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And the Champion of the World is…

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A cura di Dario Negri

Rio de Janeiro, maggio 1994, campionati del mondo “amateur” di surf. Siamo la Nazionale Italiana di Surf, e ci sarebbe moltissimo da scrivere, ci sono tutti i nomi “giusti” del panorama del surf nostrano. Partiamo da Malpensa con un volo Varig vuoto, interminabile, quasi tutti i posti sono liberi e ci svacchiamo subito, come è giusto che sia. Dopo quindici mostruose ore finalmente arriviamo a Rio.

Ayrton Senna è morto pochi giorni fa e la cosa si sente, la gente è sconvolta, gli autobus fanno le curve su due ruote e gli incidenti sono la prima causa di mortalità. Siamo ospitati in un albergo a quattro stelle proprio sulla spiaggia di Barra da Tijuca, dove si terranno le gare, il che è una figata. L’oceano è dall’altro lato della strada. La Federazione Internazionale ci paga colazione a buffet e cena, un gettone per il Porcao di Rio e vi ho detto tutto, picanhas enormi e all you can eat.
Primo giorno di esplorazione, mi compro una tavola, il real ha una svalutazione mensile e non costano niente.

Ci sono ventisette squadre tutte alloggiate nello stesso albergo, promiscuità totale, il clima è pazzesco, sembra di stare nei video che guardavamo a casa. Surfisticamente siamo degli agnelli, ma per il resto siamo dei lupi assetati di sangue, gli italiani certo sanno come divertirsi. I campionati sono “amateur”, ma alcune squadre ci tengono particolarmente, infatti gli americani schierano Taylor Knox che aveva già una tonnellata di coverage sulle riviste, alla faccia dell’amatore, era già nel tour ASP dall’anno prima. Anche gli australiani schierano un pro, ma non ricordo il nome. Le Hawaii schierano Kalani Robb. Daremo il massimo, ovviamente, ma non c’è da farsi troppe illusioni.

Io sono il più scarso del gruppo, faccio la riserva ma il giorno dopo lancio subito una moda: il primo giorno scendiamo alle sei per fare colazione, sono tra i primi e ho già tavola e asciugamano perchè l’intenzione è di andare in acqua subito. Siccome a pranzo ci dobbiamo arrangiare, apro l’asciugamano e inizio a metterci roba dal buffet, brioches, panini, frutta. Subito vengo seguito da qualche altro surfer sotto gli sguardi dubbiosi dello staff. Il giorno dopo ci sarà un cartello che chiede gentilmente di non saccheggiare il buffet.
Arrestatemi a Rio.

La spiaggia è niente male, beach break puro, disseminata di accampamenti e ogni squadra ha la sua bandiera, non facciamo in tempo a piantare le tavole che dopo cinque minuti (scusate signore) inizia ad affluire gnocca. Fa quasi ridere la cosa. Nessuno di noi andrà via senza essere stato fidanzato almeno tre volte, uno manco è tornato.

Andiamo in acqua tutto il giorno, la gara comincerà il giorno dopo, la sera in albergo sentiamo che un surfer di un’altra squadra si è rotto il collo buttandosi di testa nella shorebreak, c’erano venti cm di acqua. Brutta storia. Doccia e via, siamo in fila per i bus che ci portano al Porcao e facciamo subito amicizia con altre squadre, quella israeliana per prima. Conosciamo Maya e Amir (fratello e sorella), lui subito battezzato Menhir perchè è un cristone grande e grosso, lei è carina, capelli rossi e lentiggini, cerco di fare conversazione e apprendo che ha appena finito tre anni di servizio militare. Osso duro…

Nella hall dell’albergo c’è un calcio balilla e subito si manifesta the Italian Supremacy. Vado in Sardegna a fare le vacanze da quando ho sei anni e passo le serate a giocare a calcio balilla con i Sardi che a mio modo di vedere sono dei maestri. Qualcuno, forse Ettore, propone di giocarci i gettoni del Porcao, e qui la cosa diventa divertente perchè non perdiamo mai, abbiamo messo alla fame intere nazionali di poveretti per tutta la durata delle gare. Presto non vuole giocare più nessuno con noi, passiamo allora al gioco dello schiaffo (dove uno deve schiaffeggiare le mani unite dell’altro se le manca perde il turno). Anche qui mani sanguinanti e razzia di gettoni.

Iniziano le gare, devo dire che questa è la parte della quale ho un ricordo più vago, siamo finiti ventiquattresimi su ventisette, dietro la Svizzera. Qualcuno avanza al secondo turno, che è già un risultato di tutto rispetto, uno in particolare (di cui non farò il nome) viene chiamato ma non c’è. Dove cazzo è?? Passa un quarto d’ora, squillano i megafoni, non c’è, non c’è, dove sei?? Qualcuno sale in albergo a cercarlo e scende subito “Tizio è su ma non vuole scendere, gli si è bloccata la cassaforte con dentro le canne… ha detto che se non si fa una canna prima della gara non scende!” Alla fine scende, non sappiamo se ridere o piangere, ridiamo. Fa la gara, eliminato. La canna non ha funzionato.

Alla sera ci dividiamo in gruppi (qualcuno si conosceva già molto bene) e finiamo con le nostre fidanzate in un locale pazzesco nella favela di Sao Conrado. All’ingresso c’è una poltrona dorata dove è seduta una vecchia signora, bisogna entrare uno alla volta, ti presentano, lei ti guarda e se annuisce puoi entrare, se no te ne devi andare affanculo. Quando scendiamo… beh sembra la rappresentazione hollywoodiana dell’inferno, girone dei lussuriosi. Non dico altro.

In generale i più forti sono andati avanti un paio di turni, le onde non sono state granchè come quasi sempre succede nelle gare, uno di noi si è innamorato ed è rimasto li (credo un’altra decina di giorni, poi è tornato), come detto purtroppo siamo arrivati dietro la Svizzera, ma comunque non ultimi. Non era scontato perchè il surf “organizzato”, in Italia, era veramente agli albori, stava nascendo allora. In ogni caso, quelli che allora erano forti, i nostri top, ancora oggi sono tra quelli che vanno come dei diavoli.
Alla fine non ricordo neanche chi vinse, forse l’Australia, in chiusura scambiammo le nostre magliette con quelle delle altre nazionali che ancora conservo e qualche volta indosso.

Da sinistra, fila dietro: Antimo, Marco, Ettore, Maurizio, Simone, Carlo, Luci. Fila davanti da sx: Alessandro, Carlo, Paolo, Stefano, io, Antonio.

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