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Elia Viviani, l’ultimo giro

di - 08/01/2026

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Elia Viviani ha attraversato due epoche del ciclismo, vincendo nell’una e adattandosi all’altra. Ha conosciuto la pressione totale, la delusione, l’attesa e la liberazione, fino all’oro olimpico a Rio 2016, che ha cambiato per sempre la sua carriera. Campione su strada e su pista, Viviani è un atleta capace di costruire i propri successi con metodo e consapevolezza, senza mai delegare il controllo del proprio percorso.

Oggi, Elia guarda al ciclismo con lucidità e senza nostalgia: parla di tecnologia, di numeri, di talento, di romanticismo e di ciò che resta quando si spegne l’adrenalina della gara. In questa lunga chiacchierata, Viviani ripercorre sedici anni di carriera e racconta cosa gli ha insegnato il ciclismo, dentro e fuori dalla bici.

Se potessi rivedere il tuo percorso dall’inizio a oggi, quale sarebbe il momento che più ti ha cambiato come atleta e quale come uomo?

Sicuramente, come atleta, Rio 2016. Quando ho vinto le Olimpiadi, l’atleta ha svoltato. Quando raggiungi un obiettivo così importante dopo un processo di avvicinamento costruito è ovvio che esci da quella vittoria con tutte le garanzie che puoi puntare in alto e pensare a qualsiasi obiettivo. Da quel momento ho alzato la mia asticella come atleta e sono poi arrivate tutte quelle vittorie su strada perché è come se mi fossi sbloccato. Quella vittoria mi ha portato a un altro livello. Poi da lì c’è stato il miglior momento della mia carriera 2017, 2018, 2019…

Come uomo, fuori dallo sport, sicuramente il matrimonio. Quel passo ha legato me ed Elena dopo tanti anni da fidanzati, in giro per il mondo. Invece, come uomo di sport, il giorno in cui ho portato la bandiera dell’Italia nella cerimonia di apertura alle Olimpiadi di Tokyo. Quello è stato il momento in cui lo sport ha premiato l’Elia uomo e non l’atleta, perché non si è trattato di un risultato raggiunto, ma di una investitura. Certo, me la sono guadagnata, ma è stato qualcun altro che ha visto in me – e in Jessica Rossi – una persona degna di rappresentare l’Italia, quindi ne vado molto molto orgoglioso.

Qual è stata la tua migliore qualità come professionista?

Probabilmente la metodologia nell’inseguire un risultato: una volta definito l’obiettivo, costruire tutto il processo di avvicinamento. Non mi sono mai legato al 100% a qualcuno che lo facesse per me, ma mi è sempre piaciuto sedermi insieme a chi mi seguiva, per esempio Marco Villa per la pista o il mio coach per la strada, e fare qualcosa perché so il motivo per cui lo faccio. Diciamo che costruire i miei successi è stata un po’ la mia qualità.

La tua lunga carriera è stata possibile grazie a particolari accorgimenti nella cura del tuo corpo o sei semplicemente stato fortunato? 

È ovvio che per fare l’atleta e restare ad alti livelli per tanti anni bisogna essere atleta anche oltre le gare. Credo sia anche molto importante adeguarsi ai cambiamenti: per un atleta la cosa più facile e rifare ciò che ti ha portato a un grande risultato, però bisogna rendersi conto che, passando gli anni, cambiano anche le esigenze del proprio corpo, quindi il segreto può essere stato programmare bene le stagioni, cosa che però fanno tutti gli atleti, ma anche accorgersi di cosa ha bisogno il corpo con il passare del tempo. E io l’ho fatto dai trent’anni in poi, in questi ultimi sei anni di carriera di sedici.

Hai vissuto il passaggio da un ciclismo artigianale a uno sempre più tecnologico e analitico. Come hai gestito questo cambiamento?

Mi ritengo fortunato di aver vissuto questo passaggio e di averlo vissuto nel momento in cui tutta questa tecnologia era vissuta come supporto a quelli che erano i metodi del “vecchio” ciclismo, quello fatto di fondo, di dietro moto e tutte le altre cose. Sono contento di aver utilizzato questi strumenti come un’aggiunta e non come la base. Negli ultimi anni non mi riconoscevo in questo ciclismo in cui è tutto basto sui numeri e sulle tattiche. Manca solo di mettersi al computer e chiedere all’intelligenza artificiale come correre… Purtroppo questa tecnologia è oggi utilizzata come base e non come plus di uno sport che ha radici molto antiche. Mi è capitato spesso di dire nei meeting fra corridori e direttori sportivi: “Non dimentichiamoci le basi del Ciclismo. Il Ciclismo è uno sport facile: bisogna allenarsi, andare in bici, tirar fuori il meglio di cui il nostro corpo è capace e cercare di vincere”. Quello che non vorrei è che i giovani crescessero vittime di questo Ciclismo: oggi non è fatto più dalla vittoria che fa il campioncino, ma dal fare tot watt per chilo per tot minuti, per poi presentare i risultati dei test ai team per meritarsi un posto in squadra. Posti che comunque sono sempre meno. 

