Ciclismo amatoriale, agonismo e la ciclosofia

La ciclosofia, quella che spesso manca ad un amatore, la capacità e l’umiltà di capire, di comprendere, di fare le dovute valutazioni.

10/07/2019
scritto da Davide Sanzogni

Un tema che ciclicamente infiamma le discussioni, soprattutto dopo gli eventi importanti e partecipati, sono le prestazioni in ambito amatoriale, grazie principalmente ad un mondo social che, lasciatecelo dire “a tratti è imbarazzante”. Comunque, parlare di prestazione in questo ambito fa un po’ storcere il naso, siamo umani ed è inevitabile che si facciano confronti tra chi è lì solo per esserci e chi è presente per vincere, venendo spesso tacciato di professionismo. Ecco che entra in gioco quella che ci piace definire la ciclosofia, perché nel mondo degli amatori tutti hanno ragione, tutti hanno torto, ognuno ha le sue motivazioni, le sue verità, la sua vita.

Lo abbiamo già scritto più di una volta che il livello medio dei partecipanti si è alzato. C’è sempre più gente che si allena e che lo fa in maniera consapevole. Seguita da preparatori, dotata di misuratori di potenza, attenta anche a tavola. In gergo, fanno la vita da atleta e di questo ne prendiamo atto. Ma, lasciatecelo scrivere ancora una volta: “i campioni tra gli amatori non esistono” e chi categorizza un amatore un campione come dovrebbe definire un atleta che fa il ciclista di mestiere? Di seguito riprendiamo anche una precedente pubblicazione.

Non chiamateli campioni, chiamateli ciclisti

 

Alla Maratona delle Dolomiti, l’ultimo “big event” in senso temporale, lo abbiamo constatato e toccato con mano ancora una volta. Prendiamo ad esempio la partecipazione del nostro redattore alla granfondo di Corvara: ha chiuso il lungo con un tempo di poco sotto alle 5h40′ che pochi anni fa sarebbe valso probabilmente un podio di categoria (over 45, beninteso). Oggi è una prestazione alla portata di molti, senza nemmeno troppo sforzo, la normalità.

Classifica assoluta e ordine di arrivo per categoria

Sempre ammesso che abbia senso fare un confronto per fasce di età. Puo’ averlo, perché permette di avere un confronto, un termine di paragone al netto di alcune (alcune, non tutte) variabili del mondo dell’utente “normale”. Ma è anche giusto sottolineare che, talmente tante le variabili che incidono (dal tipo di lavoro allo stato civile) cui rendere conto, diventa riduttivo affidarsi all’età per stilare una classifica. Improbo confrontarsi con chi riesce a dedicare a questo sport dalle 12 ore in su ogni settimana, percorrendo non meno di 12000 km (e a volte il doppio) ogni anno. La bici è un’amante gelosa che non regala nulla, anzi si prende molto, moltissimo. Qualità e quantità nel giusto mix, Q al quadrato, il risultato è devastante rispetto a chi non può, o legittimamente non vuole, dedicare così tanto tempo alla bici.

Di solito chi non e’ particolarmente allenato glissa con frasi tipo “l’importante è divertirsi”. Verità, a volte usata però a sproposito, per sottintendere che chi “corre” e si allena non si diverta; sbagliato anche questo approccio.

Al contrario, la maggior parte di quelli che si allenano lo fa per il proprio piacere, per divertimento, per passione, per abitudine e anche per benessere. Non necessariamente è il risultato l’obiettivo primario, che comunque arriverà di conseguenza e in ogni caso sarà un traguardo soggettivo. Per alcuni la ricerca di un podio di categoria, per altri essere nella prima pagina dell’ordine di arrivo, per altri semplicemente essere riusciti a spingere dall’inizio alla fine, per molti il mettersi alla prova prima di tutto con se stessi.

Ci si allena perché pedalare fa star bene sprigionando le famose endorfine, perché il ciclismo e in particolare l’agonismo è una valvola di sfogo contro gli stress lavorativi e familiari e anche perché, quando la gamba gira, si fa meno fatica di chi non allenato affronta una Granfondo concludendola con orgoglio ma a volte sofferenza.

L’amatore agonista spesso, al contrario, non si rende conto che per qualcuno la vera vittoria è essere presente, portare a termine una granfondo!

