiete familiare può cadere sul gruppo con una velocità inquietante, fino a quando una voce rauca borbotta: “Cos’ha la mia bici?”. Questo è il codice per dar il via allo scambio rituale, in cui il biker in difficoltà fa finta che il problema sia meno grave del previsto e tutti gli altri fingono di non essere realmente preoccupati, ma si trascinano e controllano furtivamente la propria bici, perché sappiamo tutti che ci vuole un attimo perché qualcosa si rompa o si perda il controllo del mezzo, cadendo a terra. Ci siamo passati tutti.

Storie in sella - Sono abitudinario 01
Pedalare, e soffrire, con il caldo torrido

Poi c’è il familiare rituale del piacere/dolore, che sembra essere il fondamento della mountain bike, e del ciclismo in generale

Dopo il giro, le bici prendono posto appoggiate sugli alberi o già dentro le auto, mentre ci sistemiamo intorno a tavola. Tra un ricordo condiviso della pedalata e l’altro, parliamo di quanto sia buona la birra artigianale, finendo in tempo zero la prima media dopo un giro disgustosamente caldo. Il sole svanisce dietro gli alberi, ma non è fino a quando le zanzare hanno lanciato un vero e proprio assalto che torniamo a casa.

Per me, un giornata in bici non è davvero finita fino a quando non è iniziata la pulizia rituale, più o meno profonda. A volte, questo significa saltare sotto una doccia fredda misurando la temperatura dell’acqua a spanne fino a quando non riprendo fiato. A volte significa un più rilassante bagno caldo. Seduto nella vasca emetto certe bolle che salendo a galla… ops, questa è un’altra storia. In ogni modo, per me la vera fine avviene sempre guardando i vortici di sporco che si irradiano dai miei piedi trascinati dall’acqua.

Non sono del tutto sicuro del motivo per cui sono una tale creatura abitudinaria, o perché mi diverto a rivivere lo stesso momento ancora e ancora, ma mi piace. Metto i cereali nella stessa tazza, faccio i bagagli nello stesso modo, e percorro li stessi sentieri di ieri. Ci sono momenti in cui è facile sentirsi in una routine con il passare dei giorni, ma non cambia molto. C’è un qualcosa di magico nel mettere gli stessi input in un’equazione come il giorno prima e ottenere un risultato completamente inedito.

È un altro giro, come tutti gli altri, ma diverso.

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