A me piacerebbe vedere il talento che sboccia seguendo le gare degli Juniores, degli Allievi, degli Under23 e dire: “Ecco questo ha i numeri”. Come succedeva vent’anni fa. Oggi manca nei giovani la capacità di leggere la corsa e spesso anche le doti tecniche, come saper guidare la bicicletta in discesa, in mezzo al gruppo.

Attenzione, però, non è che io sia contro queste cose, come ai talenti scoperti grazie a Zwift. Se uno riesce ad arrivare dove non ha potuto arrivare facendo la classica trafila del salire in bici da bambino, ben venga. E Jay Hindley, che è uno dei più forti corridori al mondo, ne è la prova lampante. Io non sono contrario a questo sistema, ma mi piacerebbe che fosse un supporto e non l’unica strada. 

Credi che ci sia ancora un’anima romantica nel Ciclismo?

Il romanticismo ci sarà sempre. La mosca bianca continuerà a esserci (ride, ndr). Pensa all’Alaphilippe degli ultimi anni, a Nibali e a quegli atleti che corrono in modo spontaneo e a cui piace attaccare. A ben vedere, lo è anche Tadej, ha una marcia in più, certo, ma lui vive un Ciclismo romantico: attacca quando vuole, parte da lontano e sta scrivendo la storia di questo sport in modo romantico, anche se sembra un robot. È un talento impressionante a cui Madre Natura ha dato qualcosa di straordinario. A me piace molto come corridore. Ecco, se fossi uno scalatore magari mi darebbe fastidio (sorride, ndr), ma sono un velocista…

Cosa invece ti affascina di questo Ciclismo moderno?

Sicuramente questa sfida tra titani. Pensa per esempio alla Sanremo dell’anno scorso: vedere un Ganna che riesce a seguire Van Der Poel e Pogačar dalla Cipressa in poi e che se la giocano fino in fondo. Ecco, questo genere di sfide è molto affascinante, e soprattutto il periodo delle Classiche è stato qualcosa di molto bello. Dalla Sanremo, dove Tadej ha provato di tutto ma Van Der Poel non si è staccato e non si batte, al Fiandre, dove invece Pogačar lo ha lasciato lì, poi la Roubaix e l’ennesima sfida fra di loro. Come altrettanto bella è la sfida con Van Aert o fra Pogačar e Vingegaard al Tour. O Tadej che ha deciso di fare i Mondiali a crono: se non ci fosse stato lui sarebbe stato un monologo di Evenepoel, come poi, alla fine, è stato… Però la sola idea che ci sarebbe stato anche lui a giocarsi la maglia iridata ha resto la gara ancora più bella e interessante. E il giorno dopo tutti a chiedersi se Remco sarebbe riuscito a contrastarlo anche nella prova in linea. Diciamo che la sfida fra tutti questi grandi corridori è affascinante.

In questo scenario come è cambiato, se è cambiato, il ruolo dello sprinter?

Il velocista continua ad avere uno spazio in cui dimostrare il suo valore. E anche fra di noi ci sono degli atleti molto forti. C’è stato qualche anno in cui i giovani dovevano ancora arrivare e i vecchi cominciavano a calare, quindi abbiamo avuto un passaggio in cui non c’era qualcuno che spiccasse particolarmente e non si poteva dire chi fosse il più forte al mondo, però, tra l’anno scorso e quest’anno, siamo tornati a dire che i velocisti che si giocano le vittorie ai grandi Giri ci sono e sono giovani. Da Milan a Philipsen, a Girmay, che ha portato, a sorpresa, la maglia verde al Tour, e a Merlier, che ha un po’ più di esperienza ma è comunque solido come atleta, questi sono i velocisti più forti. Ci sono quindi ancora le possibilità per trovare delle grandi vittorie nella stagione ma, in questo Ciclismo moderno, non più nelle Classiche, come invece capitava alla Sanremo e alla Gand-Wevelgem, che erano le due gare in cui si arrivava in volata. Oggi i big riescono a mettere in difficoltà o staccare i velocisti, che alla fine possono sprintare solo per dei piazzamenti.

