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Video: Val Formazza – da Riale al Blinnenhorn

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Un viaggio epico, due giorni di avventura cicloalpinistica nell’Alta Val Formazza, circondati da ghiacciai e panorami unici. Una discesa infinita, più di 1.600 m di dislivello, attraversando ogni tipologia di terreno, dalla morena glaciale al sentiero fra i prati, per una cavalcata unica nel suo genere.

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Hai provato il Blinnennhorn?

Un paio di estati fa mi ero imbattuto in un video che mostrava una discesa epica in Alta Val Formazza. Un luogo di quelli che vorresti avere dietro l’angolo, con panorami che sembrano finti per quanto sono belli e con un trail che le mecche della MTB possono solo provare ad eguagliare. Le immagini non rendono giustizia alla maestosità dei panorami, se poi la scheda video del drone ti abbandona, allora le difficoltà aumentano….

A parte i problemi tecnici, proviamo a descrivere questo giro epico, due giorni di alta montagna, con pernottamento al rifugio 3A, a 2.940 m, e raggiungimento della vetta del Blinnennhorn (Corno Cieco) a 3.374 m di altitudine.

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Per molti?

La risposta è negativa, questo giro in Val Formazza è per pochi, chi non ha un grado di allenamento fisico elevato e doti tecniche altrettanto valide è meglio che non si avventuri in questa esperienza.

Sono molte le ore di bici e il portage è lungo ed estenuante (qui la precedente avventura cicloalpinistica dal Lago d’Orta). Inoltre, la parte finale dell’ascesa è su fondo ghiaioso, contropendenze ripide e sdrucciolevoli che non possono essere affrontate in condizioni di affanno. Ricordiamo che oltre i 3.000 m siamo in terreno estremo e questo non è un altopiano, ma una cresta con strapiombi importanti.

Ma chi vorrà avventurarsi su questi pendii verrà ricompensato da emozioni uniche e impagabili. Appena arrivato alla macchina mi sono ripromesso di non tornarci più, troppa la fatica; ora, mentre sto scrivendo, non vedo l’ora di riprendere il sentiero che passa per la “via crucis” che sale al Claudio e Bruno e che torna sul tetto di questa Alta Val Formazza, che regala sempre sorprese inaspettate.

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Per molti? La risposta è negativa, questo giro è per pochi, chi non ha un grado di allenamento fisico elevato e doti tecniche altrettanto valide è meglio che non si avventuri in questa esperienza

Non amo la fatica fine se stessa, non sono un patito di quei giri estenuanti dove contano solo i metri di dislivello positivo macinati, le ore di sella e i chilometri percorsi; per me la fatica deve essere ripagata da discesa entusiasmanti e panorami unici, altrimenti è masochismo, un’attività che non mi appassiona.

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Il giro

Tutte queste parole come intro, ma il giro com’è? Da dove si parte? Come si procede?

Primo giorno

La partenza è da Riale, Alta Val Formazza, luogo famoso per la cascata del Toce; un salto di più di 100 m che accoglie i visitatori quasi improvvisamente appena giri una curva. Riale è posto su di un pianoro splendido. Una frazione Walser, poche casette strette fra loro, una chiesetta che fa la guardia ai tetti in pietra, una diga e tante possibilità per chi vuole appagare la voglia di esplorazione e desidera riempirsi gli occhi di panorami infiniti e spettacolari.

Come detto inizialmente il tour è intenso, fino alla piana del Bettelmatt si sale lungo una gippabile ripida ma fattibile, poi vi è il primo scoglio di giornata: l’ascesa al Rifugio Città di Busto. Con una rapportatura adeguata (28×52) si può anche pensare di pedalare alcuni tratti, ma è certamente la parte di maggior portage. Giunti su questo balcone naturale davanti a noi si apre uno scenario inaspettato, ampi ghiacciai fanno da anfiteatro naturale per le nostre scorribande a due ruote. Il Lago dei Sabbioni sotto di noi, la punta d’Arbora e quella dell’omonimo lago che ci osservano dall’alto in basso e un sentiero che si inerpica sulla montagna. Qui si pedala per lungi tratti, resta solo un segmento centrale, denominato “via crucis”, dove bisogna prendere la bici in spalla, per il resto le gambe girano e la mente viaggia.

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Non amo la fatica fine se stessa, non sono un patito di quei giri estenuanti dove contano solo i metri di dislivello positivo macinati, le ore di sella e i km percorsi; per me la fatica deve essere ripagata da discesa entusiasmanti e panorami unici, altrimenti è masochismo, un’attività che non mi appassiona

Dal Rifugio Claudio e Bruno, che come il 3A è gestito dall’associazione Mato Grosso, si prosegue. Poco portage e una salita dolce in costa che permette di avere una visuale ottima sui monti e sul lago sottostante. La vetta di questo giro resta sempre nascosta, da qui il nome Corno Cieco, ma l’avvicinamento al rifugio dove ho deciso di pernottare è piacevole.

il Rifugio 3A ricorda il nido delle aquile, posizionato su di uno sperone di roccia che domina la valle sottostante è il posto ideale per chi vuole rigenerare la propria mente. lo spirito di chi ci accoglie riesce subito a far passare la stanchezza e le ore che ci separano dall’ascesa del giorno dopo diventano quasi una piccola vacanza.

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Secondo giorno

Iniziare la giornata con una discesa come quella del 3A è in grado di rigenerare subito e mettere di buon umore, poi però inizia la salita. Più di 1h30m di portage, per 600 m di dislivello. Inutile indorare la pillola, la vista impagabile del Blinnennhorn bisogna sudarsela, come pure la discesa infinita che ci aspetta fra qualche ora.

Una volta in vetta il panorama è incredibile, le cime che il giorno prima ci osservavano dall’alto in basso ora sono sotto di noi, la prospettiva cambia e le grandi catene delle alpi, con i loro 4.000 m, si mostrano in tutta la loro maestosità. Uno scenario spettacolare, la montagna chiama e quando si accetta con rispetto la sua sfida sa ripagare con emozioni uniche.

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Inutile indorare la pillola, la vista impagabile del Blinnennhorn bisogna sudarsela, come pure la discesa infinita che ci aspetta fra qualche ora

Poi è il momento dell’adrenalina, quella forza a cui non riesco a dire no, la voglia di sfidare la gravità mi riporta al motivo per cui sono li in cima, scendere! Devo ammettere che in un primo momento un brivido è corso lungo la schiena; una striscia di terra stretta e ripida era l’unica traccia da seguire, ma una volta partito gli occhi fissavano quella lingua di terra davanti a me, e come per magia sparisce la stanchezza, il sentiero si amplia, ogni preoccupazione abbandona la mente e l’unico pensiero è quello di scendere, cercando un feeling con il terreno.

Trovare il flow laddove sembra non esistere è la sfida che impongono i sentieri alpini, un’improvvisazione degna di una suite di jazz, ma lo spettacolo è unico e la discesa epica

Più di 1.500 m, una cavalcata indimenticabile. Cambiano i terreni, muta il vento e la temperatura si alza, segno che stiamo scendendo di altezza, che i ghiacciai ci salutano e torna il verde dei prati. Poi finisce anche il nostro sentiero e si torna alla macchina che avevamo salutato il giorno prima. La soddisfazione è molta, come pure la voglia di tornare a salire, per cercare la discesa perfetta.

[testo, foto, video: Marco Tagliaferri]

Video: dal Passo dei Salati a Pont Saint Martin

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