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Coca Cola, quando e perché

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Non è un’immagine inusuale vedere anche i pro, magari al termine di una gara, sedersi sfatti con una lattina di Coca Cola in mano. In effetti, la bibita made in Atlanta è spesso presente nel contesto dell’attività sportiva: nel break di metà allenamento, come ai ristori di gara. Molti ciclisti si chiedono se può aiutare la performance, altri lo danno già per scontato per i suoi contenuti di zucchero e caffeina. Ma è davvero così?

Di cosa è fatta

Analizziamola nei suoi tre ingredienti principali: zucchero, anidride carbonica e caffeina.
•Zucchero: è presente in quantità cospicua. Sebbene la sua facilità di assorbimento possa risultare utile per fare il carico di energia, la sua quantità rende questa bevanda ipertonica, facilitando la disidratazione, soprattutto quando la sudorazione è aumentata. Non di meno, la tipologia di zucchero presente può causare picchi glicemici con conseguente ipoglicemia.
•Anidride carbonica: è un ingrediente che deve essere assunto con moderazione, in quanto può favorire disturbi gastrointestinali durante l’esercizio, soprattutto se in abbinamento a certi alimenti o integratori.
•Caffeina: la quantità all’interno di un bicchiere non è sufficiente per equiparare la Coca Cola a un integratore ergogenico.

Quindi, serve o no?

La conclusione è che questo amato soft drink non è utile per un aumento diretto della performance. Tuttavia, negli allenamenti e nelle gare lunghe, in essa si può ritrovare un valido alleato. Diluire la coca cola in acqua liscia (rapporto 1:1) permette di diminuirne l’anidride carbonica (e i relativi effetti negativi) nonché di renderla più isotonica. A questo punto, essa diventa ideale per rinfrescare il palato, allontanando la fatica indotta dal gusto, tipica dell’assunzione massiccia di sali minerali e integratori sportivi.

Enrico Baggio
Biologo Nutrizionista
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Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.

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