Quanto ti ha aiutato avere come compagna una ciclista professionista? Com’è la vita di una coppia di pro?

Guardandoci da fuori, uno potrebbe dire: “Ma come fate, non vi vedete mai”. In effetti non è facile incastrare tutti gli impegni per riuscire a passare del tempo insieme e questo è sicuramente un aspetto difficile. Però, guardandolo da dentro, avere accanto una persona che capisce esattamente ciò che stai facendo è molto importante. Per esempio, quando una gara ti va male e dall’altra parte c’è qualcuno che comprende come ti senti e capisce il tuo stato d’animo è tutto più semplice, anche perché la corsa andata male è solo uno degli aspetti della vita di un corridore. Ci sono pure tanti aspetti psicologici che solo chi fa la tua stessa vita può capire, e a me Elena ha dato una grande forza. Oltre, naturalmente, ad avermi supportato in tutti i miei progetti e in ogni grande risultato che ho raggiunto. E all’ultimo Mondiale, a Santiago del Cile, è stato bellissimo averla a bordo piste e condividere la gioia della vittoria.

Fuori dalle corse, come ti rigeneri? Hai dei riti o dei luoghi che ti servono per staccare?

Ovviamente, essendo due persone sempre in giro, ci godiamo la casa. Scappiamo nei momenti di pausa, come per esempio in estate, quando passiamo un mese a Livigno, che è diventata praticamente la nostra seconda casa. Abbiamo tanti amici, conosciamo praticamente tutti e, per dirti, la palestra è diventata la nostra palestra… È un rapporto che dura da più di dieci anni e, probabilmente, durante la stagione è il luogo dove passiamo più tempo insieme. Poi, sporadicamente, ci prendiamo qualche weekend e scappiamo a rilassarci, altrimenti la nostra vita è sempre con l’acceleratore schiacciato, sempre sull’aereo e in viaggio. Ma alla fine la vita da atleta è bella e siamo dei privilegiati.

A proposito di vita da atleta, come vivi oggi il concetto di sacrificio? È ancora parte del tuo DNA o l’esperienza ti ha insegnato a bilanciarlo con altro?

Riesco a bilanciarlo, nel senso che, alla fine, avvicinandosi agli ultimi anni di carriera, il sacrificio deve comunque continuare a esserci per raggiungere risultati, ma lo si riesce a bilanciare con tutto il resto, ossia la vita normale. Io, per esempio, dopo le Olimpiadi di Parigi, che avrei voluto vincere e per le quali ho fatto di tutto per arrivare al top, ho vissuto l’ultimo anno e mezzo come un mix di sacrifici e sguardo alla vita normale. La cosa che da atleta ti preoccupa è che, una volta smesso, cerchi ancora quella tensione, quella adrenalina che ha caratterizzato tutta la tua vita. Adesso, per esempio, mi sto chiedendo che sport potrei cominciare a fare, e forse comincerò a corre a piedi, una cosa che non ho mai fatto. Mi piace anche il tennis, da sempre. Chissà… Di sicuro non farò i Mondiali di Triathlon come Van Avermaet, quello è un post carriera un po’ troppo spinto (ride, ndr) e non credo che cercherò la competizione.

Non hai mai avuto paura del “dopo”, una volta parcheggiata la bici in garage?

No, mai. Anzi, al contrario, so di aver fatto molto in carriera ma non voglio vivere di ricordi per il resto della mia vita. Ho voglia di rimettermi in gioco, di fare nuovi progetti e di capire cosa posso fare per il Ciclismo. Ovvio che sarò per sempre legato allo sport e a questo mondo, vediamo cosa mi riserverà il futuro. 

Semmai avevo paura di finire come non volevo. Questo mi è capitato l’anno scorso, quando ho passato un momento un difficile. Devo dire che la serenità che ho adesso forse deriva proprio da quell’esperienza, quando non trovavo una squadra, avevo fatto una stagione sotto tono su strada, avevo vinto l’argento olimpico e avevo voglia di dimostrare che valevo di più e non volevo chiudere così. Ecco, quello mi ha dato la serenità per affrontare questa stagione così e chiudere alla grande.

Qual è, secondo te, la vera essenza della fatica? È solo un mezzo per arrivare al risultato, o qualcosa che dà senso alla vita di un atleta?

La fatica la senti e la soffri solo quando non riesci ad arrivare al risultato. Nel senso che, da atleta, la vittoria o il raggiungimento del risultato ti cancellano ogni memoria di fatica. Quando fai fatica, fai sacrifici e non riesci a raggiungere un risultato, che non vuole dire vincere e basta, ma essere lì a giocarsela, è in quei momenti che la senti tutta. A me è sempre capitato così.

