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Che cos’è il surf?

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A cura di Dario Negri

Negli anni 80 e 90 il surf era un universo in espansione, con una pulsazione incredibile: erano anni di grandi sperimentazioni (tail, rocker, lunghezze, spessori, pinne, bordi), di grandi campioni e di grande spettacolarizzazione: il surf dettava le linee guida di tutte le mode estive in tutto il mondo e i grandi campioni di allora grazie all’interesse sempre più popolare salirono fino alla soglia della fama televisiva (ricordiamo la partecipazione di Kelly Slater e di tutti i suoi capelli alla serie tv Baywatch).

Alcuni di noi hanno avuto la fortuna di iniziare in quell’epoca, farsi lambire appena in tempo dai colori fluo degli anni 80, studiare sui vhs le manovre più radicali di Martin Potter o Christian Fletcher, dalla monumentalità di Gary Elkerton o di Tom Carroll, o ancora dalla perfezione di Tom Curren. Andavamo a comprare le riviste di importazione, prezzate in dollari e rivendute a prezzi mostruosi, per vedere l’ultima novità in fatto di tavole e di trucchi dell’ultima ora.

Abbiamo avuto il grandissimo culo di assistere alla nascita surfistica e all’affermazione di Kelly Slater, che oramai da 40 anni è lì in un mondo a parte, esattamente dove si collocano altri sportivi come Valentino Rossi o Roger Federer. Gente che non passa mai di moda e che ha cambiato gli standard di tutto quello che ha toccato.

Ricordo che c’erano diverse correnti: free surfers che giravano con vecchi furgoni (senza filtro antiparticolato!), canne e reggae…. competitors, gente che incontravi a tutte le gare e guai a dire che il surf non era uno sport competitivo… surfisti hard-core, tutto metal e localismo… anche se in Italia il localismo io non l’ho mai veramente visto, nessuno mi ha mai dato fastidio (passare i 100 kg e avere un paio di cinture nere nell’armadio fa la differenza, la realtà è che ho sempre rispettato tutti), ma più probabilmente perchè non è mai stato così forte e radicato come negli U.S.A.

Comunque, a seconda dei nostri punti di riferimento (Potter, Gerlach, Curren e poi Rob Machado, Donavon Frankenreiter, mettiamoci anche Laird Hamilton) era un gioco quasi obbligatorio incasellarsi in una di queste fazioni, e ciò influenzava la scelta delle tavole, delle mute, la musica che ascoltavamo, le manovre che tentavamo di fare, la gente che frequentavamo, perfino gli spot. Anche le macchine e persino il modo di vivere, tanto che mi ero comprato una casa a Varazze solo per poter surfare.

Allora, beata gioventù, ero ingenuo e molto entusiasta e ad un dato momento per caricarmi prima di entrare in acqua mi spaccavo di heavy metal. Entrare “motivato” in trance agonistica era un po’ il modo di affrontare le mareggiate e i posti difficili, ma ricordo perfettamente che Matteo, surfista di molta più esperienza, mi disse “non sono d’accordo… il surf è relax, è simbiosi con l’acqua, devi essere sereno per godertela!” In realtà me la godevo, semplicemente i nostri due punti di vista si portavano dietro tutto un bagaglio di sensazioni differenti.

Oggi di tutto questo non rimane più quasi niente. Il surf si è trasformato, è diventato mass-market, ci sono zilioni di persone in acqua, perlopiù ignoranti di regole e bon ton, il surf non è più una moda trainante ma una mercato di massa e i posti imboscati (o “secret spot”) dove una volta entravamo ora hanno gli stabilimenti con gli ombrelloni e l’apericena. Cribbio, non c’è più neanche la musica buona, non è che possa ascoltare Young Signorino mentre metto la wax…

Una ennesima rampogna da vecchio surfer nostalgico? Il rischio di scadere nella banalità c’è sempre, ma non volevo soffermarmi lì: diciamo nel frattempo sono arrivate anche delle nuove opportunità. Si è capito che più o meno si può surfare ovunque ci sia mare, ci sono molte più facilities, scuole, molta più attrezzatura disponibile e ad oggi (non parliamo di SUP e Foil che stanno nuovamente ridefinendo lo sport) praticamente chiunque è messo in condizioni di entrare in acqua e cavalcare un’onda.

Il mio modo di vedere il surf è cambiato, il mondo è cambiato e io sono cambiato. Ma in realtà le onde sono ancora lì. Un ultimo aneddoto. Nel 96 mi sono trasferito in Cina per lavoro, feci il mio primo viaggio con la Swissair insieme ad un architetto più anziano che era seduto di fianco a me. A Zurigo c’era un tempo di merda e dovemmo aspettare ore nell’aereo mentre deghiacciavano le ali, l’attesa era interminabile: ad un certo punto l’architetto ferma una hostess e le dice “mi scusi signorina.. certo che il servizio della Swissair non è più quello di una volta!”. Lei senza scomporsi minimamente lo guarda e gli dice “beh, neanche lei è più quello di una volta!”. Ecco, poi la Swissair è fallita. Comunque, tutto questo per dire che le cose cambiano, il tempo passa, si manifestano nuove opportunità: per noi che abbiamo attraversato tre o quattro decadi ma anche per i nuovi arrivati, nel palmo della mano c’è ancora un piccolo semino che, sempre per noi, forse era nel fondo della tasca con qualche monetina. Sopra questo piccolo semino, molto in piccolo, c’è scritto “Che cos’è il surf per te?”

Chi è Dario Negri

Mammifero di sesso maschile della specie “homo sapiens”, sottospecie “goofy foot” (ricordiamo che i goofy sono stati creati dalla scintilla divina, mentre i regular discendono per linea evolutiva dalle scimmie). Esploratore entusiasta classe 1972, ho iniziato a fare surf verso la fine degli anni 80 e ho avuto la fortuna di conoscere delle persone straordinarie e di condividere con loro parecchie esperienze dentro e fuori dall’acqua. Ho un approccio multidisciplinare con tantissimi interessi diversi: vivo a Milano (non ridete) dopo diversi anni passati all’estero come manager di aziende italiane e mi occupo tutt’ora di direzione aziendale. Scrivo di design, altra passione che si unisce alla professione, e da poco grazie ad una “sliding door” anche di surf. A volte prendo dentro, e me ne scuso, ma si vive una volta sola, se vi offenderò non ci sarà niente di personale.

 

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