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Prova Ritchey P-29er, monster gravel

di - 20/04/2026

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Foto Martina Folco Zambelli/HLMPHOTO

Cominciamo dalla fine, con la risposta alla banale domanda che si pone chi pretende di catalogare, confinare e uniformare il modo in cui si vivono certe passioni: “Che senso ha una bici così?”. Semplice, ha il senso che le dà chi ci pedala. 

Corsi e ricorsi

Quando è nata la MTB – intesa come attività e non come mezzo – era MTB e basta, poi si è evoluta e declinata in tante varianti, poi è arrivata l’UCI a scandalizzare i puristi, quelli che “la MTB, non può essere imbrigliata in regole”. 

Beh, quando è nato il Gravel, si trattava della cosa più simile al mountain biking degli albori: un movimento che aveva sposato un modo di vivere la bici fatto di essenzialità, di orizzonti più larghi del nastro d’asfalto, di riscoperta del piacere di pedalare, di avventura. Poi, con la sua esplosione, anche questo mondo si è evoluto in termini di specializzazione, seguendo un percorso di crescita naturale. Un mondo dai confini così ampi offre spazio a modi di viverlo altrettanto differenti e il mercato era di intercettarli, dando la possibilità a ciascuno di pedalare su una bici quanto più coerente con la sua interpretazione del Gravel e con il suo modo di ricavarne divertimento. Ma questo non significa che la sua natura sia venuta meno.

Tutto questo preambolo per dire che non bisogna per forza capire o dare un senso a questo genere di bici, perché non serve. Se guardandola, non ti si illuminano gli occhi e ti viene voglia di portarla subito in mezzo al bosco, non ci può essere speranza di una storia d’amore.  

In caso contrario, se basta uno sguardo e zero parole per capirsi al volo, ci si può provare. 

Una lunga storia

Se si hanno in testa un po’ di capelli bianchi, di esprimenti genetici in campo due ruote a pedali se ne ricordano molti e, forse, qualcuno lo si è provato anche a fare. Quando si parla di monster cross si parla di una cosa che è vecchia di decenni. Le prime cominciarono a girare negli Stati Uniti negli anni 70. Erano delle bici da ciclocross “accrocchiate” con gomme da MTB (non pensate alle 2,3″ di oggi, erano molto più strette…) per un motivo semplice e pratico: diventavano l’arma totale da viaggio. 

Rispetto alle mountain bike, grazie al drop bar e un telaio con geometrie più stradali, offrivano più comfort, permettevano di essere più veloci, fare meno fatica anche in salita e soprattutto hai più soluzioni di carico per le borse. Le potremmo definire le madri del bikepacking e le antesignane delle gravel.
Marchi come Salsa e Surly he hanno sempre avute in catalogo, con telai in acciaio, prima, e anche in fibra di carbonio, in seguito.

Oggi, con la maggior parte dei telai gravel non di impostazione racing, che consentono di montare gomme di sezione importante, dover ricorrere a un telaio nato per la MTB per farcele stare è ridondante. Certo, resta sempre il piacere di realizzare qualcosa fuori dal comune o dedicato a un utilizzo specifico, però siamo nel campo degli sfizi (che a noi piacciono molto…).

Tutto è cambiato

Tom Ritchey, che la Storia della bici l’ha scritta e che di tendenze e gomme tassellate se ne intende, dopo aver rimesso in catalogo il telaio P-29er, facendo felici gli amanti del frontino tuttofare in acciaio, lo ha promosso anche come monster gravel, facendo felici gli amanti dell’avventura e del bikepacking. Ma, forse inconsapevolmente, coì facendo ha fatto venire l’acquolina anche a qualche estremista. Gente che, invece di seguire le indicazioni di Tom e montare il suo bel telaio con la forcella rigida in fibra di carbonio consigliata – la Ritchey WCS Carbon Mountain Adventure, da 483 mm di lunghezza – vuole esagerare e ci mette una forcella ammortizzata da 100 mm, come consigliato per la versione MTB. 

Fin dove si può arrivare

Poiché crediamo ciecamente al Baffo, quando dice che in versione tradizionale la sua P-29er è una bomba (leggi qui la nostra prova), abbiamo voluto calarci nei panni degli eversivi e vedere di cosa fosse capace trasformandola in monster gravel e spingendola verso il limite della MTB.

Per farlo, abbiamo ovviamente cercato un parco giochi adatto: lo stesso che avremmo scelto se fosse stata in configurazione MTB hard tail. Sono i trail del Monte Orsa, fra Varese e il Lago di Lugano, un luogo dove si intrecciano molti tracciati da mountain bike, di varie difficoltà, alcuni dei quali affrontabili anche in sella a bici gravel, allestite alla bisogna. La cima si raggiunge pedalando un salita tosta: sono circa 5 chilometri di asfalto brutto e sterrato, con pendenze medie del 10% (e punte al 16%), per 500 metri di dislivello.

Una volta pagato il (caro) prezzo alle gomme e al peso e raggiunta la sommità, ci siamo divertiti a esplorare il dedalo di trincee e gallerie che segnano il crinale e a riempirci gli occhi con la vista sui laghi, le Alpi e la pianura. Poi, tolta la museruola alla forcella, abbiamo puntato il manubrio verso il basso, scegliendo uno dei trail di media difficoltà, piuttosto scorrevole ma con un fondo incastonato di sassi e radici e imbiancato dalla neve, in una sequenza di passaggi flow e godibili, nei quali la giusta bici e una tecnica affinata in tanti anni di mountain bike permettono di divertirsi, concentrandosi più sulle sensazioni che dove mettere le ruote.

