Foto di Giorgio Liddo
“Settembre, andiamo. È tempo di pedalare“… Ci perdonerà, il Vate, se storpiamo una delle sue più belle poesie, ma il fine è piuttosto nobile: raccontare la magia, la bellezza e la forza della sua terra. Una terra che a tratti si manifesta rude e aspra. Proprio come i volti bruciati dal sole e seccati dal vento dei pastori che, per millenni, hanno percorso i suoi tratturi nella transumanza, guidando le greggi dal mare alle montagne e poi di nuovo al mare, alla ricerca dei pascoli migliori. E, come le profonde rughe sui loro volti, questa terra porta ancora visibili, simili a graffi terribili di giganteschi artigli, i segni dei terremoti che l’hanno martoriata.
L’Abruzzo è di una bellezza incredibile, ancor più sorprendente quando gli sterminati boschi che vestono le pendici delle sue montagne cambiano colore e si tingono di giallo e di un rosso che non sembra reale. Ed è stato proprio in questa stagione, poco dopo la metà di un ottobre assolato, che abbiamo avuto l’opportunità di viverlo per qualche giorno. Lo abbiamo fatto grazie a un evento organizzato dai ragazzi di Wolftour, con il supporto degli amici di Bike for Fun, per promuovere un progetto di cicloturismo ambizioso e interessante: le Ciclovie della Transumanza. Progetto nato dall’intento di ridare voce e prospettiva a un territorio ferito dal terremoto, attraverso la “forza gentile” del cicloturismo, ma non si tratta solo di percorsi, bensì di una rete di connessioni intessuta tra comunità, tradizioni e paesaggi.
Sulle tracce dei pastori






La natura e la geomorfologia del territorio hanno favorito la nascita e lo sviluppo della pastorizia transumante fin da epoche remote, che è stata determinante per costruire, in trentacinque secoli di storia, il paesaggio, la società, l’economia di questa terra. E poi, la ricchezza di architetture religiose e civili, cha ha punteggiato vali e monti di castelli, chiese, eremi.
Di questa avventura a noi è piaciuto molto l’approccio a due dimensioni. Quella di scoperta del territorio e quella di conoscenza della sua storia, complementari e amplificatrici l’una dell’altra.
Ci sono luoghi in cui è la natura l’elemento principale e attraversarli con gli occhi aperti può essere sufficiente per viverli e farli propri, ma in questa storia i protagonisti sono anche altri.
Ecco perché, attraversare in sella i luoghi che hanno plasmato la cultura di questa terra è solo una parte dell’esperienza. Pedalare sui tratturi, fra i boschi e sui passi è stato sì straordinario, ma sono stati gli incontri e i racconti che ci hanno regalato, a permetterci davvero . Se ripercorrere le tracce dei pastori sarebbe stato comunque pittoresco, farlo conoscendo il mondo e il modo in cui vivevano, ha trasformato una traccia gpx in un viaggio dell’anima.
Ecco perché ciascuna delle tre tappe del nostro itinerario ha sempre avuto un epilogo umano, di confronto con persone che o ci hanno abbrustolito castagne raccontato storie, come Piero dell’agricampeggio di Capestrano, o ci hanno aperto la loro casa (e la cucina), come gli anziani proprietari della masseria Spadone, o ci hanno fatto vedere come prepara il formaggio una famiglia di pastori del ventunesimo secolo o, ancora, ci hanno fatto sperimentare tradizioni importanti come lo sdijuno, nate per fare di necessità virtù, quando il superfluo non esisteva e il necessario spesso non era sufficiente.
Natura che sorprende






Le Vie della Transumanza comprendono 12 itinerari, per 378 km, ma sono solo una minima parte delle possibilità che questa parte di Abruzzo offre a chi ha voglia di pedalare. A disegnarli è stato Patrick Kofler, che di abruzzese ha “solo” un amore smodato per questa terra… È infatti un ragazzo altoatesino con un ricco curriculum di progetti legati alla mobilità e al cicloturismo e che ci ha fatto da guida nel nostro ciclismo di scoperta.
Si tratta di tracce che possono essere pedalate con qualsiasi tipo di bici – anche se le gomme tassellate di gravel e MTB permettono un maggior raggio di esplorazione -, proprio per non precludere a nessuno questa esperienza ambientata in un patrimonio ambientale unico. Su tutto, i due Parchi nazionali, Gran Sasso e Monti della Laga e Maiella, che connotano in modo forte i luoghi con punti di vista impareggiabili.
Come quando, il secondo giorno ci siamo trovati a salire sul monte Cappucciata, forse il tratto che più mi è piaciuto. A ogni tornante lo sguardo cambiava orizzonte: quando si rivolgeva verso est, ecco la Maiella e il mare che si intuiva sullo sfondo, quando girava verso ovest, incontrava il Gran Sasso, che man mano si guadagnava quota si svelava sempre più e Rocca Calascio, a far da silenziosa sentinella. E infine, raggiunto il valico di Cannatina, un vento pazzesco ci ha pulito il cielo per farci vedere meglio le ondulazioni della pianura, una lunga parte della costa e il mare che sfuma all’orizzonte.
O come il giorno seguente, quando dopo aver attraversato una faggeta sotto la quale il mondo aveva un incredibile riflesso giallo, si è aperto ai nostri occhi uno scenario che sembrava fuori dal tempo. Una piana vasta, erbosa, bordate da una corolla di boschi rossi. Nella piana del Voltigno, un tratturo enorme, i padroni sono una mandria di cavalli bradi con i quali ci mischiamo con delicatezza e rispetto. Sono loro che cercano il contatto con questi strani cavalieri in sella a piccoli animali con le ruote al posto delle zampe, annusano le mie gomme, il manubrio e non si ritraggono quando gli accarezzo la testa.
Tradizione e identità



