Surf a Protrusione

La ricerca di attimi di libertà percorrendo l’adriatica verso spot poco battuti, aspettando la classica scaduta fulminea tra una centrifuga marrone e la “famosa” piatta lacustre.

01/08/2017
scritto da Michele Cicoria

Di Andrea Ambrosini

Mio fratello Paolo si è comprato un furgone, dopo i 30 anni, si sa, ognuno impazzisce come vuole, io ho cominciato col surf fino ad ammalarmi e lui, insegnante precario, si è indebitato pur di comprarsi questa caravella su ruote, icona di evasione e libertà. Con un fine settimana a disposizione mi sono studiato una meta raggiungibile in poche ore, le previsioni sullo Stivale davano per l’indomani venti di maestrale e a seguire un imponente grecale.
Partendo dalle Marche abbiamo deciso di snobbare la Toscana e scommettere tutto sul Molise e l’Abruzzo, Paolo alla ricerca della sua dimensione libera in 5 metri per 2 ed io convinto a sperimentare il lato sud del porto di Ortona, squisitamente protetto da ogni vento settentrionale e spesso immune al mare attivo adriatico, celebre da sempre per le sue scadute fulminee tra una centrifuga marrone e la piatta lacustre. Arriviamo al tramonto in località Petacciato Marina, tra Vasto e Termoli, un tratto di litorale molisano intatto e poco battuto, troppo spesso confinato a luogo di transito tra l’Abruzzo muscoloso e il turistico Gargano.

Scoviamo un area di sosta praticamente deserta, una naturale terrazza sul mare dominata da una vecchia torre sbrecciata che digrada coperta da canneti fino al mare. L’Italia inclinata fa si che il sole tramonti in acqua, cosa assai rara in costa est, una California in provincia di Campobasso, la nostra California. La zona non è presente sulle guide degli spot italiani, figurarsi, eppure l’onda che al tramonto si srotola davanti a noi è piccola ma dalle grandi potenzialità.
Durante la notte il mare da nord est ha pompato più del previsto e in creativa combinazione col maestrale, che in quel punto è tanto sbeccato da sembrare offshore, ha generato qualcosa di molto simile a delle onde, forse non enormi ma grandi abbastanza per la mia 7 piedi. Immaginate la scena, portellone del furga che viene aperto, l’odore di sudore del nostro sonno selvatico spazzato via dal maestrale, un’alba dorata laggiù dove immagino siano le Tremiti e sotto di noi il mare rigato e pettinato a festa.
In 5 minuti sono in acqua incurante della contrattura lombare che mi affligge da alcuni giorni, anestetizzato da tanta bellezza mi butto e m’incanto a studiare la forma dell’onda, a capire perché su un tratto di fondale tanto ordinario riesca a formarsi. Finalmente lo capisco scivolando sul fondale viscido e osservando mio fratello nudo e rivestito di creta bagnata come un aborigeno in Molise, che con entrambe le mani si cosparge d’argilla affiorante alla foce di un rigagnolo che sfocia al mare.

Un basamento di creta su basso fondale che genera quest’onda non segnata sulle mappe del mainstream. Mi riempo di orgoglio, esploratore di un insolito reef break di pura argilla, prendo un onda corta, poi una seconda più turbolenta e alla terza la zona lombare fa crack, game-over, ritenta-e-al prossimo-surf-trip-sarai-più-fortunato. La diagnosi è automatica, severa, amara come creta in bocca: la vecchia protrusione L4-L5 mi ha gentilmente ricordato che non ho più vent’anni e che per i prossimi 20 giorni per allacciare le scarpe bestemmierò in nuove ed esotiche lingue e maledirò un variegato pantheon di dei e santi a me ignoti finora.
Per i prossimi 20 giorni ci sarà solo fisioterapia, una risonanza magnetica alla schiena per stimare i danni e rabbia per un paradiso ritrovato e subito perduto. Come dicevo, game-over, si torna a casa. Per una protrusione i farmaci sono stati inutili ma non mio fratello, le sue parole a farmi ritrovare il bello delle cose, a farmi gestire il dolore senza rinunciare alla condivisione di un momento, io e lui, dopo anni, nella terra di confine tra il nord e il sud, a guardare il mare di notte seduti davanti al furgone bevendo birra e scambiando le navi cisterna per isole lontane, lui sempre un po’ meditabondo e io consapevole che non avrei surfato per parecchio tempo ancora, ma grato di cogliere la giusta mareggiata del nostro raro tempo insieme, scollegati dagli amori, dal lavoro, dalle sfide che da domani ci avrebbero di nuovo assorbito e separato.
Per il momento il surf poteva anche aspettare.

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