Il nostro pensiero

Per il mio modo di intendere il Gravel, molto più sbilanciato verso il fuoristrada, preferibilmente tecnico e il bikepacking, pedalare una mountain gravel è la deriva scontata. Quindi, quando i ragazzi della Stazione delle Biciclette mi hanno detto che stavano allestendo una P-29er in versione monster cross, gli ho proposto di montare una forcella ammortizzata, così da estremizzarne il concetto e raggiungere subito il confine della galassia.

Morale? L’idea mi è piaciuta, mi sono divertito e ho allargato una volta di più gli orizzonti che si aprono oltre il manubrio, ma… Ma, nonostante tutto, non ne farei la mia sola e unica bicicletta per il Gravel, perché l’impostazione è troppo sbilanciata verso la MTB e i 100 mm di escursione sono eccessivi per il beneficio che se ne trae in una piccola percentuale di tutto il tempo passato in sella. Mi “accontenterei” della versione con forcella rigida, nella quale al comfort di guida e al sostegno del carico ci pensano due belle gommone da 2.3″ montate tubeless.

Inoltre, con il senno di poi, per cucirmela meglio addosso sceglierei un telaio di taglia inferiore rispetto alla mia abituale, per contrastare l’allungamento della posizione di guida dovuto al drop-bar e guadagnare in maneggevolezza e agilità. 

Per questo motivo, mi sento di dirvi che montare un drop-bar sulla mountain bike, come si faceva una volta, difficilmente fa quadrare il cerchio, perché per creare la giusta triangolazione mani/sedere/piedi bisognerebbe concentrare l’attenzione anche sull’attacco manubrio e, al limite, sul reggisella. Per non parlare della trasmissione, i cui rapporti sbilanciati verso l’agilità, sono poco adatti a un Gravel meno estremo.

Però, bisogna pensare a questo genere di bici per quello che sono e che promettono, ossia dei giocattoloni con cui divertirsi (molto) in ambiti ben definiti. In fondo, il bello del gioco è proprio che i balocchi e le regole ognuno li sceglie e le scrive da sé: il fine ultimo è tornare a casa sporchi e contenti.

Pro

-Efficacia off-road

-Stabilità

-Comfort

Contro

-Efficacia on-road

-Peso

Scheda tecnica

Telaio: Acciaio, tubi Ritchey Logic a triplo spessore, trattati a caldo, saldati a TIG. Passaggio ruota max 2.3″, non compatibile con ruote da 27,5″. Movimento centrale filettato da 73 mm. Disegnato per trasmissioni 1X, max 38 T. Compatibile con reggisella telescopico da 27,5 mm. Non compatibile con sistema UDH.

Forcella: Il telaio è ottimizzato per forcella rigida da 483 mm di lunghezza o forcella ammortizzata da 100 mm di escursione

Gomme: Goodyear Peak 29×2.25”

Peso (dichiarato): 2,315 kg (taglia M)

Prezzo: 1.219 euro (frame kit, forcella non inclusa)

GEOMETRIA (taglia L)

Top tube (virt.): 612 mm

Stack: 605 mm

Reach: 438 mm

Foderi: 440 mm

Interasse: 1.131 mm

BB drop: 60 mm

Rake: 50 mm

Angolo sella: 74°

Angolo sterzo: 69,5°

Taglie: S, M, L, XL

La Linea Cadorna di Monte Orsa e Monte Pravello

Tra i boschi che separano Viggiù e Porto Ceresio, lungo il crinale che domina la Valceresio e il lago di Lugano, si sviluppa una delle opere difensive meglio conservate della fascia prealpina lombarda: le fortificazioni di Monte Orsa e Monte Pravello, che si dipanano per circa 3 chilometri lungo la cresta che collega le due cime.

Realizzate tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, queste opere fanno parte della cosiddetta Linea Cadorna, il grande sistema di difesa costruito lungo il confine con la Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale, per prevenire un’eventuale invasione austro-tedesca attraverso territorio neutrale. Sul crinale tra Monte Orsa e Monte Pravello si trova una rete articolata di trincee scavate nella roccia, in parte rivestite con muri a secco e camminamenti protetti che permettevano ai soldati di muoversi lungo la linea difensiva restando al riparo dal fuoco nemico. In diversi punti si aprono postazioni per mitragliatrici e piazzole per artiglieria campale, orientate verso i valichi e le vie di accesso provenienti dal nord.

Mai teatro di guerra

Le trincee formano una serie di segmenti collegati da camminamenti militari che permettevano ai soldati di muoversi
lungo la linea difensiva restando protetti. In alcuni tratti i corridoi sono profondi oltre un metro e mezzo e larghi circa 80-100 centimetri, dimensioni pensate per consentire il passaggio di uomini equipaggiati. Molto suggestivi sono anche le gallerie e i ricoveri sotterranei, realizzati scavando direttamente nel calcare del monte.
Questi ambienti servivano come depositi di munizioni, magazzini e rifugi per la truppa, collegati tra loro da corridoi e
passaggi che consentivano di proteggere uomini e materiali. In alcune sezioni del sistema difensivo sono ancora visibili feritoie di osservazione e piattaforme panoramiche utilizzate per il controllo della valle e del lago di Lugano. Nonostante l’imponente sforzo costruttivo, queste fortificazioni non furono mai coinvolte in combattimenti.

Oggi i resti delle trincee, delle gallerie e delle postazioni militari sono in gran parte accessibili lungo i sentieri che percorrono il crinale, offrendo un itinerario suggestivo in cui storia e paesaggio si intrecciano tra boschi, radure e ampi panorami sulle Prealpi lombarde.

Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.