Rispetto per tutti perché ognuno è libero di interpretare il ciclismo, e la vita, a modo suo finché non supera certi limiti. Il mondo social però ha dato voce a tutti (o quasi), azzerando il rispetto dell’opinione altrui e facendo emergere il “ho ragione io”. Certo, esistono agonisti malati. Persone che per la gratificazione del proprio ego mettono in secondo piano la famiglia, il lavoro, persino la propria salute. Alcuni diventano veramente intrattabili quando i risultati non arrivano. Alzi la mano chi non conosce almeno un ciclista così. A prescindere dal fatto che vadano realmente forte (per un amatore) o meno sono individui che ci trasmettono una negatività di cui possiamo fare a meno.

Spesso questi ultimi sono anche quelli più critici verso chi vince. A sentir loro tutti professionisti mascherati, oppure, sempre colpa di qualcun altro!

In realtà anche tra i primi amatori la realtà è molto più varia, ben diversa da quella che si ritrova nel plotone ultra selezionato dei professionisti. Si va da chi ha scoperto tardi il ciclismo e magari proviene da un altro sport (calcio, fondo, scialpinismo, pesca sportiva. non importa, le doti atletiche e “l’occhio della tigre” se li porta dietro in dote) a chi in effetti ha militato nelle categorie giovanili mancando poi, per tante ragioni, il salto nel ristretto mondo professionistico.

E c’è un abisso tra il mondo amatoriale e quello professionistico (per fortuna). Si, c’è stato un momento in cui alcune differenze avevano accorciato la loro distanza (con le dovute proporzioni), alcune stagioni a cavallo del 2010, poi il divario è tornato a crescere sensibilmente. Perché, se è vero che il livello medio amatoriale si è elevato, la stessa cosa vale per chi fa il corridore di mestiere. Se pensiamo ad una migliore qualità del training per un amatore, è la stessa cosa per un professionista.

Pensiamo alla penultima tappa del Giro 2019, la Feltre – Monte Avena, che anticipava in buona misura la Granfondo Sportful e che è stata affrontata da Nibali & co. con il coltello tra i denti dall’inizio alla fine (dopo tre settimane di gara, freddo, maltempo etc). Consideriamo la parte comune alla manifestazione amatoriale, tralasciando il fatto che i professionisti invece di stare sulla piatta ciclabile della val di Fassa hanno pure affrontato una breve salita. Al passaggio per il Croce d’Aune il cronometro diceva 5 ore e 20′ per Nibali, oltre le 6 ore per i migliori amatori. Quindi, davvero questi amatori sarebbero professionisti mascherati che rubano il salame, la pummarola, i biscotti, le caramelle ai normali amatori comuni mortali? Non nei numeri. Sono da considerarsi professionisti perché hanno più tempo per allenarsi e sponsor a coccolarli? Non tutti in ogni caso. Ci sono molti esempi di atleti con lavori normali. E poi se la discriminante fosse il tempo o i mezzi allora non serve guardare i primi per trovare le più ampie disparità. Chi di noi non si trova a pedalare nel weekend con l’amico-rivale con la bici da 10000 euro e che magari fa un lavoro fisicamente meno faticoso rispetto al nostro o che gli consente regolari allenamenti infrasettimanali?

Forse è il caso di pensare di meno a cosa fanno gli altri e di guardare di più a cosa si vuole ottenere, che sia un gareggiare o affrontare una settimana di vacanza in montagna con la bici al seguito, e a quale sia la strada per ottenerlo. Spesso siamo ossessionati dal confronto con gli altri, l’amico, il conoscente, l’avversario di categoria e perdiamo di vista la nostra prestazione, che se analizzata (senza troppi mal di testa), ci permetterebbe di valutare nello specifico e migliorare, in tempi brevi ( qualche volta è necessario riposare, senza dannarsi l’anima).

La nostra personalissima risposta, per il momento, è pedala come se l’avessi rubata… Finché si può, quando si può, dove si può. Perché anche se non si può comprare la felicità si può sempre comprare una bici ed è quasi lo stesso. Ci piace questa citazione, la facciamo nostra perché calza a pennello. Rispettare la ciclosofia di ognuno di noi, diversa per ognuno di noi! Dovrebbe essere la cosa più giusta da fare, ma spesso risulta anche la cosa più difficile!

Un’ultima considerazione: lunedì abbiamo visto l’inserzione pubblicitaria di un noto e storico marchio di bici a pagina intera sulla Gazzetta! 1, Pensiamo che ognuno investa i suoi soldi come vuole. 2, utile oppure no i frutti di operazione come questa li vedrà l’azienda stessa (positivo o negativo). 3, a noi è sembrata una provocazione, poco di più.

a cura della redazione tecnica, Davide Sanzogni

foto di Sara Carena e Italian Bike Festival

 

 

 

 

 

 

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