E, se la pedalata del primo giorno, da Capestrano a Popoli Terme, attraverso l’Oasi Naturalistica delle sorgenti del Pescara, era stata un leggero assaggio di ciò che sarebbe venuto nei seguenti, la “mattina da pastore” dell’ultimo giorno ha rappresentato il migliore epilogo che questa storia potesse avere. Con i due fratelli che ci spiegano tutto delle loro pecore, mentre la mamma nel frattempo lavora nella pentola sul fuoco il Pecorino di Farindola (da disciplinare del presidio solo le donne possono prepararlo, perché così era in passato, quando gli uomini badavano alle greggi). Per finire in bellezza, quando il papà mette sulla brace una abbondante dose di arrosticini. Da lì a poco, accompagneranno l’ultimo sdijuno, già pronto in tavola, prima di caricare le bici e correre in stazione, perché la fretta della città sta già tornando a dettare il ritmo delle nostre azioni.
Il tempo di percorrere i pochi chilometri che separano la campagna più genuina a Pescara e mi ritrovo seduto dentro l’asettico vagone di un Frecciarossa. Guardo fuori dal finestrino: il paesaggio scorre veloce, da un lato il mare, dall’altro le montagne. Anche i pensieri corrono e si accavallano, ma uno rallenta, si ferma per un attimo e mi fa sorridere. Mi sento un po’ pastore anch’io e ho desiderio di tornare a transumare.
Glossario enogastronomico della transumanza








