Home Ciclismo Interviste Chiappucci: come si vince la Milano-Sanremo…

Chiappucci: come si vince la Milano-Sanremo…

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milano-sanremo foto in movimento del gruppo su strada a picco sul mare
Photo: Eloise Mavian

L’edizione 2023 della Milano-Sanremo, in programma domenica 18 marzo, partirà da Abbiategrasso, alle porte di Milano, per concludersi sul tradizionale traguardo di Via Roma a Sanremo dopo 294 km. Il percorso sarà diverso nei primi 30 km e si ricongiungerà a quello originale a Pavia.
Ma facciamo un salto indietro nel tempo: poco prima della partenza della Milano-Sanremo numero 82, quella del 1991, a un cronista che gli aveva chiesto come avrebbe corso, Chiappucci rispose senza esitazione: “Spero di fare un gran casino!”. E così accadde…
Fu una incredibile vittoria, dopo 140 chilometri di fuga, prima in discreta compagnia e poi da solo, con la vittima sacrificale Sorensen.

Cosa rappresenta la Milano-Sanremo per un corridore?

Per ciascuno ha un significato diverso, personale. Non era certo la mia corsa, sia come struttura fisica, sia come tipo di corridore, poiché puntando ai grandi giri era difficile per me programmare le Classiche. Però, sin da giovane, è sempre stato un sogno nel cassetto, un obiettivo che ritenevo irraggiungibile, quasi un Mondiale di primavera. Se sulla carta sembra la Classica più facile, in realtà non è così: intanto è la più lunga, e poi ci vanno sempre tutti migliori, e ci vanno per vincerla. Inoltre è anche difficile da interpretare, soprattutto allora, e ancora di più come ho fatto io. Senza paura di perdere e sapendo di non essere considerato uno dei pretendenti alla vittoria.

Quando siete partiti, avevi una precisa strategia di gara?

Avevo preparato bene la stagione di avvicinamento, facendo Ciclocross e correndo il giro di Catalogna pochi giorni prima. Avevo vinto anche due tappe e lì mi sono testato bene. Sapevo di essere in condizione e mi ero fatto un’idea di come avrei potuto interpretare la Sanremo.

E come avevi deciso di interpretarla?

A modo mio… Aveva piovuto, il percorso era bagnato e la discesa dal Turchino era diventata pericolosa. Vicini allo scollinamento ho visto che si stavano preparando tutti per affrontare la discesa davanti al gruppo, così in quel momento ho deciso la strategia. Il mio valore aggiunto rispetto agli altri era che in quelle condizioni nessuno avrebbe potuto scendere tanto veloce quanto me. In cima si è quindi scatenata una specie di volata per guadagnare le posizioni migliori. Allora ho preso Bontempi, che stava accanto a me, e mi sono fatto condurre davanti per poi scendere a tutta, cercando di frantumare il gruppo e creare una piccola fuga. A quei tempi non c’erano le radioline, quindi non era così immediato capire i movimenti esatti dei corridori. Speravo che dietro ci impiegassero un po’ a rendersi conto di chi era scappato. Sono arrivato in fondo per primo, sperando che qualcuno arrivasse da dietro. La strategia aveva funzionato e ci siamo trovati davanti in una quindicina, fra cui Sorensen, Lejarreta, Mottet, Van der Poel. Molti erano potenziali vincitori della gara, e dunque collaboravano tutti. Questa fu una fortuna e per vincere alla Sanremo ci vuole anche quella.

In quel momento cos’hai pensato?

Pensavo solo a pedalare. Eravamo solo a metà gara e mancavano 150 chilometri… Ho pensato che ero in ballo e dovevo ballare, non potevo aspettare il Poggio per fare qualcosa, perché si era concretizzata solo una parte del piano. Quindi, quando siamo arrivati ai capi, ho cominciato a tastare gli avversari, guardandoli in viso per cercare di capire come stavano e dando qualche accelerazione. Piano piano abbiamo cominciato a perdere qualche pezzo e, una volta a capo Berta, siamo rimasti in quattro. Ecco, lì c’è stata la svolta: gli ultimi a staccarsi sono stati Mottet e Nagan. Da lì in poi ce la saremmo giocata io e Sorensen.

Hai capito che avresti potuto vincere?

No, eravamo lontani una trentina di chilometri e dovevamo ancora fare la Cipressa. E poi lui era in palla, ci davamo i cambi e procedevamo bene. Sulla Cipressa ha cominciato a mostrare qualche segno di sofferenza e allora ho iniziato a ragionare su cosa fare. Se lo avessi lasciato sarebbe stato pericoloso, era indispensabile per me avere un compagno di fuga, se no non ce l’avrei fatta. Avevo bisogno di lui per arrivare fino al Poggio, ma lo vedevo un po’ in difficoltà. E poi mi parlava tanto, cercava un appiglio per arrivare alla vittoria, stava cercando di costruire la sua strategia per vincere. Lo conoscevo bene perché era stato mio compagno alla Carrera, quindi sapevo che corridore era e come si comportava. Di solito, chi fa così non è sicuro della sua condizione: se ti senti bene stai zitto e pensi alla tua gara. Appena raggiunto il Poggio, mi sono detto che era il momento di provare ad andarmene perché se fossimo arrivati insieme a Sanremo sarebbe stato difficile batterlo. Sorensen era uno veloce e, anche se dopo trecento chilometri può succedere di tutto, sulla carta la volata sarebbe stata sua. Così, dopo un paio di chilometri ho dato la botta e sono andato via. Non potevo più aspettare perché, dall’ammiraglia, il mio direttore sportivo Quintarelli mi aveva detto che dietro stavo rinvenendo forte. È stato in quel momento quando me ne sono andato e Sorensen non è riuscito a seguirmi, che ho capito che potevo vincere. C’è una bella foto di me sull’ultima curva, prima di imboccare il rettilineo finale. Alla fine sono arrivato con cinquanta secondi. Che gara.

Cosa ti ha lasciato quella Milano-Sanremo?

Era un sogno nel cassetto che si realizzava. Incredibile. Ci sono corridori che avrebbero potuto vincerla e non ci sono mai riusciti. Io, invece, che non avrei dovuto vincerla, ce l’ho fatta… Ero in palla, mi sentivo bene e avevo voglia di provare a conquistarla, ma senza la pressione di chi deve vincere. Io ero così. Ecco, avevo fatto un’altra “Chiappucciata”.

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Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.

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