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Il Ciclocross assaggia la neve

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Oggi abbiamo fatto la storia del Ciclocross…Se lo dice Wout van Aert, c’è da crederci. Il motivo di questa perentoria affermazione è spiegato dallo stesso fuoriclasse Belga: ”Quando ho iniziato a fare questa disciplina, la Coppa del Mondo toccava solo Olanda e Belgio: oggi siamo in Italia, stiamo sperimentando scenari nuovi e credo sia positivo”.

Scommessa rischiosa

A Vermiglio, che non a caso si trova in quella Val di Sole rinominata Bike Land, è infatti andato in scena un capitolo inedito della storia del Ciclocross. Un capitolo in cui il binomio Fango e Sudore, che fino a oggi lo identificava, è stato stravolto. E i volti dei suoi personaggi, per tradizione trasfigurati in maschere di argilla bucate dal bianco degli occhi, si sono tramutati in smorfie ghiacciate con grotteschi moccoli congelati.
Vermiglio è stata teatro di una scommessa, quella di portare per la prima volta in Italia una tappa della Coppa del Mondo di Ciclocross e di farlo come nessuno mai lo aveva fatto. Ossia tracciando il percorso interamente su un fondo innevato.

Una formula che piace

Spettacolo, aveva commentato qualcuno. Estremizzazione, aveva obiettato qualcun altro. Aspettiamo e vediamo, avevo pensato io.
Andiamo a divertirci!!!, ha invece detto Wout van Aert, che il giorno prima era stato a gareggiare (vincendo) in Belgio. Così, dopo una doccia calda per togliersi il solito fango di dosso, ha fatto rotta verso il Trentino e si è presentato poco prima della free practice al motorhome della Jumbo Visma, sul campo gara, accolto da un chiassoso capannello di tifosi e tifose. Alla stessa scena avevo assistito una decina di minuti prima, quando la Ford blu scuro del team Ineos Grenadier aveva scaricato Tom Pidcock davanti al suo, di motorhome, parcheggiato proprio di fronte a quello del rivale belga, come due villette a schiera. Anche all’inglesino era stata riservata un’accoglienza da star sul red carpet di un festival del cinema.

La passione prima del tifo

Il pubblico di Vermiglio, numeroso ed eterogeneo, con le bandiere i campanacci e anche la motosega di rito, non fa distinzione fra campioni. Sa cosa significa pedalare e correre un’ora fuori soglia, con il sapore del sangue in gola e la bocca spalancata per respirare. Riconosce il valore degli atleti che danno tutto, e quando sfilano davanti, pedalando o correndo con la bici in spalla, gridano con lo stesso calore il nome della Vos e della Lechner, di Bertolini e di Iserbyt.

Percorso tosto

La gara è stata dura, le condizioni erano un’incognita per tutti e gli atleti hanno utilizzato le prove del sabato per cercare il setting migliore con cui correre la domenica. Abbiamo visto tubolari da fango, da sabbia e semi slick (con scolpitura solo sui lati), anche in combinazioni miste anteriore/posteriore. Tutte le sezioni, compreso l’insolita 30 mm. Pressioni che variavano da 0.9 a 1.3 atmosfere. Trasmissioni 1X e guarniture classiche 46/39 (a proposito, dov’era SRAM?). Uomini bardati come esquimesi e ragazze in corto con la pelle livida. In più, le condizioni del fondo lungo i 3 chilometri del tracciato erano disomogenee e mutavano con il passare degli atleti.

È stata una gara molto tecnica, bisognava cercare di stare in sella il più possibile, e fare i conti con un percorso che cambiava giro dopo giro” ha detto van Aert, con Pidcock che conferma “La neve è un fondo completamente differente da ciò su cui siamo soliti gareggiare. Bisogna essere molto concentrati, il fondo è tecnico e pieno di insidie come le canaline che ghiacciano. Non è esattamente nelle mie corde, troppo simile alla sabbia, e a me piace il fango”.

E come è finita la gara? Come ci si aspettava, con Wout van Aert che ha fatto il vuoto e, dietro, una bella rimonta di Pidcock, che alla fine ha chiuso terzo alle spalle di un Vanthourenhout costante per tutti e sette i giri, e davanti al leader di WC, Iserbyt. I nostri sono arrivati tutti insieme, guidati da Filippo Fontana, ma a oltre 6′ dal gigante belga della Jumbo Visma.

Finale thrilling

Più incerta invece la gara delle ragazze, con la campionessa mondiale U23 Fem van Empel in testa sin dalle prime pedalate, ma sempre a tiro, la Vos partita male e attardata da un salto di catena e la inossidabile azzurra Lechner a giocarsi in podio con Rochette e Betsema. Gara animata dalla forsennata rimonta della Vos, che ha risucchiato tutte le ragazze che le stavano davanti, fino a superare anche la van Empel alla penultima curva, girando però troppo stretta, agganciandosi al paletto e finendo a terra con un inelegante carpiato. L’altra olandese, quella giovane, ha ringraziato e si è infilata sotto il traguardo con le braccia al cielo. Quindi la Rochette (entusiasta di questo esperimento sulla neve) e la nostra vecchietta terribile, una bravissima Eva Lechner.

A questo punto lascerei la chiosa alle lusinghiere parole di van Aert, che contengono anche un buon auspicio: “Ho voluto essere al via a tutti i costi, oltretutto adoro gareggiare in Italia, per l’atmosfera e l’entusiasmo del pubblico, e anche oggi non sono rimasto deluso. E spero che qualche ragazzino italiano oggi si sarà innamorato del Cross, e potrà diventare uno dei campioni di domani”.

Foto: Martina Folco Zambelli/HLMPHOTO
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Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.

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