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Storie in sella: Elogio della mediocrità

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Storie in Sella - Elogio della mediocrità - cover
Capace di tutto, maestro in nulla - foto: Cristiano Guarco / Spot: Lagorai / Biker: Luca Bortolotti

Come la maggior parte dei bambini, una volta volevo essere “grande”. Volevo ottenere il miglior voto agli esami e i migliori risultati nello sport. Volevo essere più veloce dei bambini più grandi e più duro di quelli più piccoli. Volevo vincere le gare in modo leale ed essere apprezzato per questo.

L’idolatria della grandezza è completamente radicata ben prima della pubertà. Dopo tutto, è bello vincere. In un mondo dove il successo è tanto nebuloso quanto venerato, vincere qualcosa – qualsiasi cosa – è la metrica più vicina per dimostrare la nostra grandezza.

Questa medaglia scintillante è la prova che abbiamo fatto un po’ meglio di chiunque altro. È la prova tangibile che abbiamo davvero dato il massimo, e non solo secondo l’opinione di persone geneticamente predisposte a pensare che siamo migliori di quanto lo siamo in realtà.

La verità è che in questi giorni non ho tempo di preoccuparmi di essere in cima al gruppo. Lentamente, il mio desiderio di grandezza è scivolato via sotto il mantello dell’oscurità mentre le pagine bianche dell’agenda sono state coperte da scarabocchi di scadenze, appuntamenti e responsabilità fastidiosamente adulte.

Ora mi batto per qualcosa di più grande della grandezza. Mi batto per la mediocrità, e quando raggiungo la nobile designazione di aver fatto “abbastanza bene” in qualcosa, mi metto su una panchina a bordo campo a metà strada tra l’eccellenza e lo schifo. Quella linea è la mia casa. È dove io appartengo e dove ho intenzione di rimanere.

Sono un meccanico amatoriale di mezza tacca capace di aggiustare un po’ più cose di quelle che rompo. Come biker, sono al limite del tollerabile e, non per vantarmi, ma lo scorso weekend ho finalmente raggiunto il mio abbastanza insignificante obiettivo di tutta la vita di diventare bravo nel mescolare un mazzo di carte all’americana con una mano sola.

Storie in Sella - Elogio della mediocrità - officina
Foto: Trek Bikes

Anche se è difficile far stare questi attraenti titoli di non realizzazione sulla targhetta di un trofeo, mi piace essere passabilmente capace in quasi tutto. Ogni area in cui esercito un’abilità semi discreta è iniziata con un nulla di fatto, finché non ho guardato con meraviglia qualcun altro mentre faceva qualcosa, aggiustava qualcosa, o capiva qualcosa che io vedevo solo come magia nera.

Ricordo ancora chiaramente i giorni in cui non ero in grado di staccare le ruote da terra, riparare una gomma bucata, o fino alla settimana passata quando non riuscivo a fare un piegamento su una gamba senza appoggiare le chiappe su una sedia nel punto più basso.

L’età adulta porta con sé delle responsabilità, ma anche una serie apparentemente infinita di rivelazioni. Una delle più grandi è che si può comprare l’impasto della torta istantanea con la sola intenzione di mangiarlo crudo. In secondo luogo, è la realizzazione che l’apprendimento non ha bisogno di altro insegnante al di fuori di te stesso.

Ho questa non così sottile ossessione per il trial, quella specialità del ciclismo che non ti porta da nessuna parte, perché l’intero scopo è raggiungere la padronanza dell’equilibrio. Ho iniziato a provare con le mie prime hardtail perché ero stanco di sentire che “lo slancio è il tuo migliore amico”. Certo, lo slancio mi aveva aiutato a salire sulle sporgenze rocciose, ma era anche l’amico che all’improvviso saltava fuori da dietro gli alberi e spingeva la mia faccia a terra solo per divertimento. Volevo un nuovo e più gentile amico.

Fantasticavo di stare in surplace sulla mia bici, e di trovare quel magico punto di equilibrio con la ruota posteriore sollevata da terra senza ribaltarmi in avanti. Ho iniziato a praticare questi due trick, per stringere amicizia con il controllo. Ho imparato da solo, e ho abbracciato tentativi riusciti e fallimenti come miei istruttori. Gli anni passavano, ma alla fine sono diventato decisamente mediocre nelle due skill che mi ispiravano. Una volta che avevo spuntato la casella “risultato raggiunto” accanto a un’abilità, impostavo nuovi obiettivi. Scorrere la lunga lista di cosa praticare dopo è servito come un costante promemoria di quante skill erano rimaste da fare mie.

Oggi, quando salgo sulla mia bici attuale, migliaia di ore di pratica si trasformano in abilità una volta ritenute impossibili.

Dopo 20 anni e migliaia di pedalate, le skill nella colonna “posso farlo in modo adeguato” hanno raggiunto un numero consistente.

Ma no, non riesco ancora a saltellare sulla ruota posteriore o far ruotare il retrotreno sollevato da terra facendo perno sull’avantreno bloccato. O ancora, saltare a ruote pari su un ostacolo più alto di un marciapiede. Il fatto di padroneggiare alcune abilità basilari del trial non ti rende automaticamente Danny MacAskill.

Quando si raggiunge la nobile designazione di essere “più o meno bravo” in qualcosa, ci si siede su una panchina a bordocampo, a metà strada tra la grandezza e lo schifo

Arrivare al millesimo tentativo di mettere insieme più qualche metro percorso in manual, diventa una forma familiare di frustrazione, che con gli anni impari a detestare un po’ meno. Addirittura, arrivi ad amarla un po’. È e rimane un’abilità su cui continuo a lavorare duramente per raggiungere la mediocrità. E non ci sono ancora arrivato.

Seduto sul mio trono di mediocrità, non scambierei la vista con nulla al mondo. Da qui posso vedere contemporaneamente quanta strada ho fatto e quanta me ne resta da fare.

Che si tratti di manual, spurgo dei freni, o di ottenere il massimo dalla vita, se sei abbastanza coraggioso da fare errori e abbastanza testardo da fare pratica senza la promessa di grandezza, puoi diventare mediocre in qualsiasi cosa.

E questa è una bella sensazione.

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