Abbiamo pensato che sarebbe stato utile fornirvi un vocabolario minimo per garantirsi la “sopravvivenza” lungo le Ciclovie della Transumanza…
- PALLOTTE CAC’ E OV’ – Le polpette povere, preparate con il pecorino avanzato, pane secco messo a mollo e uova. Senza carne, ovviamente e imbevute di un delizioso sugo semplice. Dalla tradizione contadina, oggi si trovano nei ristoranti e sono un ottimo street food.
- LA GENZIAN’ – Dalle radici della pianta dai fiori gialli, un liquore digestivo, anche con molte varianti della ricetta in base al singolo fatto in casa. A fine pasto, obbligatorio: colore scuro, un paglierino intenso, sapore amarognolo.
- LU MONTEPULCIAN’ – Il vino rosso, quello che lascia il segno sul vetro. In dialetto “lu zizzabicchir” che “zezza” ossia “sporca” il bicchiere. Rosso intenso, gradazione alta, un vino importante, vigoroso, generoso, nella sua forma primitiva affinata poi nel tempo.
- NEOLE, FERRATELLE (O ANCHE “CANCELLATE”) – Tante varianti per un prodotto che prende il nome dallo strumento usato per la cottura, un ferro con lo stampo che ne dà la caratteristica impronta. Morbide o più secche, con diverse ricette. In transumanza erano sia salate, sia dolci, da condire con marmellata.
- LU PECORIN’ – Eccolo, il pecorino di Farindola (Pe). Del “formaggio dei Vestini”, fatto con caglio di suino se ne parla già in epoca Romana. Si produce ancora oggi in quantità limitatissime in una ristretta area del versante orientale del massiccio del Gran Sasso e la sua produzione è prerogativa delle donne, che si tramandano la ricetta di generazione in generazione (fonte: https://www.fondazioneslowfood.com/).
- LA PECOR’ ALLA CALLARA – Per gli amanti dei gusti forti. Deve il suo nome al paiolo appeso alla catena del camino e cucinato direttamente sul fuoco. La carne di pecora va innanzitutto lasciata frollare per tre giorni, quindi si provvede a tagliarla a tocchetti e a cuocerla lentamente in un caldaio con molta acqua ed eventuale aggiunta di vino bianco per almeno un’ora (https://www.abruzzoturismo.it/).
- PIZZA E FOJE – L’accoppiata insuperabile fra La “pizzetta” di granturco cotta “al coppo” – cioè con un coperchio di ferro con manico, messo sopra la teglia, il tegame, poggiati direttamente nel camino, sulla brace e le “foglie” ossia una misticanza di erbe selvatiche come bietola, cicoria, spinaci.
- RUSTILL’, RUSTOLL’, RUSTELL‘ – Cambia la vocale ma non la sostanza. Gli arrosticini sono ormai un’icona e un simbolo d’Abruzzo. La carne di pecora è infilata in spiedini di legno e cotta con un rito tutto suo con la “furnacella” o “rustillire”. Il tutto affidato al maestro della “vrace”, che sa quando appunto la brace è quella giusta.
- SDIJUNO – Il pasto di metà mattina, con la “s” che rompe la fame. Ecco lo “sdigiuno” del pastore, fonte di energia per proseguire la giornata iniziata presto. A base, fra le altre prelibatezze, di “pane onde” vale a dire pane e olio, “pipidune e ove” – peperoni con uova strapazzate – e formaggio.
- SPRISCIOCCO – Un formaggio fresco che spesso veniva consumato a caldo dai pastori, appena prodotto, utilizzando per la spremitura dei teli di lino. I quantitativi avanzati venivano poi venduti sistemati in forme e avvolte in foglie di piante selvatiche che ne agevolavano il trasporto (fonte: https://saporiabruzzo.it/). Oggi si utilizzano recipienti di giunco intrecciato.
- LU VRECCAL’ – Per il migliore amico dell’uomo e, ancora di più, del pastore. È il vreccale, il collare per il cane da guardiania, il mitico cane pastore abruzzese. Quello con i puntali importanti, per fornire appunto all’amico a quattro zampe una valida protezione contro il lupi.
- LU JÀCCE – Il giaciglio, ricovero per le pecore, di forma circolare o semicircolare, spesso addossato a un pendio o a una roccia, per proteggere il gregge di notte, riparare da vento, freddo e predatori, facilitare la mungitura o la sosta.
Ciclovie della Transumanza – Il progetto
Il cuore delle Ciclovie della Transumanza pulsa a 331 metri sul livello del mare. Proprio qui, sulle colline a meno di 40 chilometri da Pescara, fra il mare e la Maiella, ecco Cugnoli: sono ancora presenti le mura di cinta dell’antico centro abitato e, nella parrocchiale di Santo Stefano, si conserva uno dei capolavori della scultura romanica, l’ambone realizzato dal celebre maestro Nicodemo, nel 1166.
Ciclovie della Transumanza è un’iniziativa di sviluppo territoriale, costruita attorno alla realizzazione di un’importante rete di percorsi ciclabili e di una serie di servizi turistici connessi. Promotore dell’iniziativa e capofila del progetto è appunto il Comune di Cugnoli, che si è fatto portavoce di un sentire condiviso di sviluppo sostenibile e valorizzazione del paesaggio. In collaborazione con Carsa quale partner tecnico e strategico e con il coinvolgimento dei Comuni di Bussi sul Tirino, Brittoli, Capestrano, Civitella Casanova, Montebello di Bertona, Popoli Terme e Torre de’ Passeri, Cugnoli ha quindi dato vita a una rete di sinergie istituzionali e territoriali. Finanziato con fondi del PNRR, il progetto si presenta come modello di cooperazione locale e punta a costruire una rete ciclabile integrata, che attraversa i parchi del Gran Sasso e Monti della Laga e della Maiella, collegando borghi, eremi, castelli e paesaggi che raccontano secoli di storia e di Transumanza, oggi riletti in chiave contemporanea come esperienza di viaggio lento e consapevole.
Per la costruzione di un prodotto turistico sui territori caratterizzati dalla presenza dei tratturi, storiche e straordinarie vie di transito, attualizzando la proposta attraverso l’uso della bicicletta. Un progetto di vacanza attiva, dunque, che esalta un’area caratterizzata nel paesaggio, nei monumenti e nelle architetture dallo straordinario patrimonio che ha reso l’Abruzzo territorio importante nell’economia del Rinascimento italiano, tanto che la Transumanza è stata inserita nel 2019 dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale.
“Il progetto è in fase avanzata di realizzazione. Siamo infatti partiti dall’infrastruttura materiale: il percorso ciclabile, a oggi già mappato e inserito nelle app di settore, per poi essere rifinito da un punto di vista strutturale, dotato di segnaletica e caratterizzato nelle sue specificità. Il primo tassello per lo sviluppo del nostro territorio – nelle parole di Lanfranco Chiola, vice-sindaco di Cugnoli e coordinatore dell’Area omogenea 5 . Un progetto al quale credo, insieme a tutti i comuni che partecipano alla sua realizzazione. Lavoriamo per i nostri territori, per i nostri borghi, con una visione lunga che permetta di posizionare il prodotto della Ciclovia della Transumanza sui mercati di riferimento. Partiamo da un sogno, da un’ispirazione, per arrivare all’esperienza e alla condivisione”.
Gli itinerari e le tracce

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