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Davide Rebellin, tristezza e rabbia

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Tristezza perché Davide era uno di noi.
Rabbia per come ce lo hanno portato via.
Non avrebbe mai appeso la bici al chiodo, Davide Rebellin, che dei suoi 51 anni ne ha passati più di 30 in sella a una bici. In una recente intervista, traspare tutto il suo amore per il Ciclismo: “Cosa mi resta dopo il ritiro? La felicità per una carriera splendida. Sono sereno, sto già guardando avanti e continuerò a pedalare. Con la Work Service vogliamo puntare sul Gravel. Vorremmo creare un team per partecipare agli eventi più importanti dove magari correrò anche io, per divertimento… Pedalerò ancora perché è ciò che amo fare e non ho intenzione di smettere“.
E proprio i Mondiali Gravel di Vicenza sono stati la sua ultima Gara. Lì, in prima fila accanto a Sagan e van der Poel, che potrebbe essere suo figlio, a vivere una passione così forte che a 51 anni non ti fa sentire le gambe che bruciano.
Ce lo hanno portato via nel modo peggiore, uccidendolo sulla strada. Come troppo e sempre più spesso accade.

Oggi, però, non è il momento delle invettive e delle polemiche, oggi bisogna solo essere tristi e vicini a chi gli voleva bene. Ma da domani l’indignazione deve essere forte e comune, per chiunque muoia in strada su una bici, un rider con la pizza nello zaino o un campione che si allena, un padre che va al lavoro o un amico che è uscito la domenica.
Non possiamo continuare a piangere morti che dovrebbero ancora essere in sella alle loro biciclette.

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Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.

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