Sei uno dei pochi a sapere cosa significa vincere un titolo olimpico su pista e un grande sprint su strada. In cosa differisce la gioia tra queste due dimensioni?

La sensazione in pista è molto più intensa. Su strada, lo sprint dura quei duecento metri in cui ti giochi tutto in quindici secondi. C’è un avvicinamento a quel momento che può essere di tre, quattro, cinque o sei ore in cui soffri, ma hai un solo obiettivo: arrivare nel momento giusto nel posto giusto e cercare di sprintare per la vittoria. E, se arriva, la vittoria te la godi nel momento in cui passi sulla linea del traguardo.

Su pista è diverso perché è molto più intenso e la pressione ce l’hai pre gara, perché sai che la gara e corta. Sai che ogni giro, a partire dal primo, già vale, e a volte capita che puoi assaporare la vittoria anche prima di passare la linea. La sensazione più bella che ho mai avuto è stata quando ho vinto l’Olimpiade: fare gli ultimi dieci giri in cui sapevo d’essere matematicamente campione olimpico e dovevo solo portare la bici all’arrivo. Sono stati i due chilometri e mezzo più belli della mia vita perché ho avuto tutto il tempo per assaporare quella sensazione: sapere che poco dopo avrei tagliato il traguardo e vinto.

Ne farei quindi una questione di percezione di intensità: su strada dura pochi secondi, tagli il traguardo e bum!, su pista può durare anche dieci minuti e te la godi di più.

L’Italia ha una grande tradizione ma oggi fatica a trovare nuovi campioni costanti. Cosa manca, secondo te, alla nostra scuola: strutture, mentalità, occasioni o che altro?

Sicuramente, per noi italiani, le categorie difficili sono quelle Juniores e Under23, un passaggio in cui ci dovrebbe essere una conferma nel trovare i grandi talenti, c’è invece un po’ di lavoro da fare. Manca sicuramente una squadra World Tour di riferimento, nel senso che i nostri ragazzi scappano all’estero già a 17/18 anni, se non prima, per cercare realtà più organizzate ,che magari hanno la squadra Juniores e la Under23 e che, quindi, gli offrono un percorso di crescita e l’opportunità di entrare in una squadra World Tour. Paghiamo dunque questa situazione, ma la verità è che qualche nome per il futuro sta venendo fuori. A me piace sempre essere ottimista e abbiamo Ganna per le classiche, tanti scalatori che vanno all’attacco nelle corse a tappe, abbiamo il velocista potenzialmente più forte al mondo (Milan, ndr) e speriamo che tra Pellizzari e Finn arrivi il prossimo italiano capace di vincere un Grande Tour.

Se potessi parlare con un giovane corridore al suo primo contratto, cosa gli diresti per aiutarlo a restare se stesso in questo sport?

Sicuramente gli direi di puntare in alto perché, alla fine, è giusto essere ambiziosi, se si vogliono raggiungere risultati, però gli direi di farlo seguendo i giusti step, invece di bruciare delle tappe, che in questo Ciclismo moderno è un po’ la via. Cercare tutto e subito per me non è la strada giusta, quindi gli consiglierei di cercare degli step e degli obiettivi realistici da mettersi in testa e su carta, quando ne parla con la squadra e i preparatori, e di raggiungerli, perché con il sacrificio, la metodologia e la voglia di fare ci si arriva. Un atleta che passa professionista ha già dimostrato che ha i numeri per fare qualcosa, quindi deve solo trovare la sua realtà.

Se dovessi riassumere tutto in una frase: che cosa ti ha insegnato davvero il ciclismo?

Direi, semplicemente, che mi ha insegnato a vivere. Nel senso che mi ha insegnato cosa significa il gioco di squadra, mi ha insegnato a rispettare l’avversario e i compagni. Mi ha insegnato l’impegno e a gestire le pressioni, e poi mi ha permesso di girare il mondo e vedere posti che non avrei mai visto, se non avessi fatto sport.

Se ti guardi indietro, qual è la prima immagine che ti viene in mente del tuo viaggio nel ciclismo?

Quell’urlo pochi metri prima di passare la linea, alle Olimpiadi di Rio 2016. In quel momento mi sono liberato di qualcosa che durava da quattro anni, perché da quando, a Londra 2012, ho perso tutto, finendo da primo a sesto, ho passato quattro anni con in testa solo una cosa e averla ottenuta è stata per me una liberazione totale.

Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.