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Prova Brera Kombo: al ritmo della città

di - 27/04/2026

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Foto, Martina Folco Zambelli | HLMPHOTO

Ogni bicicletta ha la sua storia. Ci sono quelle che nascono per andare nei boschi, quelle che sono brave ad andare veloce, quelle che bramano di essere pedalate lontano, quelle che sanno come farti fare bella figura al bar… E poi ci sono quelle che servono a vivere (o a sopravvivere) meglio in città. A questa eterogenea famiglia urbana appartiene anche la Brera Kombo che, se vogliamo essere precisi, rientra in un sottoinsieme, piccolo ma in fermento, quello delle eCargo bike. In realtà, la Kombo è un unicum, configurata come una fat bike, con ruote da 24″, gomme da 4″ e telaio mid tail.

Una metropoli a portata di pedale

Milano, ore 8:30. La città è sveglia da un pezzo. Tram, auto, scooter e tante biciclette. In mezzo a questo flusso continuo, la Kombo vive la sua dimensione.

Nel cestino, sul portapacchi, anteriore c’è Holly, incredibilmente a suo agio, con le orecchie e il pelo che segnano il vento. Nel cestino fissato al grande portapacchi posteriore, invece, uno zaino carico di libri. Non è una scena costruita ma la normalità per Ale e i suoi tanti interessi. Il primo tratto è un classico per molti ragazzi: casa-università. Pochi chilometri, ma che a Milano possono trasformarsi in un percorso a ostacoli. Pavé, rotaie del tram, buche, cordoli.

Insidie per molti, ma non per le ruote della Kombo e le sue gomme da 4 pollici, che cambiano la percezione della strada e ampliano i confini della zona di comfort e, di conseguenza, della sensazione di sicurezza. La superficie di contatto più ampia aumenta tenuta e trazione, assorbe meglio le asperità e migliora la stabilità, rendendo la Kombo prevedibile anche quando il fondo non lo è.

Il motore Vinka RH70, alloggiato nel mozzo posteriore, con 65 Nm di coppia, fa il suo. Le partenze al semaforo, anche a pieno carico, sono fluide, senza strappi e l’assistenza non influisce in modo negativo sulla naturalezza dell pedalata. Nel traffico stop-and-go tipico di una città come Milano, questa regolarità diventa un vantaggio concreto: meno fatica uguale più controllo.

Caricare senza essere geometra

Dopo l’incontro con l’assistente del relatore, per la consegna delle bozze della tesi, la giornata continua. Oggi, nel quartiere è giorno di mercato e, se si vuole la frutta migliore non si può fare tardi… Al chiosco del fioraio, invece, si può passare senza fretta, dopo aver fatto sfogare un po’ Holly sui prati di City Life. Nel portapacchi ci stanno due vasi di fiori gialli per mettere un po’ di colore su balcone di casa e sentire ancora più l’arrivo della primavera.

Ecco cosa significa il nickname “easy cargo” con cui, i ragazzi di Brera, raccontano la Kombo: non c’è bisogno di giocare a Tetris con le borse e i sacchetti. Si carica e si riparte.

La struttura della Kombo è generosa nelle dimensioni e il peso è rilevante, ma sono caratteristiche che non inficiano la guida, a patto di distribuire con coerenza i carichi sui due portapacchi.

Musica e ritmo

Cambio di scena e di musica: i cestini si svuotano, Holly torna a rotolarsi sul tappeto di casa e Ale, dopo aver rivisto l’ultimo capitolo, si prende il suo tempo. Ora, il ritmo che lo scandisce è quello della Milano che si riflette sull’acqua, in cui il suono delle chiacchiere sostituisce il rumore delle auto. Non occorre molto, basta un gelato sotto il primo sole caldo di aprile, seduta a un tavolino al bordo del Naviglio…

L’acqua è l’elemento che accompagna anche il terzo atto del racconto della sua giornata. Sul portapacchi della Kombo c’è la borsa della piscina, in cui c’è posto anche per le pinne, le palette e il taccuino con gli esercizi: oggi è il giorno dedicato all’allenamento in vasca, che si alterna a quelli di corsa e bici, che completano la routine di ogni triatleta.
Poi, per oggi può bastare.

Una nuova normalità urbana

La mobilità urbana è spesso raccontata in termini di alternative: auto o bici, pubblico o privato, velocità o sostenibilità.

La Kombo suggerisce un approccio diverso con cui si possono affrontare gli spostamenti quotidiani, senza stress, senza complicazioni, senza dover ogni volta scegliere cosa lasciare a casa.

Al termine della giornata, se ci si chiede che senso possa avere una bici così, la risposta è facile: ha i senso delle cose che funzionano, entrando nella nostra routine senza stravolgerla, anzi migliorandola. E in una città come Milano, non è poco.

Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.